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Buen Vivir

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“Sognamo il nostro passato e ricordiamo il nostro futuro” (Dalla dichiarazione del III vertice indigeno americano. Iximche’, Guatemala, 30 marzo 2007). Testi relazionati alla cosmovisione amerindia e più in generale all’America “profonda”, la cui voce sale dal basso. Una grande officina di sperimentazioni che faticosamente cerca di aprire le vie di “un mondo capace di contenere molti mondi diversi” (motto zapatista)

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Ivan Illich

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“La mia è la ricerca di una politica dell’autolimitazione grazie alla quale, anche oltre gli orizzonti dell’attuale cultura, il desiderio possa fiorire e i bisogni declinare” (Ivan Illich – Nello specchio del passato. Le radici storiche delle moderne ovvietà: pace, economia, sviluppo, linguaggio, salute, educazione, 1992)

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Emmanuel Mounier

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Tutto il nostro sforzo dottrinale è stato per affrancare il senso della persona dagli errori individualisti, e il senso della comunione dagli errori collettivisti. Il nostro impegno fondamentale è quello di ritrovare la vera nozione dell’uomo. (Emmanuel Mounier – Rivoluzione personalista e comunitaria, 1935)

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KANANKIL

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KANANKIL OVVERO, IN LINGUA MAYA, "DIALOGO FRA MOLTI"

Se è vero che "la sapienza è come un grande fiume dai molti affluenti", questo sito si propone di convogliarvi con modestia alcuni rivoli.

Il primo, col nome BUEN VIVIR, raccoglie testi provenienti o strettamente relazionati con il mondo amerindio e più in generale con il mondo delle "resistenze" latinoamericane al pensiero unico, ricco di fermenti, di stimoli e di esperienze, occasioni di riflessione anche per il mondo dei "non sottomessi" presenti nel contesto italiano e occidentale.

La speranza che il mondo latinoamericano potesse sottrarsi al mito dello "sviluppo" come è stato costruito ed imposto era viva nel pensiero e nell'operato di Ivan Illich, un pensatore critico della modernità che ci sembra più attuale che mai di fronte alla crisi epocale che stiamo affrontando. Alla rivisitazione del suo pensiero e a temi ad esso connessi, in particolare quello della ricerca del limite, è dedicato il secondo rivolo.

Il terzo rivolo si alimenta alla fonte del Personalismo Comunitario di Emmanuel Mounier e da testi relazionati con questo, convinti che ciò possa costituire uno strumento utile per una rinnovata ricerca di "senso" del vivere in spirito di comunione, che oggi sembra smarrito.

Newsflash

ILLICH E PASOLINI : DUE CRITICI RADICALI DELLA MODERNITA’

ILLICH E PASOLINI : DUE CRITICI RADICALI DELLA MODERNITA’ [1]

Avvertenza preliminare: il testo si può leggere senza le note, inserite principalmente come pro-memoria per una successiva rielaborazione del testo. Questo vale anche, nelle citazioni testuali che riporto, per le parti non in neretto.  Dando per scontato che, in un seminario a lui dedicato, il pensiero di Illich sia noto ai partecipanti, insisteremo di più a sottolineare il pensiero di Pasolini sui tema qui trattato.

Scorrendo sul web scritti di vari commentatori di Pasolini non è raro incontrare riferimenti a alcuni punti di convergenza con il pensiero di Illich: la critica della ‘modernità’, del sistema di produzione industriale e del consumismo suo derivato, e della mutazione antropologica chelo ha accompagnato, infine del sistema scolastico che si è affermato nel tempo. Tuttavia coincidenza nei  punri di critica non significa necessariamente coincidenza nelle indicazioni nelle vie di uscita. Anche perché l’analisi di Illich è estesa all’insieme dei paesi “avanzati”, Pasolini riflette sopresso attutto sul piano italiano, pur senza dimenticare lo sfondo più ampio in cui è collocato.

I due personaggi sono stati certamente fra loro estremamente diversi per temperamento, formazione culturale ed esperienze di vita, ma entrambi erano dotati di uno ‘sguardo laser’ capace di indagare in profondità, e con anticipo rispetto alla quasi totalità dei loro contemporanei, alcuni fenomeni sociali di rilevante importanza anticipandone le conseguenze, oggi ben più visibili. E, cosa significativa, effettivamente nel loro pensiero esistono alcune consonanze che è utile esplorare.

Il punto di convergenza che intendo qui analizzare è quello della loro critica ad alcuni pilastri della modernità, ovvero di alcuni dei valori costitutivi della società moderna, succeduta a quella medioevale e nel cui ambito tuttora viviamo. A conferma di questa consonanza segnalo che nel luglio 2015 alla Casa de la Paraula di Barcellona, nell’ambito del Progetto “Pasolini Barcellona”, si è tenuto il ‘colloquio’ Illich – Pasolini in occasione del 40mo della morte di quest’ultimo.

La critica alla modernità dei due pensatori può apportare elementi utili alla riflessioni attuali sulla crisi epocale che stiamo vivendo e sulle possibili piste per suo superamento positivo. In particolare mi sembra che quella di Pasolini sia preziosa per stimolare una riflessione nell’ambito della “sinistra”, dato il gradimento, in grande misura però acritico, che egli gode in quest’ambito, che dall’accettazione della modernità, prima subita e infine sposata, ha subito una snaturazione politica e culturale rilevante.

Una precisazione è però necessaria prima di procedere: avevo sperato di poter dedicare a questa riflessione, da presentare al nostro incontro a Pavullo, più tempo di quello che in realtà ho avuto disponibile, per cui quelli che seguono sono da considerarsi più come dei frammenti che una sintesi organica. Spero tuttavia che essi servano a stimolare una riflessione nonché a segnalare possibili integrazioni o correzioni al contenuto.

Una cosa è certa: Pasolini (1922-1975) ha conosciuto il pensiero di Illich  (1926-2002) e lo ha condiviso, almeno su molti punti,  come risulta sia da una sua affermazione esplicita che da occasionali citazioni a sostegno di propri enunciati. Niente invece, a mia conoscenza, consente di affermare il viceversa.

In un capitolo del libro Scritti Luterani, una raccolta di articoli scritti per vari giornali o periodici (principalmente Il Corriere della Sera diretto all’epoca da Piero Ottone, e per Il Mondo, il giornale (ri)fondato nel 1949 da Mario Pannunzio). Pasolini scrive:

Io avevo deciso di non usare nel mio racconto nessun accorgimento che ne interrompesse una normalità direi quasi severa, per non dire addirittura austera. ‘Austera’ nel senso in cui usano questa parola Aristotele e Tommaso d'Aquino, citati dal sociologo Ivan Illich in La convivialità. Io vivo effettivamente (…) la gioia dell'impiego dello strumento conviviale. Conosco la ‘convivialità’ o la ‘Mitmenschlichkeit’[2]. Quindi sono austero. «Austeritas secundum quod est virtus non escludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas: unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus, lib.4 Ethic. cap.VI, amicitiam nominat, vel ad eutrapeliam, sive jocunditatem» (Summa Theologica).[3] Il lettore che appena conosca […] Ivan Illich, capirà che non è senza ragione che io lo cito in questa prima serie di appunti della mia opera.

In altri suoi scritti risulta che egli, oltre a La Convivialità almeno aveva letto  anche Descolarizzare la società e Nemesi Medica. Ovviamente non ha potuto leggere i libri successivi al 1975, anno della sua morte prematura e violenta, avvenuta nella notte fra l’1 e il 2 novembre di quell’anno[4]. Questo potrebbe far pensare che certe posizioni di Pasolini siano derivate dalla lettura di Illich, ma una lettura attenta dei due libri che raccolgono i suoi articoli di giornale degli ultimi tre anni di vita[5] testimoniano di una riflessione originale e parallela rispetto a quella di Illich, che certamente la ha arricchita ma non determinata, talmente essa è legata a esperienze di vita personali, in particolare l’aver vissuto dall’interno la mutazione antropologica avvenuta in quegli anni nelle borgate romane. Esperienza questa marcata con un forte senso di solitudine nel silenzio generale di fronte alle sue denunce accorate.

Critica della società industriale e della conseguente mutazione antropologica

Sia Illich che Pasolini furono fra i primi -e i pochissimi- che si erano resi conto che la società industriale, che stava vivendo, negli anni precedenti il 1975, “i trenta gloriosi” del capitalismo[6], con la sua progressiva concomitante cancellazione dei limiti (sociali ed etici) che le società tradizionali si erano date nel tempo nei vari campi del vivere, eliminazione già denunciata nell’opera di Karl Polanyi[7] (1886-1964), che entrambi infatti citano, aprendo il campo al debordare del ‘mercato’ nella vita delle società. Il mercato illimitato, accompagnato dalla produzione industriale di massa, aveva indotto il consumismo, origine della mutazione antropologica delle persone, e i due nostri personaggi ne avevano colto le radici nel mutato modo di produzione delle ‘cose’ e quindi nel loro ‘linguaggio’  con la sua modellazione del modo di pensare delle persone[8]. Il progressivo avanzare dell’industrializzazione riduceva infatti progressivamente il campo della produzione dei “beni d’uso”, concepiti e realizzati per uno specifico uso personale, e propria dell’homo faber, soppiantata da quella dei “beni di scambio”, ottenibili con l’uso di denaro dal mercato. Per Pasolini in particolare questo implicava anche una decadenza estetica, aspetto importante per il suo temperamento di artista.

Nella prefazione all’edizione italiana del suo libro Disoccupazione Creativa, che Illich considera un post-scriptum de La Convivialità, egli scrive (pag.13)[9]

Nell'ultimo decennio ho preparato e pubblicato un certo numero di saggi (1) sul modo di produzione industriale. Durante questo periodo mi sono soprattutto occupato dei processi attraverso i quali una crescente dipendenza da beni e servizi prodotti in serie elimina a poco a poco le condizioni necessarie per una vita conviviale. Ciascun saggio, nell'esaminare un settore diverso della crescita economica, dimostra una regola generale: i valori d'uso vengono ineluttabilmente distrutti quando il modo di produzione industriale raggiunge quel predominio che io ho chiamato monopolio radicale. Questo saggio e quelli che lo precedono descrivono in che modo la crescita industriale produce la versione moderna della povertà.

Da parte sua Pasolini nella Lettera luterana a Italo Calvino del 30 ottobre 1975, cioè alla immediata vigilia della sua morte, scrive (pag.201)[10]:

…c’è una fonte di corruzione ben più lontana e totale.(…) E’ cambiato il “modo di produzione” (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo modo di produzione” ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una “nuova cultura”; modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura” ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia”[11].

Pochi giorni dopo aver scritto questo articolo, egli riprendeva il tema nel testo preparato per il suo programmato intervento al Congresso del Partito Radicale, testo che venne letto perché nel frattempo Pasolini era stato assassinato. Nel paragrafo quinto di questo testo egli affronta il tema della temuta irreversibilità di questa mutazione:

Tutti sanno che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli "sfruttati") producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali).

Gli "sfruttatori" della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali).

Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente.

In fondo il "rapporto sociale" che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali" che si sono dimostrati ugualmente modificabili.

Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali"immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia.

Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo[12] (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.

In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

La mutazione antropologica[13]

Anche Illich ha parlato di avvenuti mutamenti antropologici; l’homo oeconomicus in primo luogo, ma anche l’homo trasportandus, che ha perso l’uso dei piedi, suo naturale strumento di locomozione, l’homo educandus ….[14] La sua attenzione si concentra soprattutto sugli strumenti che l’uomo usa come supporto per la produzione delle “cose” e che, anche per lui, causano una modifica del modo di pensare.[15] Ricordiamo brevemente che per Illich la parola strumento indica <<Ogni oggetto assunto come mezzo di un fine>> e <<ogni mezzo concepito apposta per un fine è uno strumento ragionato ( … ) la categoria degli strumenti abbraccia tutti i mezzi ragionati dell’azione umana, la macchina e il modo di impiegarla, il codice e il suo singolo operatore.>>[16] .Così egli scriveva:

<<Il modo di produzione industriale afferma il proprio dominio non soltanto sulle risorse e sulle attrezzature, ma anche sull’immaginazione e sui desideri d’un sempre maggiore numero di individui. E’ il monopolio radicale generalizzato, non più quello di un singolo ramo di industria ma quello del modo di produzione industriale. Si può dire che l’uomo stesso è industrializzato. (…) Il consumatore-utente integrale, l’uomo pienamente industrializzato, non ha infatti altro di suo se non ciò che consuma. ( … ) Assoggettato al monopolio di un unico modo di produzione, l’utente ha perduto ogni senso della pluralità dei modi di avere.>> (La Convivialità, pag.116,117)

Un processo irreversibile?

Circa l’interrogativo di Pasolini sulla irreversibilità della mutazione avvenuta (timore di cui abbiamo visto sopra), Illich pensava che per cancellarla fosse necessaria una non facile “ricostruzione conviviale”:

La soluzione della crisi esige un radicale rovesciamento: solo ribaltando la struttura profonda che regola il rapporto tra l’uomo e lo strumento potremo servirci degli strumenti che sappiamo costruire. ( … ) L’uomo ha bisogno di uno strumento col quale lavorare, non di una attrezzatura che lavori al suo posto. ( … ) Io credo che occorra invertire radicalmente le istituzioni industriali, ricostruire la società da cima a fondo. ( … ) Intendo per il contrario della produttività industriale.>> (La Convivialità, pagg.25 e 26)

Cioè lo strumento deve tornare a servire l’uomo e non viceversa, come invece è avvenuto. Per Illich la ricostruzione conviviale suppone lo smantellamento dell’attuale monopolio della produzione industriale ma non la soppressione di qualunque produzione industriale, cosa che paradossalmente Pasolini aveva invece auspicata una volta che la classe operaia avesse recuperato la proprietà dei mezzi di produzione, pur nella consapevolezza che ciò non sarebbe poi stato possibile fare perché la stessa classe operaia era mutata divenendo consumista. Forse una reminiscenza della lotta dei luddisti inglesi?

Pasolini si rendeva fra l’altro conto, come del resto Illich, che la storia non è progresso continuo e inarrestabile, e che tutto ciò che è nuovo non è automaticamente migliore del vecchio, come pensa erroneamente il tipico militante di sinistra ma anche l’uomo comune odierno, assoggettato al messaggio pubblicitario.[17]

<comunque, si vada avanti.[18] Assai spesso sia l’individuo che le società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata ( … ) La regressione e il peggioramento non vanno accettati profondamente: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile. Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro tale degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne e ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te.>> [19] \

Naturalmente però, come dice ancora a Gennariello, questo non significa che nel passato tutto fosse più bello:

Capirai piano piano, nel corso di queste lezioni, caro Gennariello, che malgrado l’apparenza questi miei discorsi non sono affatto lodi del tempo passato (che io, in quanto presente, non ho del resto mai amato)[20].

Sia Pasolini che Illich, non fosse altro per realismo ma anche per consapevolezza, non sognano un ritorno al passato. Combattono contro l’idea che un diverso processo storico avrebbe potuto conservare certi valori comunitari e evitare certe degradazioni accettate come inevitabili dai suoi fautori autodefiniti “realisti”.

Molto ci sarebbe ancora da dire e forse lo farò in seguito.

Termino con una nota sulla critica al sistema scolastico. E’ certo che sia Illich che Pasolini sono stati critici radicali del sistema esistente, ma contrariamente a quanto si legge spesso, i due non coincidevano sulla soluzione, e Pasolini lo fa notare a un suo interlocutore che aveva affermato l’analogia esistente fra il pensiero dei due. In realtà la critica di Illich è rivolta al concetto stesso della dinamnica maestro-discepolo, mentre Pasolini auspica lla modifica dei contenuti del sistema scolastico a lui contemporaneo (chi sa oggi !?). Egli invoca la chiusura a tempo del sistema scolastico in attesa di una sua profonda riforma. Ma anche questo sarebbe un tema da approfondire[21].

Aldo Zanchetta

ILLICH E PASOLINI : DUE CRITICI RADICALI DELLA MODERNITA’ [22]

Avvertenza preliminare: il testo si può leggere senza le note, inserite principalmente come pro-memoria per una successiva rielaborazione del testo. Questo vale anche, nelle citazioni testuali che riporto, per le parti non in neretto.  Dando per scontato che, in un seminario a lui dedicato, il pensiero di Illich sia noto ai partecipanti, insisteremo di più a sottolineare il pensiero di Pasolini sui tema qui trattato.

Scorrendo sul web scritti di vari commentatori di Pasolini non è raro incontrare riferimenti a alcuni punti di convergenza con il pensiero di Illich: la critica della ‘modernità’, del sistema di produzione industriale e del consumismo suo derivato, e della mutazione antropologica chelo ha accompagnato, infine del sistema scolastico che si è affermato nel tempo. Tuttavia coincidenza nei  punri di critica non significa necessariamente coincidenza nelle indicazioni nelle vie di uscita. Anche perché l’analisi di Illich è estesa all’insieme dei paesi “avanzati”, Pasolini riflette sorpesso a tutto sul piano italiano, pur senza dimenticare lo sfondo più ampio in cui è collocato.

I due personaggi sono stati certamente fra loro estremamente diversi per temperamento, formazione culturale ed esperienze di vita, ma entrambi erano dotati di uno ‘sguardo laser’ capace di indagare in profondità, e con anticipo rispetto alla quasi totalità dei loro contemporanei, alcuni fenomeni sociali di rilevante importanza anticipandone le conseguenze, oggi ben più visibili. E, cosa significativa, effettivamente nel loro pensiero esistono alcune consonanze che è utile esplorare.

Il punto di convergenza che intendo qui analizzare è quello della loro critica ad alcuni pilastri della modernità, ovvero di alcuni dei valori costitutivi della società moderna, succeduta a quella medioevale e nel cui ambito tuttora viviamo. A conferma di questa consonanza segnalo che nel luglio 2015 alla Casa de la Paraula di Barcellona, nell’ambito del Progetto “Pasolini Barcellona”, si è tenuto il ‘colloquio’ Illich – Pasolini in occasione del 40mo della morte di quest’ultimo.

La critica alla modernità dei due pensatori può apportare elementi utili alla riflessioni attuali sulla crisi epocale che stiamo vivendo e sulle possibili piste per suo superamento positivo. In particolare mi sembra che quella di Pasolini sia preziosa per stimolare una riflessione nell’ambito della “sinistra”, dato il gradimento, in grande misura però acritico, che egli gode in quest’ambito, che dall’accettazione della modernità, prima subita e infine sposata, ha subito una snaturazione politica e culturale rilevante.

Una precisazione è però necessaria prima di procedere: avevo sperato di poter dedicare a questa riflessione, da presentare al nostro incontro a Pavullo, più tempo di quello che in realtà ho avuto disponibile, per cui quelli che seguono sono da considerarsi più come dei frammenti che una sintesi organica. Spero tuttavia che essi servano a stimolare una riflessione nonché a segnalare possibili integrazioni o correzioni al contenuto.

Una cosa è certa: Pasolini (1922-1975) ha conosciuto il pensiero di Illich  (1926-2002) e lo ha condiviso, almeno su molti punti,  come risulta sia da una sua affermazione esplicita che da occasionali citazioni a sostegno di propri enunciati. Niente invece, a mia conoscenza, consente di affermare il viceversa.

In un capitolo del libro Scritti Luterani, una raccolta di articoli scritti per vari giornali o periodici (principalmente Il Corriere della Sera diretto all’epoca da Piero Ottone, e per Il Mondo, il giornale (ri)fondato nel 1949 da Mario Pannunzio). Pasolini scrive:

Io avevo deciso di non usare nel mio racconto nessun accorgimento che ne interrompesse una normalità direi quasi severa, per non dire addirittura austera. ‘Austera’ nel senso in cui usano questa parola Aristotele e Tommaso d'Aquino, citati dal sociologo Ivan Illich in La convivialità. Io vivo effettivamente (…) la gioia dell'impiego dello strumento conviviale. Conosco la ‘convivialità’ o la ‘Mitmenschlichkeit’[23]. Quindi sono austero. «Austeritas secundum quod est virtus non escludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas: unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus, lib.4 Ethic. cap.VI, amicitiam nominat, vel ad eutrapeliam, sive jocunditatem» (Summa Theologica).[24] Il lettore che appena conosca […] Ivan Illich, capirà che non è senza ragione che io lo cito in questa prima serie di appunti della mia opera.

In altri suoi scritti risulta che egli, oltre a La Convivialità almeno aveva letto  anche Descolarizzare la società e Nemesi Medica. Ovviamente non ha potuto leggere i libri successivi al 1975, anno della sua morte prematura e violenta, avvenuta nella notte fra l’1 e il 2 novembre di quell’anno[25]. Questo potrebbe far pensare che certe posizioni di Pasolini siano derivate dalla lettura di Illich, ma una lettura attenta dei due libri che raccolgono i suoi articoli di giornale degli ultimi tre anni di vita[26] testimoniano di una riflessione originale e parallela rispetto a quella di Illich, che certamente la ha arricchita ma non determinata, talmente essa è legata a esperienze di vita personali, in particolare l’aver vissuto dall’interno la mutazione antropologica avvenuta in quegli anni nelle borgate romane. Esperienza questa marcata con un forte senso di solitudine nel silenzio generale di fronte alle sue denunce accorate.

Critica della società industriale e della conseguente mutazione antropologica

Sia Illich che Pasolini furono fra i primi -e i pochissimi- che si erano resi conto che la società industriale, che stava vivendo, negli anni precedenti il 1975, “i trenta gloriosi” del capitalismo[27], con la sua progressiva concomitante cancellazione dei limiti (sociali ed etici) che le società tradizionali si erano date nel tempo nei vari campi del vivere, eliminazione già denunciata nell’opera di Karl Polanyi[28] (1886-1964), che entrambi infatti citano, aprendo il campo al debordare del ‘mercato’ nella vita delle società. Il mercato illimitato, accompagnato dalla produzione industriale di massa, aveva indotto il consumismo, origine della mutazione antropologica delle persone, e i due nostri personaggi ne avevano colto le radici nel mutato modo di produzione delle ‘cose’ e quindi nel loro ‘linguaggio’  con la sua modellazione del modo di pensare delle persone[29]. Il progressivo avanzare dell’industrializzazione riduceva infatti progressivamente il campo della produzione dei “beni d’uso”, concepiti e realizzati per uno specifico uso personale, e propria dell’homo faber, soppiantata da quella dei “beni di scambio”, ottenibili con l’uso di denaro dal mercato. Per Pasolini in particolare questo implicava anche una decadenza estetica, aspetto importante per il suo temperamento di artista.

Nella prefazione all’edizione italiana del suo libro Disoccupazione Creativa, che Illich considera un post-scriptum de La Convivialità, egli scrive (pag.13)[30]

Nell'ultimo decennio ho preparato e pubblicato un certo numero di saggi (1) sul modo di produzione industriale. Durante questo periodo mi sono soprattutto occupato dei processi attraverso i quali una crescente dipendenza da beni e servizi prodotti in serie elimina a poco a poco le condizioni necessarie per una vita conviviale. Ciascun saggio, nell'esaminare un settore diverso della crescita economica, dimostra una regola generale: i valori d'uso vengono ineluttabilmente distrutti quando il modo di produzione industriale raggiunge quel predominio che io ho chiamato monopolio radicale. Questo saggio e quelli che lo precedono descrivono in che modo la crescita industriale produce la versione moderna della povertà.

Da parte sua Pasolini nella Lettera luterana a Italo Calvino del 30 ottobre 1975, cioè alla immediata vigilia della sua morte, scrive (pag.201)[31]:

…c’è una fonte di corruzione ben più lontana e totale.(…) E’ cambiato il “modo di produzione” (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo modo di produzione” ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una “nuova cultura”; modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura” ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia”[32].

Pochi giorni dopo aver scritto questo articolo, egli riprendeva il tema nel testo preparato per il suo programmato intervento al Congresso del Partito Radicale, testo che venne letto perché nel frattempo Pasolini era stato assassinato. Nel paragrafo quinto di questo testo egli affronta il tema della temuta irreversibilità di questa mutazione:

Tutti sanno che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli "sfruttati") producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali).

Gli "sfruttatori" della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali).

Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente.

In fondo il "rapporto sociale" che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali" che si sono dimostrati ugualmente modificabili.

Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali"immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia.

Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo[33] (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.

In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

La mutazione antropologica[34]

Anche Illich ha parlato di avvenuti mutamenti antropologici; l’homo oeconomicus in primo luogo, ma anche l’homo trasportandus, che ha perso l’uso dei piedi, suo naturale strumento di locomozione, l’homo educandus ….[35] La sua attenzione si concentra soprattutto sugli strumenti che l’uomo usa come supporto per la produzione delle “cose” e che, anche per lui, causano una modifica del modo di pensare.[36] Ricordiamo brevemente che per Illich la parola strumento indica <<Ogni oggetto assunto come mezzo di un fine>> e <<ogni mezzo concepito apposta per un fine è uno strumento ragionato ( … ) la categoria degli strumenti abbraccia tutti i mezzi ragionati dell’azione umana, la macchina e il modo di impiegarla, il codice e il suo singolo operatore.>>[37] .Così egli scriveva:

<<Il modo di produzione industriale afferma il proprio dominio non soltanto sulle risorse e sulle attrezzature, ma anche sull’immaginazione e sui desideri d’un sempre maggiore numero di individui. E’ il monopolio radicale generalizzato, non più quello di un singolo ramo di industria ma quello del modo di produzione industriale. Si può dire che l’uomo stesso è industrializzato. (…) Il consumatore-utente integrale, l’uomo pienamente industrializzato, non ha infatti altro di suo se non ciò che consuma. ( … ) Assoggettato al monopolio di un unico modo di produzione, l’utente ha perduto ogni senso della pluralità dei modi di avere.>> (La Convivialità, pag.116,117)

Un processo irreversibile?

Circa l’interrogativo di Pasolini sulla irreversibilità della mutazione avvenuta (timore di cui abbiamo visto sopra), Illich pensava che per cancellarla fosse necessaria una non facile “ricostruzione conviviale”:

La soluzione della crisi esige un radicale rovesciamento: solo ribaltando la struttura profonda che regola il rapporto tra l’uomo e lo strumento potremo servirci degli strumenti che sappiamo costruire. ( … ) L’uomo ha bisogno di uno strumento col quale lavorare, non di una attrezzatura che lavori al suo posto. ( … ) Io credo che occorra invertire radicalmente le istituzioni industriali, ricostruire la società da cima a fondo. ( … ) Intendo per il contrario della produttività industriale.>> (La Convivialità, pagg.25 e 26)

Cioè lo strumento deve tornare a servire l’uomo e non viceversa, come invece è avvenuto. Per Illich la ricostruzione conviviale suppone lo smantellamento dell’attuale monopolio della produzione industriale ma non la soppressione di qualunque produzione industriale, cosa che paradossalmente Pasolini aveva invece auspicata una volta che la classe operaia avesse recuperato la proprietà dei mezzi di produzione, pur nella consapevolezza che ciò non sarebbe poi stato possibile fare perché la stessa classe operaia era mutata divenendo consumista. Forse una reminiscenza della lotta dei luddisti inglesi?

Pasolini si rendeva fra l’altro conto, come del resto Illich, che la storia non è progresso continuo e inarrestabile, e che tutto ciò che è nuovo non è automaticamente migliore del vecchio, come pensa erroneamente il tipico militante di sinistra ma anche l’uomo comune odierno, assoggettato al messaggio pubblicitario.[38]

<comunque, si vada avanti.[39] Assai spesso sia l’individuo che le società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata ( … ) La regressione e il peggioramento non vanno accettati profondamente: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile. Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro tale degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne e ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te.>> [40] \

Naturalmente però, come dice ancora a Gennariello, questo non significa che nel passato tutto fosse più bello:

Capirai piano piano, nel corso di queste lezioni, caro Gennariello, che malgrado l’apparenza questi miei discorsi non sono affatto lodi del tempo passato (che io, in quanto presente, non ho del resto mai amato)[41].

Sia Pasolini che Illich, non fosse altro per realismo ma anche per consapevolezza, non sognano un ritorno al passato. Combattono contro l’idea che un diverso processo storico avrebbe potuto conservare certi valori comunitari e evitare certe degradazioni accettate come inevitabili dai suoi fautori autodefiniti “realisti”.

Molto ci sarebbe ancora da dire e forse lo farò in seguito.

Termino con una nota sulla critica al sistema scolastico. E’ certo che sia Illich che Pasolini sono stati critici radicali del sistema esistente, ma contrariamente a quanto si legge spesso, i due non coincidevano sulla soluzione, e Pasolini lo fa notare a un suo interlocutore che aveva affermato l’analogia esistente fra il pensiero dei due. In realtà la critica di Illich è rivolta al concetto stesso della dinamica maestro-discepolo, mentre Pasolini auspica la modifica dei contenuti del sistema scolastico a lui contemporaneo (chi sa oggi !?). Egli invoca la chiusura a tempo di tale sistema scolastico in attesa di una sua profonda riforma. Ma anche questo sarebbe un tema da approfondire in seguito.

Aldo Zanchetta

 

 



[1] La parola modernità è fonte di equivoci per il diverso significato nel linguaggio corrente e in quello storico-filosofico. Così nell’Enciclopedia Treccani viene definita come <<Carattere di ciò che appartiene ai tempi più recenti. Riferito a persone o a manifestazioni, indica adesione allo spirito e al gusto dei tempi, e quindi originalità ed emancipazione dalla tradizione.>> mentre nel Dizionario Filosofico Treccani si legge: <<Complesso delle caratteristiche, della struttura e dei processi della società moderna. Quando, con questo termine, si fa riferimento al percorso temporale e strutturale grazie al quale le società ‘moderne’ hanno acquisito le loro caratteristiche, ossia quelle del mondo occidentale industrializzato, allora il significato del concetto viene a coincidere con quello di ‘modernizzazione’. Quando invece il concetto di m. viene riferito al complesso delle modalità o delle qualità dell’esperienza sociale moderna, il suo significato viene a coincidere con quello di ‘modernismo’ estetico. Un terzo, più recente significato del concetto di m. è quello di ‘progetto storico’ proposto da Habermas, che ne fissa l’inizio con l’Illuminismo e con l’autonomia della ragione, illustrandone lo sviluppo storico …>>.

[2] Mitmenschlichkeit : compassionevili,umanamente solidali

[3] «L’austerità virtuosa non esclude il diletto, ma ciò che è superfluo e smodato: così le si addice l’affabilità, che il filosofo chiama amicizia, eutrapelia, serenità dell'animo». (nota nell’originale)

[4] Per inciso la prima edizione italiana de La Convivialità è appunto del 1974 e la citazione di Pasolini sopra riportate è del 75.

[5] Scritti Corsari e Lettere Luterane che qui citiamo nelle edizioni Garzanti del 2009 e del 2007 rispettivamente.

[6] Titolo di un libro molto in auge scritto dall’economista Jean Fourastié.

[7] Autore del fondamentale La grande trasformazione (Prima edizione originale nel 1944: The great Transformation).

[8] Per quanto riguarda Pasolini importante la lettura delle tre ‘lettere’ a Gennariello (L.L. , pagg. da 50 a 60).

[9] Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi di mercato e il diritto all’impiego. Prima edizione italiana 1978. Il riferimento alle pagine è relativo all’edizione Boroli Editore del 2005.

[10] Ci riferiamo all’edizione Garzanti del 2009.

[11] Come ogni pensatore di spessore anche Pasolini dava un suo particolare significato a parole di uso comune e occorrerebbe qui approfondire cosa egli intendeva per ‘borghyesia’.

[12] L’uso del concetto tecno-fascismo non è corretto storicamente ma esso è funzionale agli scopi dell’autore Poiché la società del suo tempo si dichiarava avverso al fascismo, dando una connotazione fascista al consumismo egli sperava di generare avversione a questo (Oliver Rey), (da completare il riferimento)

[13] Il nuovo tipo d’uomo, il borghese, ha la stessa biologia dell’uomo del passato, ma non la stessa coscienza. D’altro lato, perché, sebbene nella società di oggi, grazie allo sviluppo tecno-scientifico, si sia in grado di manipolare la biologia e la fisiologia dell’uomo, tale manipolazione non è però quella di cui parla Pasolini, che si riferisce ad un campo semantico molto diverso: un mutamento nell’antropologia, che non dipende da una manipolazione biologica, fisiologica, genetica o neuronale, ma culturale, Sollazzo riferim-

[14] «Chi ha manipolato e radicalmente (antropologicamente) mutato le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo potere che mi è difficile definire, ma di cui sono certo che è il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze. Dunque sotto le scelte coscienti, c'è una scelta coatta, ormai comune a tutti gli italiani: la quale ultima non può che deformare la prima» (Citato da Aldo Zanchetta: Ripensare il mondo con Ivan Illich a cura di Gustavo Esteva; p.144)

[15] L'ideologia che presiede all'organizzazione industriale degli strumenti e all'organizzazione capitalista dell'economia nacque vari secoli prima della cosiddetta Rivoluzione industriale. Fin dall'epoca di Bacone, gli europei cominciarono a compiere delle operazioni che discendevano da uno stato d'animo nuovo: guadagnare tempo, restringere lo spazio, accrescere l'energia, moltiplicare i beni, spregiare le norme della natura, prolungare la durata della vita, sostituire gli organismi viventi con meccanismi in grado di simularne o ampliarne una particolare funzione. Simili imperativi sono divenuti i dogmi della scienza e della tecnica nelle nostre società; non hanno valore di assiomi solo perché non vengono sottoposti ad analisi. Lo stesso mutamento di stato d'animo si manifesta nel passaggio dal ritmo rituale alla regolarità meccanica: si mette l'accento sulla puntualità, sulla misurazione dello spazio, sul computo dei voti, sì che oggetti concreti e fatti complessi vengono trasformati in quanta astratti accumulabili, equiparabili e interscambiabili. Questa passione capitalista per un ordine ripetitivo ha minato l'equilibrio qualitativo tra l'operaio ed i suoi semplici strumenti.

L'emergere di nuove forme di energia e di potere ha cambiato il rapporto che l'uomo aveva col tempo. Il prestito a interesse era condannato dalla Chiesa come una pratica contro natura: il denaro era, per natura, un mezzo di scambio che serviva ad acquistare il necessario, non un capitale in grado di lavorare o portare frutti.

[16] A maggior chiarimento (pag.41) vedi la nota 1 in calce.

[17] Vedi J.C.Michea, I misteri della sinistra (completare)

[18] C’è stata una certa illusione alcuni anni fa – una delle tante stupide illusioni di alcuni anni fa – che la razza>> umana – appunto attraverso la scienza medica e il miglior nutrimento – migliorasse: che i ragazzi fossero più forti, più alti ecc. Breve illusione. La nuova generazione è infinitamente più debole, brutta,triste, pallida, malata di tutte le precedenti generazioni che si ricordino. L.L. pag 72

[19] Paragrafo quarto. Come parleremo. Parte del dialogo con Gennariello, L. L. pagg.39,40

[21] <> Gustavo Buratti, Pasolini - Storia900BiVc www.storia900bivc.it/pagine/editoria/buratti394.html

[22] La parola modernità è fonte di equivoci per il diverso significato nel linguaggio corrente e in quello storico-filosofico. Così nell’Enciclopedia Treccani viene definita come <<Carattere di ciò che appartiene ai tempi più recenti. Riferito a persone o a manifestazioni, indica adesione allo spirito e al gusto dei tempi, e quindi originalità ed emancipazione dalla tradizione.>> mentre nel Dizionario Filosofico Treccani si legge: <<Complesso delle caratteristiche, della struttura e dei processi della società moderna. Quando, con questo termine, si fa riferimento al percorso temporale e strutturale grazie al quale le società ‘moderne’ hanno acquisito le loro caratteristiche, ossia quelle del mondo occidentale industrializzato, allora il significato del concetto viene a coincidere con quello di ‘modernizzazione’. Quando invece il concetto di m. viene riferito al complesso delle modalità o delle qualità dell’esperienza sociale moderna, il suo significato viene a coincidere con quello di ‘modernismo’ estetico. Un terzo, più recente significato del concetto di m. è quello di ‘progetto storico’ proposto da Habermas, che ne fissa l’inizio con l’Illuminismo e con l’autonomia della ragione, illustrandone lo sviluppo storico …>>.

[23] Mitmenschlichkeit : compassionevili,umanamente solidali

[24] «L’austerità virtuosa non esclude il diletto, ma ciò che è superfluo e smodato: così le si addice l’affabilità, che il filosofo chiama amicizia, eutrapelia, serenità dell'animo». (nota nell’originale)

[25] Per inciso la prima edizione italiana de La Convivialità è appunto del 1974 e la citazione di Pasolini sopra riportate è del 75.

[26] Scritti Corsari e Lettere Luterane che qui citiamo nelle edizioni Garzanti del 2009 e del 2007 rispettivamente.

[27] Titolo di un libro molto in auge scritto dall’economista Jean Fourastié.

[28] Autore del fondamentale La grande trasformazione (Prima edizione originale nel 1944: The great Transformation).

[29] Per quanto riguarda Pasolini importante la lettura delle tre ‘lettere’ a Gennariello (L.L. , pagg. da 50 a 60).

[30] Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi di mercato e il diritto all’impiego. Prima edizione italiana 1978. Il riferimento alle pagine è relativo all’edizione Boroli Editore del 2005.

[31] Ci riferiamo all’edizione Garzanti del 2009.

[32] Come ogni pensatore di spessore anche Pasolini dava un suo particolare significato a parole di uso comune e occorrerebbe qui approfondire cosa egli intendeva per ‘borghyesia’.

[33] L’uso del concetto tecno-fascismo non è corretto storicamente ma esso è funzionale agli scopi dell’autore Poiché la società del suo tempo si dichiarava avverso al fascismo, dando una connotazione fascista al consumismo egli sperava di generare avversione a questo (Oliver Rey), (da completare il riferimento)

[34] Il nuovo tipo d’uomo, il borghese, ha la stessa biologia dell’uomo del passato, ma non la stessa coscienza. D’altro lato, perché, sebbene nella società di oggi, grazie allo sviluppo tecno-scientifico, si sia in grado di manipolare la biologia e la fisiologia dell’uomo, tale manipolazione non è però quella di cui parla Pasolini, che si riferisce ad un campo semantico molto diverso: un mutamento nell’antropologia, che non dipende da una manipolazione biologica, fisiologica, genetica o neuronale, ma culturale, Sollazzo riferim-

[35] «Chi ha manipolato e radicalmente (antropologicamente) mutato le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo potere che mi è difficile definire, ma di cui sono certo che è il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze. Dunque sotto le scelte coscienti, c'è una scelta coatta, ormai comune a tutti gli italiani: la quale ultima non può che deformare la prima» (Citato da Aldo Zanchetta: Ripensare il mondo con Ivan Illich a cura di Gustavo Esteva; p.144)

[36] L'ideologia che presiede all'organizzazione industriale degli strumenti e all'organizzazione capitalista dell'economia nacque vari secoli prima della cosiddetta Rivoluzione industriale. Fin dall'epoca di Bacone, gli europei cominciarono a compiere delle operazioni che discendevano da uno stato d'animo nuovo: guadagnare tempo, restringere lo spazio, accrescere l'energia, moltiplicare i beni, spregiare le norme della natura, prolungare la durata della vita, sostituire gli organismi viventi con meccanismi in grado di simularne o ampliarne una particolare funzione. Simili imperativi sono divenuti i dogmi della scienza e della tecnica nelle nostre società; non hanno valore di assiomi solo perché non vengono sottoposti ad analisi. Lo stesso mutamento di stato d'animo si manifesta nel passaggio dal ritmo rituale alla regolarità meccanica: si mette l'accento sulla puntualità, sulla misurazione dello spazio, sul computo dei voti, sì che oggetti concreti e fatti complessi vengono trasformati in quanta astratti accumulabili, equiparabili e interscambiabili. Questa passione capitalista per un ordine ripetitivo ha minato l'equilibrio qualitativo tra l'operaio ed i suoi semplici strumenti.

L'emergere di nuove forme di energia e di potere ha cambiato il rapporto che l'uomo aveva col tempo. Il prestito a interesse era condannato dalla Chiesa come una pratica contro natura: il denaro era, per natura, un mezzo di scambio che serviva ad acquistare il necessario, non un capitale in grado di lavorare o portare frutti.

[37] A maggior chiarimento (pag.41) vedi la nota 1 in calce.

[38] Vedi J.C.Michea, I misteri della sinistra (completare)

[39] C’è stata una certa illusione alcuni anni fa – una delle tante stupide illusioni di alcuni anni fa – che la razza>> umana – appunto attraverso la scienza medica e il miglior nutrimento – migliorasse: che i ragazzi fossero più forti, più alti ecc. Breve illusione. La nuova generazione è infinitamente più debole, brutta,triste, pallida, malata di tutte le precedenti generazioni che si ricordino. L.L. pag 72

[40] Paragrafo quarto. Come parleremo. Parte del dialogo con Gennariello, L. L. pagg.39,40