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PERU' - HUGO BLANCO E J.ARGUEDAS

CORRISPONDENZA FRA HUGO BLANCO E JOSÉ MARÍA ARGUEDAS

Dal libro di Hugo Blanco Nosotros los indios, tradotta da Gaia Capogna.

Un documento di alto valore umano, culturale e politico.

<<É stato così.

Da quando conobbi gli scritti di José María Arguedas, mi legai affettivamente a lui.
La sua compagna Sibila andava a far visita ad Antonio Meza, un contadino, combattente armato del Movimiento de Izquierda Revolucionario (MIR), del centro del paese, che si trovava in carcere a Lima. Quando nel 1969 lo trasferirono nell'isola prigione El Frontón, dove io mi trovavo, continuò a visitarlo. A El Frontón c'erano compagni che non ricevevano visite, quindi decidemmo di socializzarle; fu così che io e Sibila ci conoscemmo.

José María pensava che io fossi un importante dirigente della sinistra, con tutta la sufficienza che comporta la parola “importante”. Sibila gli disse che non era così, che io ero una persona comune e corrente. José María decise di regalarmi il suo romanzo Todas las sangres e come dedica pose alcune parole in spagnolo. Sibila mi disse che avrebbe voluto scrivermi qualcosa in quechua, ma che poi si era trattenuto.
Questo fu il motivo per cui gli scrissi in quechua, si emozionò e anche lui mi rispose in quechua. Tramite Sibila mi chiese il permesso di tradurre entrambe le lettere e pubblicarle, gli risposi che anche se quando le avevo scritte non avessi pensato a questo ma a tirar fuori quello che avevo dentro, non c'era nessun problema a renderlo pubblico. Allo stesso modo mi chiese il permesso di farmi visita; io ritenni, come gli scrissi anche nella seconda lettera, che una fugace visita a El Frontón non sarebbe stata soddisfacente per il grande affetto che gli portavo, e Sibila glielo riferì. Comprenderete quanto mi pesi quella mia risposta; ricevette la mia seconda lettera e disse: “ La leggerò lunedì ”, e il venerdì si uccise.
Sibila mi chiese di tradurre quella seconda lettera.

Come vedrete, le parole “tayta” e “taytáy” io le traduco con “padre” e “padre mio”, lui si nega a tradurle perché ritiene che la traduzione non possa riflettere il senso profondo che hanno nel nostro idioma;
“misti” è il non indio, compreso il meticcio che si crede bianco;
“maqt'as” siamo i così chiamati “indios” con il plurale in spagnolo;
“wakchas” sono i poveri con il plurale in spagnolo;
“ hallpando” viene dal verbo quechua “hallpay” che significa “coquear*” che non vuol dire proprio masticare, e che qui ha il gerundio spagnolo.

Nella seconda lettera alludo a una che mandai “Ai rivoluzionari poeti, ai poeti rivoluzionari”, e consegnai alla compagna Rosa Alarco che la inviò a una rivista in Perù e che fu anche pubblicata dal giornale uruguayano Marcha, il cui capo redattore era Eduardo Galeano. Naturalmente mi va benissimo che se un poeta vuole cantare alla rosa, lo faccia. Ma quello che mi stupiva era che i poeti “rivoluzionari” cantassero alla “rivoluzione” in astratto, o ai grandi dirigenti rivoluzionari mondiali e non prestassero attenzione alla lotta quotidiana del mio popolo, che giorno dopo giorno forgiava bei poemi che non trovavano poeta; per questo chiedevo con disperazione che Vallejo resuscitasse, poiché lui cantava alla gente anonima come Pedro Rojas o Ramón Collar, cantava a “Malaga senza padre né madre”, al “padre polvere” delle macerie di Durango.

Gli “araldi verdi” menzionati nel racconto sono una parafrasi degli “araldi neri che ci manda la morte” di César Vallejo.>>

Da Hugo Blanco a José María Arguedas

El Frontón, 14 novembre 1969

Taytáy José María:

Mi ha fatto quasi piangere, oggi, quello che mi ha raccontato tua moglie.
Mi ha detto: “ Ti manda questo (Todas las sangres ); ha scritto molto in quechua e poi, dicendo “potrebbe vergognarsi di me”, si è pentito e ha messo solo queste scarne parole in spagnolo”.
Quando mi ha detto questo, ne ho sofferto; ho quasi pianto:
come è possibile, taytáy, che tra di noi ci si vergogni di comunicare nella nostra lingua così dolce? Quando chiediamo aiuto, mai lo facciamo con parole scarne nella nostra lingua. Forse che a volte si sente dire: “domani devi aiutarmi a seminare perché io ti ho aiutato ieri”? Ahi! Che schifo! Che potrà mai essere questo? Solo i latifondisti ci parlano in questo modo. Forse che tra di noi, tra la nostra gente, ci parliamo così? Molto teneramente ci diciamo: “Signor mio, vengo a chiedere il tuo aiuto; che non sia in altro modo; domani dobbiamo seminare nella gola giù infondo; aiutami dunque uomo gentile, colomba mia, cuore”.
Con queste parole noi chiediamo che ci aiutino. E quando ci incontriamo nei sentieri della puna*, anche se non ci conosciamo, ci salutiamo l'un l'altro; ci offriamo un sorso, un poco di coca; ci domandiamo verso dove stiamo andando; e ci soffermiamo a parlare un poco.

Ed essendo così, credi che avrebbe potuto dispiacermi qualunque cosa mi avessi scritto nella nostra dolce lingua? Forse che il mio cuore non si commuove nel leggere come hai tradotto in spagnolo la nostra lingua perché tutti la possano conoscere e arrivino a comprendere, anche se solo una parte del tanto che la nostra lingua può esprimere? Forse che quando anch'io traduco cose di cui parliamo nella nostra lingua, non mi ricordo di te?
“Scrivi come lui, mi dico, parleranno di me i mistis (dico, unicamente a me stesso, quando cerco di tradurre dal quechua); questo devono ripeterlo bene; devono dire la verità; io non posso parlare in altro modo; dico esattamente quello che scaturisce dal mio cuore e dalla mia bocca” dicendo questo, io penso.
Io non so dire cos'è che penetra in me quando ti leggo, per questo quello che tu scrivi non lo leggo come le cose comuni, e neanche troppo spesso, il mio cuore potrebbe rompersi.
Le mie punas cominciano ad arrivare a me con tutto il loro silenzio, con il loro dolore che non piange, stringendosi al petto, stringendolo. O anche, quando mi ricordi i piccoli ruscelli, comincio a vedere i colibrì, sento come se le piccole sorgenti cantassero! Quante volte ho pensato a te quando ho avuto questi ricordi!
Quanta allegria ti avrebbe dato vederci scendere da tutte le punas ed entrare al Cusco, senza abbassare la testa, senza umiliarci, e gridando strada per strada: “Che muoiano tutti i latifondisti! Che vivano i lavoratori!”. All'udire il nostro grido i “blanquitos*”, quasi avessero visto dei fantasmi, si ritiravano nei loro buchi, come grossi topi.
Dalla porta stessa della Cattedrale, con un altoparlante, gli abbiamo fatto sentire tutto quanto si doveva sentire, la propria verità, quello che non hanno mai udito in spagnolo; glielo abbiamo fatto sentire in quechua. Glielo hanno fatto sentire i maqt'as, quelli che non sanno leggere, che non sanno scrivere, ma che si sanno lottare e sanno lavorare. E hanno fatto quasi esplodere la Plaza de Armas questi maqt'as avvolti nei ponchos.
Ma deve tornare il giorno, taytáy, e non solo come quello che ti sto raccontando, ma più grande. Giorni più grandi arriveranno; tu dovrai vederli. Sono annunciati molto chiaramente. Qui concludo, taytáy, perché altrimenti, non finisco più di scrivere. Ho da risentirmi se non mi invii quello che avevi scritto per me.

Fino a che non ci incontriamo, tayta. Non dimenticarti, dunque, di me.

Hugo Blanco

Da José María Arguedas a Hugo Blanco

Hugo, fratello, caro, cuore di pietra e di colomba:

Forse avrai letto il mio romanzo Los ríos profundos. Ricorda, fratello, il più forte, ricorda. In quel libro non parlo unicamente di come piansi lacrime ardenti; con più lacrime e con più trasporto parlo dei pongos*, dei coloni* dei latifondi, della loro occulta e immensa forza, della rabbia che nel seme del loro cuore arde, fuoco che non si spegne. Quei pidocchiosi, quotidianamente flagellati, obbligati a leccare terra con le loro lingue, uomini disprezzati dalle stesse comunità, loro, nel romanzo, invadono la città di Abancay senza temere la mitraglia e le pallottole, vincendole.
Così si impongono al gran predicatore della città, al prete che li guardava come fossero pulci; vincendo pallottole, i servi obbligano il prete a dire messa, a cantare in chiesa; gli si impongono con la forza. Nel romanzo immaginai questa invasione con un presentimento: gli uomini che studiano i tempi che verranno, quelli che s'intendono di lotte sociali e di politica, quelli che possano comprendere cosa significhi questa rivolta della presa della città che ho immaginato. Come, con il sangue quanto più bollente si ribellerebbero questi uomini se non perseguissero unicamente la morte della madre della peste, del tifo, ma quella dei latifondisti, il giorno che arrivassero a vincere la paura, l'orrore che li possiede! “Chi riuscirà a fargli vincere quel terrore nei secoli plasmato e alimentato, chi? In qualche parte del mondo c'è quell'uomo che li possa illuminare e salvare? Esiste o non esiste? Cazzo, merda!”, dicendo questo, come te, piangevo fuoco, aspettando, da solo.
I critici letterari, i più rinomati, non riuscirono al principio a scoprire l'intenzione finale del romanzo, quella che misi nel suo midollo, nel mezzo stesso della sua corrente.
Fortunatamente uno, solo uno, lo scoprì e lo proclamò, molto chiaramente.
E poi fratello? Non fosti tu, tu stesso a capitanare quei “pulciosi” indios di latifondo, tra i calpestati i più calpestati uomini del nostro popolo; degli asini e dei cani i più frustati, quelli a cui si sputa col più sudicio sputo? Convertendoli nei più coraggiosi tra i coraggiosi, non gli desti forza, non ti avvicinasti alla loro anima? Innalzandogli l'anima, quell'anima di pietra e di colomba che avevano, che stava aspettando nel più puro del seme del cuore di quegli uomini, non prendesti Cusco come mi dici nella tua lettera, e dalla porta stessa della Cattedrale, gridando e apostrofando in quechua, non spaventasti i latifondisti, non facesti in modo che andassero a nascondersi nei loro buchi come grossi sorci malati nelle budella? Facesti correre quei figli e pupilli dell'antico Cristo, il Cristo di piombo. Fratello, caro fratello, come me dal volto con qualcosa di bianco, dall'intenso cuore indio, lacrima, canto, ballo, odio.
Io, fratello, so piangere solo lacrime di fuoco; ma con quel fuoco ho purificato un poco la testa e il cuore di Lima, la grande città che negava, che non conosceva bene suo padre e sua madre; le ho aperto un poco gli occhi, gli occhi degli uomini del nostro popolo, glieli ho puliti un poco perché vedano meglio. E nei paesi che chiamano stranieri credo d'aver innalzato la nostra vera immagine, il suo valore, il suo vero grande valore, credo d'averlo innalzato abbastanza e con luce sufficiente perché ci apprezzino, perché sappiano e perché possano desiderare la nostra compagnia e la nostra forza; perché abbiano pietà di noi come del più orfano tra gli orfani; perché non si vergognino di noi, nessuno.
Queste cose, fratello, che aspettarono i più derisi tra la nostra gente, queste cose abbiamo fatto; tu una cosa e io l'altra, Hugo, fratello, uomo di ferro che piange senza lacrime; tu, così simile, così uguale a un comunero*, lacrima e acciaio.
Ho visto una tua foto in una libreria del quartiere latino di Parigi; mi sono riempito d'allegria vedendoti con Camilo Cienfuegos e il “Che” Guevara.
Ascolta, ti sto per confessare qualcosa in nome della nostra amicizia personale appena iniziata: ascolta, fratello, al solo leggere la tua lettera ho sentito, ho saputo che il tuo cuore era tenero, è fiore, tanto come quello di un comunero di Puquio, i più simili a me. Ieri ho ricevuto la tua lettera: ho passato la notte intera, prima camminando, poi inquietandomi con la forza dell'allegria e della rivelazione.
Io non sto bene, non sto bene: le mie forze scemano. Ma se ora muoio, morirò più tranquillo. Quel giorno bello che verrà e del quale parli, quello in cui i nostri popoli rinasceranno, viene, lo sento, avverto nella pupilla dei miei occhi la sua aurora, in quella luce cadere goccia a goccia il tuo dolore ardente, goccia a goccia senza finire mai. Temo che quest'aurora costi sangue, molto sangue. Tu sai e per questo apostrofi, gridi dal carcere, consigli, cresci. Come nel cuore dei runas*che hanno avuto cura di me quando ero bambino, che mi hanno allevato, c'è odio e fuoco in te contro i latifondisti di ogni sorta; e per quelli che soffrono, per quelli che non hanno né casa né terra, i wakchas, hai petto di calandria*; e come l'acqua di alcune sorgenti purissime, amore che rafforza fino a rallegrare i cieli. E tutto il tuo sangue ha saputo piangere, fratello. Chi non è capace di piangere, e più ancora ai nostri tempi, non sa dell'amore, non lo conosce. Il tuo sangue già è nel mio, come il sangue di don Victo Pusa, di don Felipe Maywa, don Victo e don Felipe mi parlano giorno e notte, costantemente piangono dentro la mia anima, mi rimproverano nella loro lingua, con la loro grande saggezza, con il loro pianto che copre distanze che non possiamo calcolare, che arriva oltre la luce del sole. Loro, ascolta Hugo, mi hanno cresciuto, amandomi molto, perché essendo figlio di misti, vedevano che ero trattato con disprezzo, come un indio. In loro nome, ricordandoli nella mia propria carne, scrissi quello che ho scritto, imparai tutto quello che ho imparato, superando barriere che a volte sembravano insuperabili. Ho conosciuto il mondo. E anche tu, credo che in nome di runas come loro, sai essere fratello di chi sa essere fratello, simile a te, di colui che sa amare.
Fino a quando e fino a dove scriverti? Già non potrai dimenticarmi, quand'anche la morte mi afferri, ascolta, uomo peruviano, forte come le nostre montagne dove la neve non si scioglie, che il carcere rafforza come pietra e come colomba. Ho qui quello che ti ho scritto, felice, in mezzo alla grande ombra delle mie mortali sofferenze. A noi non ci raggiunge la tristezza dei mistis, degli egoisti; ci arriva la tristezza forte del popolo, del mondo, di quelli che conoscono e sentono l'aurora. Così la morte e la tristezza non sono né morire né soffrire. Non è vero fratello?

Ricevi il mio cuore.

José María


Da Hugo Blanco a José María Arguedas

El Frontón, 25 novembre 1969

Padre mio! Padre mio José María:

Ogni volta che mi parlano di te fanno piangere il mio cuore, per una cosa o per l'altra.
La volta passata perché pensasti che avrei criticato la tua intenzione e ora, perché essendo malato vuoi venire. Padre mio! Quanto sta desiderando incontrarsi con te il mio cuore! Quanto desiderano i miei occhi guardare il mio grande padre!
Incontrarsi con te, padre mio, cosa sarebbe!
Da molto prima sapevo che eravamo un solo cuore, non solo da quando ho letto Los ríos profundos; leggendo ogni cosa che scrivi, guardando ogni cosa che fai, si avverte il tuo essere indio. Avevo bisogno d'aspettare quello che avrebbero detto i critici?
Che dicano quello che gli pare questi mistis; il mio cuore vede il tuo in quello che scrivi, lì appari come in acqua chiara. Per questo, padre, incontrarmi con te, che sarebbe! Neanche in tutto l'anno finiremmo di raccontarci. E questo non è possibile durante la visita. Non dura neanche due ore. Non basta per raccontarsi niente. C'è molta gente si affaccenda come nei mercati dei nostri paesi. E con te, padre mio, non potremmo parlare che dieci minuti. I nostri cuori scoppierebbero. Avendo tanto da raccontarci, avendo tanto di cui parlare! Noi dobbiamo parlare con calma, come uomini seri; sedendoci tranquilli, il cuore placido, hallpando la nostra coca, fumando da una sola sigaretta, lasciando che lo sguardo si perda sui monti lontani. Qui non sarebbe così, padre. Così come non posso leggere frequentemente i tuoi scritti, per la stessa ragione non potrei incontrarmi frequentemente con te. Nonostante ciò, ti farò chiamare un giorno, padre; quando ci sarà un poco di calma; almeno per contemplare il tuo venerato volto, almeno per stringere il tuo cuore al mio.
Fino a che non arrivi quel giorno, ti scriverò ogni volta in questo modo, aprendo il mio cuore al tuo. Come se nel periodo del grano, tra il sussultare delle stoppie, guardando le stelle, ci stessimo raccontando quello che abbiamo vissuto, quello che pensiamo; sarà così padre, uguale, non ti affliggere, non piangere. Per quanto possiamo essere lontani, siamo lo stesso cuore.
Conosco bene il tuo cuore, padre, anche da prima che mi scrivessi. Ti ho detto, come in acqua cristallina il tuo cuore traspare da quello che scrivi. Non so cosa ci vedano i mistis; perché si dica: “Quello è un buon critico” parlano di questo e di quello. É impossibile che loro vedano il tuo cuore anche se glielo stai mostrando. Il misti è misti, padre. Quanto ad essere buone persone, alcuni sono realmente buone persone, non li sto insultando. Però il tuo cuore, solo i tuoi consimili indios lo vediamo bene. I mistis, anche quando sono buone persone, per quello, sono ciechi che guardano. Loro non singhiozzano tremanti come noi nel leggere i tuoi scritti. Impossibile, padre, il misti è misti.
Padre mio, ho qualcosa da dirti; forse quando ho parlato dei poeti avrai detto: “Anche a noi si sta riferendo questo cholo*!” No, padre, assolutamente no. Forse che nel tuo romanzo Los ríos profundos non racconti in modo incantevole la storia di nostra madre chichera*? E forse leggendola non ho pianto in silenzio nel mio angolo del carcere di Arequipa? E dicevo di te: “Non parla della lotta dell'uomo comune?” E non solo questo, padre. A te, quando ero nel carcere di Arequipa, ti conobbi bene. E al conoscerti dissi: “É successo, cazzo, ora l'indio stesso sta parlando!” Così ti vidi.
Ma da prima, dalla mia infanzia provai rispetto per i signori mistis quando scrivevano a favore dell'indio. Per questo motivo, malgrado siano mistis, rispetto molto questi signori: Clorinda Matto, Ciro Alegría, Jorge Icaza, Enrique López Albújar. Questi signori hanno posto il seme nel mio cuore quando ero solo un ragazzo, anche loro hanno contribuito a far ribollire il mio sangue, mi fecero vedere quello che non vedevo.
Inoltre, per questo motivo rispetto mio fratello, lui mi fece conoscere quello che scrissero quei signori, lui stesso scrisse un poco in gioventù.

Per via di quella mia esperienza, ti dico padre: quello che scrivi non è solo per far capire ai non-indios di tutte le nazioni che noi siamo gente; non è solo questo, padre. Addolcisce il cuore del nostro proprio popolo, lo risveglia. Certo che tu ancora non vedi dove arriva il seme che spargi. Chi sa in quali giovani cuori sta germogliando magnificamente questo seme. Così come Ciro Alegría, Icaza, non seppero che nel mio cuore io innaffiavo il loro seme. Loro, pur essendo mistis, seminarono bene perché maturasse in lotta. E come può non maturare in forma preziosa quello che tu come indio semini?

Perché tu conosca la mia radice, la radice germogliata dalla nostra propria terra, ti invio questa storia su mio padre Lorenzo.
Questo non è un racconto, padre; ti narro cose realmente accadute, anche i nomi sono veri.

É da tempo che volevo raccontare di questo grande uomo, perché tutti vedano la forza della nostra radice india. Solo il tempo mi mancava per farlo. Ma ora, sapendo che sei malato, mi sono detto: “Questa volta lo faccio, per mandarlo a mio padre José María; perché almeno con questo si rallegri durante la sua malattia, perché si rallegri con la nostra triste allegria”. Dicendo così, padre, l'ho scritto velocemente e ora te lo sto inviando con tutto il mio cuore.

Fino alla prossima volta padre, sangue del mio sangue, pena della mia pena, allegria della mia allegria. Se solo fosse per me, mai terminerei questa lettera, avendo tante cose da dirti.

Fino alla prossima volta padre,

Hugo Blanco

Annesso alla lettera

Il maestro
(questo testo fu inviato a José María Arguedas insieme alla lettera precedente, quattro giorni prima dello sparo che mise fine alla sua vita. Quello che si sa è che la lettera fu ricevuta e non letta, o letta a metà)

Le foglie di senape silvestre appena saltate le chiamiamo “yuyu hauch'a”.
A noi piacciono molto, malgrado evochino la morte nella sua causa più diffusa e taciuta: la fame.
Quando arriva la fame, divora fave, mais, patate, chuño (patata ghiacciata e disidratata); non lascia niente all'indio, solo queste foglie, e senza strutto, senza cipolla, senza aglio, perfino senza sale. Dopo tante e tante di queste foglie, arriva la morte, sono i suoi “araldi verdi”. Arriva la morte con differenti pseudonimi in spagnolo e in quechua: tubercolosi, anemia perniciosa, polmonite, pujiu (sorgente), wayra (vento), layqa (stregoneria). La si chiama con i suoi pseudonimi perché il suo vero nome è una brutta parola: fame.
Ma il yuyu hauch'a non ne ha colpa, per questo ci piace tanto. Non dico che sia saporito, non mi intendo di queste cose; già mi sono sbagliato con il chuño, io dicevo che era molto buono e quelli che se ne intendono affermano che è insipido. Per questo io dico solo che a noi piace tanto malgrado ci ricordi la fame. Quei periodi di fame durante i quali a volte i gringos (così buoni loro!) ci mandano in elemosina mais con larve e “latte” in polvere; che arrivano in parrocchia, al municipio o al governatorato, e da lì passano a servire da cibo per i maiali dei possidenti.
Io non chiedo che ci distribuiscano quell'elemosina, io esigo che ci restituiscano quello che è nostro perché non ci sia fame. Fu mio cugino, Zenón Galdos, che chiese che fosse distribuita; gli costò caro; per averlo chiesto, il signor Araujo, sindaco di Huanoquite, lo uccise d'un colpo. Il signor Araujo non è in carcere, è di buona famiglia.

Una domenica del mille novecento quaranta e rotti, assaporando la mia porzione di yuyu hauch'a, conversavo con la contadina che lo vendeva, seduta nel fango del mercato di San Jerónimo, Cusco. Parlavamo del tema del giorno: le scosse di terremoto. Lei mi spiegò la loro origine: erano state mandate come castigo perché gli indios del ayllu* si erano ribellati contro i padri domenicani del podere “Pata-pata”. Lo aveva detto il signor curato durante la messa di quella mattina:
“Il demonio non è morto, sta nel ospedale del Cusco”. Il signor curato non aveva detto che la morte del “demonio” era la condizione perché cessassero le scosse, la contadina lo aveva inteso così per conto suo.

“Morirà?”
“Sicuro, dicono che stia molto male, tutto questo è per colpa sua....”.

Lei non voleva le scosse di terremoto né voleva finire all'inferno, per questo le sue parole condannavano il “demonio”. Ma il suo volto, la sua voce, il fango su cui stava seduta, il yuyu hauch'a, il suo cuore: tutto questo era di terra, di terra come il “demonio” che stava all'ospedale, di quella terra che gridava silenziosamente il suo disperato desiderio, che il “demonio” si salvasse.
E Lorenzo Chamorro si salvò. Si salvò a metà perché rimase invalido.
Il medico gli disse: ”Solo un indio come te poteva rimanere vivo con sei buchi nelle budella; quello che ti ha fregato è che una pallottola ti ha danneggiato la colonna vertebrale”.

E così lo conobbi tempo dopo, già nel suo angolo, cispe, sudiciume, grucce, poncho grande, voce vibrante, occhi di fuoco.
Lo guardai e seppi che era vero che produceva scosse di terremoto: il mio sangue tremava, i miei secoli tremavano quando mi avvicinai ad abbracciarlo.

“ Tayta, raccontami”.

E mi disse cose che già sapevo: che il latifondo “Pata-pata” dei domenicani continuava a sottrarre terre alla comunità, che la comunità aveva i titoli di proprietà, che la giustizia non arrivava mai, che i contadini avevano organizzato il sindacato, che lui era il segretario generale, che avevano cercato di corromperlo, che non aveva ceduto; che lo avevano minacciato, che non aveva ceduto; che mentre stavano lavorando la terra contesa erano arrivati il priore del Convento di Santo Domingo e i suoi sgherri; che, siccome gli sgherri non lo conoscevano, il priore lo aveva indicato con la stessa mano con la quale consacra il Santissimo; che allora aveva ricevuto i colpi da uno degli sgherri.

“Tutti i miei compagni si precipitarono per soccorrermi; io gli dicevo: “ No, lasciatemi! Acchiappate lui, acchiappatelo! e, ahi, svenni!”.
Non ci fu carcere per chi ferì l'indio, né indennizzo per l'indio ferito; si capisce, siamo in Perù.
I contadini avevano paura di andare a visitarlo nel suo angolo d'invalido, era pericoloso, compromettente. Però le contadine andavano. “Solo a visitare sua moglie”. Fino a quando il signor curato lo scoprì e dovette spiegare dal pulpito:

“Figli miei, il Signore ha perdonato questo paese ma voi state abusando della sua bontà, le vostre donne continuano a far visita a casa del demonio. Cadrà pioggia di fuoco su San Jerónimo!...”.

Le contadine evitarono la pioggia di fuoco, smisero di andare dalla moglie di Chamorro.

“Mio figlio maggiore piangeva molto mentre suonava la sua chitarra, di pena è morto”.

Io continuai a fargli visita, alla ricerca della pioggia di fuoco, la sentivo, ascoltando storie sconosciute.

“Conosci il monte Picol?”.
“Si, tayta, da Cusco si vede; anche dalla strada che va a Paruro; si vede da molto lontano quel monte”.
“Anche quello volevano toglierci. Mandarono guardie a cavallo. Noi eravamo preparati.

Le guardie non si resero conto che il sentiero si contorceva per rendergli difficile la salita; non videro che i p'atakiskas (cactus) aprivano le loro braccia irte di spine minacciandoli; non notarono l'odio delle pietre, dei ciottoli; non compresero che se la grande ferita rossa del monte prendeva color umano, era per la collera, la santa collera di vedere guardie dove solo avrebbero dovuto esserci uomini.
Improvvisamente alcune pietre si mossero, non erano pietre, erano indios frombolieri come quelli di un tempo, come gli indios di sempre, con le fionde di sempre.
Le fionde delle truppe di Thupaq Amaru, le truppe che lanciano il grido di ribellione. “Warak'as!”.
Ma questa volta i proiettili non erano le pietre indiane. Dinamite!
Si bloccò il cervello delle guardie; prima che si rendessero conto di quello che stava accadendo, i cavalli si ritrovarono su due zampe e loro su quattro, correndo in discesa in mezzo alle esplosioni, senza far caso alle braccia feroci dei p'atakiska che facilmente si staccano dal corpo della pianta e difficilmente dal corpo delle persone o delle bestie.

“Non ritornarono più. Così bisogna combattere, impara, con warak'a e con dinamite; con le astuzie degli indios e con le astuzie dei mistis; bisogna conoscere bene le nostre e le loro”.
“Si, tayta, bisogna conoscere bene le nostre e le loro per combattere meglio”.

E le lezioni continuavano:

“Tocca la mia testa in questo punto. Cosa c'è?”.
“Vuoto, non c'è osso, solo vuoto”.
“Ora ti racconto di questo vuoto. É successo a Oropeza. Noi indios eravamo in causa con il possidente. Lui si procurò dei compari, noi stavamo attenti. Ma una volta abbiamo fatto festa e ci stavamo ubriacando; arrivarono i compari del possidente con l'intenzione di ucciderci a bastonate”.

Gli antichi contendenti, quelli di sempre, quelli di secoli, quelli di tutta la terra: da una parte, “i compari del possidente”, misto di bestie e macchine, come tutti quelli che combattono per il padrone, sia mercenario, mariner yanqui, ranger o crumiro. É l'anti-umanità che ferisce l'uomo. Macchina bestializzata che non pensa. Racchiude dentro sé un fratello, certo; ma, finché non emerge il fratello, è questo: macchina e bestia, fabbricata per ferire l'uomo. Dall'altra, “gli indios”, rappresentanti dell'uomo in generale, al dl là dell'alcool umanizzati dal loro ribellarsi, perché ora solo la ribellione converte l'uomo in uomo. “Gli indios” lottando per l'uomo, per la terra; per la loro terra e per quella di tutti gli uomini.

“Arrivarono improvvisamente. Uno di loro mi afferrò e mi spaccò la testa con un colpo di pala; io caddi morto, ma mi rialzai per dargli una coltellata e di nuovo caddi morto. Dopo non so quanto tempo cominciai a sentire da lontano il rintocco funebre delle campane. “Com'è questo? - dicevo dentro di me – staranno suonando per me o per il cane del padrone?” Poi mi mossi un po', mi svegliai del tutto e mi resi conto di essere vivo. Presto mi tranquillizzai, “per il compare del padrone avranno suonato” mi dissi. Così, quand'anche ti rompano la testa, se devi continuare a lottare, resusciti”.
“Si tayta”.
“Con gli atti giudiziari noi indios non abbiamo mai vinto, dev'essere così, lottando. I giudici, le guardie, tutte le autorità, sono dalla parte dei ricchi. Per l'indio non c'è giustizia. Dev'essere così, lottando”.
“Si, tayta, così lottando”.

Mi raccontò molte altre cose, mi raccontò che le sue ossa non si erano rotte nel saltare dal treno in corsa quando lo portavano prigioniero.

“Racconti ai tuoi professori le cose di cui ti parlo?”.
“Solo ad alcuni, tayta”.
“Cosa ti dicono?”.
“Alcuni mi dicono è così, ti vogliono bene tayta; altri mi dicono sono idee straniere”.
“Cosa vuol dire questo?”.
“Non so, tayta”.

E le lezioni di “idee straniere” continuavano.
Pioggia di fuoco.
Impotente, isolato, rovesciava in me tutto il suo fuoco. Però, a volte, esplodeva:

“Cazzo! Non posso più lottare! Queste maledette gambe non possono più andare per i monti. Le mie mani sono inutili. Non servo più a niente. Non posso più lottare, cazzo!”.
“Si, tayta! Continuerai a lottare! Tu non sei vecchio, tayta; solo i tuoi piedi, solo le tue mani lo sono. Con i miei piedi andrai con i nostri fratelli, tayta; con le mie mani combatterai, tayta; è solo come cambiare poncho. Le mie mani, i miei piedi ti metterai per continuare a combattere. É solo come cambiare poncho, tayta!”.

El Frontón, novembre 1969

1. coquear: succhiare l'acullico (palla di foglie di coca) posto tra la gengiva e la guancia per farne fuoriuscire il succo
2. puna: altipiano andino
3. blanquitos: qui nel senso di padroni, o di “bianchi” in contrapposizione a “indios”
4. pongos: indios del latifondo (hacienda) che, a turno, dovevano servire gratuitamente nella casa del padrone
5. coloni: indios che appartenevano al latifondo
6. comunero: indio libero che vive in una comunità (ayllu) dove la terra viene coltivata in comune
7. runas: termine che in quechua significa persona, qui con il plurale in spagnolo
8. calandria: usignolo americano
9. cholo: indios che sa parlare, scrivere e leggere in spagnolo
10. chichera: meticcia che serve gli avventori delle chicherias (bar popolari dove viene servita la chicha, acquavite ottenuta dalla fermentazione del granturco)
11. ayllu: comunità di indios che lavorano la terra in comune

 

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