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MESSICO - HASTA LA MARE - G:ESTEVA

“HASTA LA MADRE”

 

“Verrà un tempo in cui forgeremo comunità oppure moriremo, impareremo ad amarci l'uno con l'altro oppure moriremo. Sta arrivando rapidamente il tempo in cui i grandi poteri centralizzati non potranno più fare per noi quello che abbiamo bisogno che si faccia. La comunità esisterà di nuovo quando la gente comincerà a fare per ognuno degli altri quello di cui c'è bisogno”. Wendel Berry

 

 

 

GUSTAVO ESTEVA

La Jornada – 2 maggio 2011

 

Quello che ascolto ad ogni passo è la voce di una società in ebollizione che si sta preparando degnamente per il giorno 8 maggio.

 

L'indignazione di noi tutti che siamo “hasta la madre” diventa immaginazione. Arriveremo a Città del Messico uniti e in silenzio e carichi d'iniziativa e proposte.

 

Questa marcia si distingue da quasi tutte le altre per quello che è il suo interlocutore. Invece di chiedere, esigere o reclamare a quelli che stanno in alto, che non vedono né ascoltano, verremo per incontrarci e per intrecciare le nostre pluralità e diversità senza leader, partiti o ideologie. Verremo fiduciosi nella nostra forza e nella nostra capacità di organizzazione per impedire che il paese finisca di disfarsi tra le nostre mani.

 

I “potenti” non accorreranno. Javier Sicilia ha convocato per quel giorno tutti i responsabili dell'attuale disastro. La sua diagnosi demolitrice sul contributo di ognuno di loro a crearlo era accompagnata da una richiesta precisa: che si mettessero d'accordo e stringessero un patto per far fronte all'emergenza nazionale e salvare quello che rimane del paese.

 

È stato chiedere troppo. Alcuni hanno fatto orecchie da mercante. Altri se ne sono lavati le mani. Tutti si sono dimostrati incapaci di cambiare per fare qualcosa per il paese. Sembrano decisi a voler proseguire stupidamente per la loro strada e trascinarci con loro verso l'abisso.

 

Circolano molte idee. La più importante è quella di ricostruirci dal basso, realizzando assemblee in ogni quartiere, in ogni comunità, in ogni municipio, per dotarci delle norme e delle forme d'organizzazione che in ogni luogo si riterranno più adeguate. Ci sono luoghi in cui il tessuto sociale è ancora forte; basta attivarlo e rigenerarlo per assumere pienamente nuove responsabilità autonome come esercizio di sovranità popolare. In molti luoghi, all'estremo opposto, il tessuto sociale si è lacerato completamente, e non ne rimane traccia. Non sarà possibile fare assemblee neanche tra gli abitanti di una strada o tra quelli di un condominio. Ma due o tre vicini potranno organizzare la loro, e con la loro piccola assemblea, che a poco a poco si collegherà con altre, anche loro pianteranno semi per la ricostruzione.

 

Partendo da ciò, faremo quanto segue. Dal tessuto sociale rigenerato faremo valere la nostra forza, il nostro potere politico. Ci aspetta un compito immediato: proteggerci l'uno con l'altro. Questo è stato, qui e ovunque, sempre, il modo per vivere sicuri. Tra vicini di fiducia, uno può sentirsi tranquillo. Da qui cominceremo a trovare compiti degni e riconosciuti per i nostri giovani e così scopriremo e creeremo per loro autentiche opzioni di vita. La sfida di oggi è prima di tutto quella della creatività sociale, delle immaginazioni represse, per aprire da ora una gamma di possibilità per cui possano transitare questi giovani quando non si lasciano inglobare dalla violenza del capitale, dello Stato e dei delinquenti.

 

Vogliamo che i militari tornino nelle loro caserme. Devono smetterla immediatamente con i compiti apertamente illegali che gli hanno ordinato di svolgere, come quelli delle pattuglie che proprio ora il Congresso voleva introdurre per legge. Se da qualche parte c'è chi si sente protetto da loro può sollecitare che rimangano, ma l'ordine deve venire da loro, non dai ridicoli e incompetenti “comandanti in capo”.

 

Molte delle idee che circolano avranno bisogno di tempo e organizzazione. Aiuterà molto sapere che non dobbiamo più sperare che le soluzioni vengano dall'alto. Avremo protezione e opportunità dalla famiglia, dagli amici, dalla comunità, dal tessuto sociale rigenerato col quale staremo ricostruendo il paese. È quello che lo Stato non ci potrà mai offrire.

 

Molte iniziative fanno parte della battaglia della memoria contro l'oblio. Si sta diffondendo il lavoro iniziato a Cuernavaca: ricordare con placche, in ogni piazza centrale di ogni città del Messico, i nostri morti e i nostri desaparecidos. Lo potremo riaffermare in Commissioni Cittadine per la Verità e in Tribunali Popolari sotto il nostro controllo.

 

Arriveremo così al punto in cui la volontà popolare potrà imporsi per rimuovere gli ostacoli lungo il cammino. Potremo allora disfarci di obsoleti apparati dello Stato e di chi li maneggia con tanta incompetenza e uso di corruzione, poiché avremo al loro posto, costruite dal basso, modalità autonome di governo nelle quali la democrazia starà sempre dove deve stare: dove si trova la gente.

 

È l'ora dei poeti. Wendell Berry lo ha appena sottolineato: “Verrà un tempo in cui forgeremo comunità oppure moriremo, impareremo ad amarci l'uno con l'altro oppure moriremo. Sta arrivando rapidamente il tempo in cui i grandi poteri centralizzati non potranno più fare per noi quello che abbiamo bisogno che si faccia. La comunità esisterà di nuovo quando la gente comincerà a fare per ognuno degli altri quello di cui c'è bisogno”.

 

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PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA Parte II

 

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