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BOLIVIA - DOPO IL "GASOLINAZO"

LA BOLIVIA DOPO LA TEMPESTA

Dal sito di Indymedia Italia riportiamo la traduzione italiana del commento di Raul Zibechi sulla situazione boliviana a 3 mesi dal passo falso del governo Morales noto come il "gasolinazo". Il caso boliviano sarà certamente al centro delle anasilisi che saranno discusse nel seminario America Latina ma non solo.organizzato in luglio dalla Fondazione Neno Zanchetta (http://znetitaly.altervista.org/traduz2/zibechi-bolivia.html)

La Bolivia dopo la tempesta 

 

  Raul Zibechi

(6 aprile 2011 - Fonte: FPIF)

 

E’stata causata dall’aumento eccessivo del prezzo dei combustibili. L’evento dimostra le difficoltà di avviare  un modello di sviluppo realmente alternativo, ma rivela anche i limiti dello sforzo dichiarato del governo boliviano di ristabilire e decolonizzare lo stato.

 

L’Istituto Ipsos ha pubblicato un’indagine che dimostra che la popolarità del presidente Evo Morales è scesa dall’84% al 36% nel gennaio del 2011. I risultati sono peggiori per il Vice-presidente Alvaro García Linera il cui livello di gradimento è sceso dal 46%  del novembre 2010 al 29%.

 

All’ex-ministro degli idrocarburi, Andrés Soliz Rada, è stato chiesto “se il ciclo della trasformazione politica ed economica che Evo Morales ha sviluppato nei suoi primi anni di governo si è concluso.” Non è riuscito a dare una risposta completa, ma è stata la prima volta che nel paese andino è stata posta una domanda di questo tipo. Il “gasolinazo”, cioè l’enorme aumento del prezzo dei carburanti decretato alla fine di dicembre e annullato dopo appena cinque giorni per evitare un’insurrezione quasi sicura, è stato un terremoto devastante, sufficiente a  causare una situazione politica radicalmente nuova in Bolivia.

 

Nessuno dei numerosi analisti che tentano di spiegare che cosa è successo è stato capace di prevedere che un governo rieletto appena un anno fa dal 64% dei Boliviani, poteva arrivare ad affrontare una protesta sociale così critica. Inoltre, le regioni dove il presidente aveva vinto con più dell’80% dei voti, erano quelle che si sono mobilitate di più contro la decisione del governo di aumentare i prezzi della benzina. L’altipiano dove vive il popolo Aymara e le zone del Chapare dove si coltiva la coca  ha prodotto azioni collettive, compreso l’attacco a sedi governative  che sono state anche incendiate, sulle quali  si è concentrata la rabbia della popolazione contro le stesse persone che avevano eletto.

 

Un breve consuntivo di quanto è accaduto in quei cinque giorni può fornire una guida a quello che c’è in gioco.

 

L’insurrezione che non finirà

 

A metà dicembre i media hanno cominciato a diffondere annunci ufficiali sulla grande differenza esistente tra i prezzi del carburante in Bolivia e quelli del resto dell’America Latina, che si diceva incoraggiasse il contrabbando e l’esaurimento  della valuta del paese. Il 26 dicembre, mentre Evo Morales era in visita in Venezuela, il Vice presidente Alvaro García Linera ha emesso il decreto supremo 748 che alzava del 72% il prezzo della benzina e ha rivelato così la fragilità del governo.

 

Il 27 dicembre, gli autotrasportatori hanno iniziato un’interruzione del lavoro per 24 ore e le varie associazioni sociali e civili hanno emesso dichiarazioni contro questa misura. Il giorno dopo, anche i minatori di Huanuni hanno deciso di fermarsi per 24 ore. I funzionari governativi hanno stimato che le proteste erano di scarsa entità e isolate e hanno dichiarato che la decisione di aumentare i prezzi del carburante era “irreversibile”. Al suo ritorno, Morales ha annunciato un aumento del 20% dei salari degli insegnanti, degli operatori sanitari, delle forze armate e della polizia. Il 30 dicembre le marce di protesta sono iniziate in tutte le città principali, paralizzando il paese.

 

Le organizzazioni civiche, i consigli di quartiere, i sindacati, e le organizzazioni indigene hanno rigettato il decreto 748. A Cochabamba, hanno dimostrato14.000 persone. A El Chapare i coltivatori di coca che si pensava dessero il loro appoggio incondizionato a Evo e che formavano la sua principale base popolare di supporto, hanno bloccato le strade. Gli autotrasportatori  hanno annunciato un altro fermo, questa volta di 48 ore. Il governo era appoggiato dalla Confederazione degli affari privati della Bolivia e dalla Camera Nazionale del Commercio – che di solito erano suoi oppositori.

 

Imponenti manifestazioni hanno avuto luogo nelle zone minerarie dove l’appoggio al governo è tradizionalmente alto. A El Alto, il bastione dell’Evismo dove Morales ha vinto con l’81% dei voti, una folla della quale faceva parte la leggendaria Federazione dei Consigli di Quartiere (FEJUVE) (Federación de Juntas Vecinales de El Alto)  che provocò l’insurrezione del 2003 contro Ponzalo Sánchez de Lozada e il Centro regionale dei lavoratori, ha assalito le sedi delle organizzazioni che appoggiavano il decreto 748 e anche gli edifici governativi e varie sedi e varie sedi di gruppi affiliati con il Movimento per il Socialismo (MAS).

 

La folla ha bruciato i caselli della strada El Alto-La Paz, una bandiera venezuelana e ritratti di Evo. A La Paz, c’è stata una grande manifestazione di 30.000 persone e attacchi alla polizia che cercava di impedire l’ingresso in Plaza Murillo, dove c’è la sede del governo. Il 31 dicembre, Evo ha partecipato a un’assemblea di coltivatori di coca nella regione del Chapare (Bolivia centrale, n.d.t.) per cercare appoggio, ma invece la gente che si era radunata lì gli ha chiesto di cancellare l’aumento del prezzo del carburante.

 

In un messaggio alla nazione trasmesso due ore prima della fine dell’anno, il presidente ha annunciato la revoca del decreto 748. Ha detto che l’aumento era stato inevitabile, ma che lui  aveva l’obbligo di “governare ubbidendo” e che questa era la ragione della sua marcia indietro. Il 2 gennaio, il vice presidente ha affermato che l’aumento del prezzo dei carburanti era necessario ma che la misura sarebbe stata decisa dopo essersi consultati con i settori sociali perché, “alla lunga questa situazione potrebbe divenire insostenibile.”

 

Il potere delle compagnie petrolifere

 

Gli avvenimenti descritti indicano che se il decreto non fosse stato ritirato, la nazione sarebbe andata verso il suo quarto  crollo sociale da quando c’è stata l’impressionante insurrezione di Cochabamba dell’aprile del 2000 nota come  “Guerra dell’acqua”, che ha costretto il governo di destra a revocare la privatizzazione dell’acqua potabile. Il governo attuale si è lamentato del rifiuto da parte del popolo dell’aumento dei prezzi del carburante, ma non ha aperto un pubblico dibattito su come evitare che l’economia perda 380 milioni di dollari all’anno provenienti dalle sovvenzioni, 150 milioni dei quali sono frutto del contrabbando.

 

Secondo Soliz Rada “Il gasolinazo ha creato il senso che le compagnie petrolifere hanno riguadagnato il dominio della nazione,” neutralizzando e anche capovolgendo l’effetto della nazionalizzazione degli idrocarburi fatta quasi 6 anni fa. L’ex-ministro difendeva i “progressi dello stato” per quanto riguardava l’attività mineraria, come, per esempio: l’installazione di  un impianto di trasformazione del carbonato di litio  e un altro per il rame, l’ingrandimento della raffineria mineraria di Huanuni, una fonderia di stagno e la creazione delle Gold Corporation boliviana  che assicurava allo stato il controllo del prezioso metallo.

 

Tuttavia, tutti i Boliviani sanno che la miniera di George Soros a San Cristobal  dove si estraggono zinco, argento e piombo, genera profitti annuali di miliardi di dollari e versa soltanto 35 milioni di dollari di tasse. L’ex-ministro chiede  che le riserve monetarie di 10 miliardi di dollari, la somma più grande che il paese abbia mai posseduto, vengano usate per le spese correnti (salari e indennità sociali) e non per investimenti strategici di cui la nazione ha bisogno, se si vuole  che il promesso “salto industriale” diventi realtà.

 

Gli specialisti hanno dimestichezza con i dati macroeconomici e anche  la maggior parte della popolazione la capisce e ne discute, e questo limita lo spazio di manovra del governo. L’ex- Vice Ministro delle Terre, Alejandro Almaraz, ha spiegato che le perdite causate dal contrabbando e il denaro speso per i combustibili sono una sciocchezza paragonati al miliardo e mezzo di dollari che la compagnia  statale YPFB ( Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos) si è impegnata a pagare alle compagnie petrolifere per ipotetiche perdite negli investimenti, anche se queste imprese continuano a possedere e a ricavare benefici da questi.

 

Ha denunciato il pagamento di 250 milioni di dollari alla Transredes  transnazionale (è una compagnia boliviana di trasporto di idrocarburi, n.d.t.),  malgrado ci fosse la  prova che questa aveva commesso gravi reati contro lo stato e aveva anche criticato ”i 700 milioni di dollari di benzina  che abbiamo dato  al Brasile ogni anno, e gli  altri prodotti petroliferi che vendiamo loro a causa della mancanza del famoso impianto di separazione annunciato da tempo e che costerebbe soltanto 150 milioni di dollari”.

 

Almaraz ha aggiunto che “i pochi giacimenti petroliferi che attualmente sono in produzione stanno diminuendo e non riescono a produrre abbastanza petrolio per soddisfare il consumo interno.” Invece a maggior parte dei nuovi blocchi di riserve disponibili di petrolio sono stati messi da parte per le stesse compagnie transnazionali che posseggono più dell’80% dei nostri idrocarburi rimanenti. In altre parole, la Petrobras, la Repsol e la Total. Esse si presentano come le principali beneficiarie dell’aumento dei prezzi nazionali, una condizione perché tornino a investire nell’esplorazione di nuovi pozzi.

 

Nel frattempo, il governo non è stato capace di spiegare chiaramente al popolo   le argomentazioni che sono dietro la crisi. Evo ha detto che le donne fanno contrabbando servendosi  dei biberon e gli uomini delle cinture e questo ha soltanto aumentato la rabbia della popolazione.

 

Il dibattito sullo sviluppo

 

Molti analisti insistono sulla necessità di un dibattito aperto sul modello di sviluppo. Il direttore dell’edizione boliviana del mensile Le Monde Diplomatique, Pablo Stefanoni, sembra propendere verso “un nuovo [tipo di sviluppo] che abbia una coscienza ecologica.”

I trotskisti che esercitano un’influenza notevole sui sindacati boliviani, hanno tirato fuori i soliti argomenti ritriti : “Se le compagnie petrolifere non investono perché non ottengono quello che vogliono, l’unica soluzione è nazionalizzarle e farle  controllare dai lavoratori.”

 

Raúl Prada, il precedente vice Ministro della Pianificazione, sostiene che il modo in cui il provvedimento è stato realizzato e l’argomento è stato presentato, mostra che la “logica neo-liberale” continua a operare nel governo malgrado le sonore dichiarazioni anti-colonialiste.

 

Prada afferma che l’economia boliviana è ancora lontana perfino   dalla fase iniziale di un modello alternativo. Questo indica il bisogno di ravvivare “il processo di decolonizzazione, la fondazione di uno stato plurinazionale, comunitario e autonomo, che si ispiri a modelli di civilizzazione antagonisti al capitalismo  che offrano alternative reali alla modernità e allo sviluppo.”

 

Sono senza dubbio belle parole ottime intenzioni. Ma quel discorso, già scritto nella nuova costituzione del 2009, non offre soluzioni specifiche ai problemi urgenti di piccoli paesi dipendenti dell’America Latina. In questo senso i problemi che la Bolivia sta affrontando non sono solo suoi.

 

La Bolivia ha rinforzato il ruolo dello stato in economia, ha applicato caute politiche macroeconomiche e ha cercato di contenere l’inflazione per mezzo della rivalutazione della valuta nazionale. Le riserve accumulate grazie ai prezzi elevati dei prodotti primari e la promozione delle politiche realistiche messe in atto per industrializzarle, non hanno portato ai risultati desiderati e previsti.

L’industrializzazione si sta rivelando un percorso molto più complicato, lungo e ripido del previsto.

 

In effetti l’aumento dei prezzi del carburante che è stato proposto è un’ammissione che senza il “know-how” delle multinazionali gigantesche, sarà quasi impossibile adottare un nuovo modello per aggiungere valore ai prodotti primari, anche avendo sufficienti risorse monetarie per farlo. Questo non è un problema causato soltanto dall’imperialismo, dal capitalismo o dalle multinazionali.

 

Degli esempi ben noti rivelano che il “salto-industriale” normalmente richiede decenni di sforzi congiunti dello Stato e del capitale nazionale e la partecipazione di capitale internazionale. Il Brasile con le sue aziende giganteschi tipo Petrobras, hanno iniziato a percorrere questa strada negli anni ’50 e dopo mezzo secolo hanno appena cominciato a fruttare. Mentre questa non è una regola ferrea, il salto non si può fare nel lasso di tempo di uno o due governi. Ed è ancora meno probabile che ci siano cambiamenti ambiziosi come quelli tentati nella Costituzione boliviana.

 

Oltre a queste difficoltà c’è il fatto che il mondo si trova di fronte a una nuova ondata di inflazione, più grande persino di quella registrata tra il 2003 e il 2008. La FAO ha annunciato di recente che nel mondo i prezzi del riso, del frumento, dello zucchero, dell’orzo e della carne continueranno ad aumentare nel 2011 e supereranno il record registrato nel 2007 e nel 2008. Secondo questa  organizzazione, l’aumento dei prezzi influenzerà più di 80 nazioni ognuna delle quali potrebbe trovarsi di fronte a situazioni simili a quelle recenti della Tunisia, ma ci sono anche  agitazioni in Cile dove il prezzo della benzina è aumentato del 20%.

 

Verso una crisi politica

 

Dopo il turbolento periodo tra il 2000 e il 2005 , quando Evo è diventato presidente, è arrivata la stabilità  che è costata però l’aumento delle spese dello stato per sussidi, buoni pasto, e per  una vasta gamma di politiche sociali che miravano a diminuire la povertà. Il ciclo dell’aumento dei prezzi per i generi di prima necessità ha permesso al governo di coprire l’aumento delle spese con una certa tranquillità. Tuttavia ora sembra che il ciclo si sia interrotto e che l’aumento generalizzato dei prezzi  cominci ad avere un effetto boomerang.

 

Ma c’è di più. Nell’ultimo anno, il governo di Evo, ha commesso svariati errori che gli sono costati dal punto di vista politico in occasione delle elezioni municipali, dove c’è stato un forte cambiamento nei baluardi del MAS (Movimento al Socialismo). Nell’elezione per la presidenza del  dicembre 2009, Evo è stato rieletto con uno schiacciante 64%, mentre nell’ Aprile 2010 il suo partito ha perduto sette delle dieci più grandi e ha sofferto un netto  calo a El Alto. Sono seguiti vari conflitti con radici nelle leggi per l’autonomia, con i campesinos (contadini)  nella provincia di La Paz e il Comitato civico di Potosì a capo dell’organizzazione delle iniziative di produzione.

Il sociologo Aymara * Pablo  Mamani Ramírez che è uno degli esponenti del nuovo intellettualismo indio, ha messo in evidenza quattro problemi: il fallimento della nazionalizzazione degli idrocarburi che in realtà è stata una modifica dei contratti per migliorare i patti a favore dello Stato; il fallimento della decolonizzazione

La falsità, come ha indicato il vice presidente, che con questo governo gli enormi problemi strutturali del paese sarebbero stati risolti; e il riemergere del conflitto sociale che indebolisce la base popolare di supporto al governo.

 

Tutti questi quattro problemi sono importanti, ma l’ultimo potrebbe portare il paese a una grave crisi politica poiché l’appoggio popolare attivo è diventato il principale argomento che il governo usa per gestire situazioni delicate. La descrizione fatta da Mamani di quanto è avvenuto a El Alto (assalto e incendio di edifici statali e di sedi di movimenti social) ci porta a concludere che “la leadership popolare alleata con il governo è stata superata dalla sua gente qualunque” che agisce ai margini e perfino contro le organizzazioni cui essi appartengono.

 

Il Comitato per l’emergenza contro il gasolinazo, creato da organizzazioni sociali indipendenti per affrontare la crisi provocata dal decreto 748, ha rilasciato un comunicato che “ propone di sospendere la pausa delle lotte dell’ottobre 2003”, che hanno rovesciato Sánchez de Lozada.

 

La Bolivia rimane un importante campo di battaglia per la lotta al potere. E’ un caso interessante perché, malgrado il massiccio appoggio elettorale, il governo appare fragile e deve tirarsi indietro riguardo a una misura per imporre  una variazione    dello stato. E qui notiamo un paradosso dei governi di sinistra: serrano i ranghi e consolidano la forza davanti al Diritto ma non sanno che cosa fare quando si trovano davanti alla mobilitazione sociale popolare.

 

La situazione boliviana dimostra i problemi impliciti nel modello di sviluppo, che continua a essere fondamentalmente neoliberale anche se non è privatizzato. Questo si potrebbe vedere presto in altri paesi che attualmente si considerano al riparo dalla crisi.

 

*Aymara, appartenente alla popolazione Aymara che vive prevalentemente nelle vicinanze del Lago Titicaca, tra Perù, Bolivia, il nord del Cile e il nord-est dell’Argentina. (da: it-wikipedia.org/wiki/Aymara, n.d.t.)

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

 

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