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SULLA RIVOLUZIONE MESSICANA

SULLA RIVOLUZIONE MESSICANA

SULLA RIVOLUZIONE MESSICANA


Rodrigo Rivas ci manda questi due interessanti testi, da lui tradotti. Uno di Howard Zinn sulla figura di John Reed, il più importante storico e cronista della rivoluzione messicana. L’altro dello stesso John Reed. Lo ringraziamo per l’impegnativo lavoro che ha messo a disposizione del nostro sito. AZ 390.11.10


Per conoscere John Reed Lezioni di storia che è necessario conoscere

Da “Howard Zinn on History”, Seven Stories Press, 2000


Nel 1981 Hollywood ha prodotto “Reds”, un film nel quale il personaggio principale – il giornalista John Reed – non solo  era comunista, ma viene rappresentato con simpatia. E’ una prova che gli USA hanno preso una certa distanza dall’isteria anticomunista che è prevalsa negli anni cinquanta. Gli editori del “Boston Globe” mi hanno chiesto, in quanto storico, di informare i loro lettori su John Reed. Questo test è comparso nel periodico il 5 gennaio 1982.

I radicali sono esasperanti per partita doppia. Non solo rifiutano di aggiustarsi all’idea su ciò che deve essere un vero patriota statunitense, ma neppure s’inquadrano nell’idea generale che normalmente si ha dei radicali. Succede con John Reed e Louise Bryant, che hanno confuso e resi furiosi i guardiani  dell’ortodossia culturale e politica ai tempi  della Prima Guerra Mondiale. Ora compaiono in Reds, il grande film con Warren Beatty, e alcuni critici lamentano che si tratti di un “comunista chic” e di un “marxismo di moda”, ripetendo involontariamente le stesse malignità che Reed e Bryant dovettero allora supportare.

In verità, ciò che non è stato mai perdonato, né a loro né ai loro straordinari amici – Max Eastman, Emma Goldman, Lincoln Steffens, Margaret Ranger – è che difendessero la libertà sessuale in un paese dominato dalla retta linea cristiana, che si opponessero alla militarizzazione in un’epoca di patriottismo guerrafondaio, che difendessero il  socialismo quando sia il mondo degli affari che il governo si dedicavano a manganellare e ad assassinare scioperanti, o che applaudissero quella che, per loro, era la prima rivoluzione proletaria  della storia. Ma, ancora peggio, è il fatto che si siano rifiutati di essere soltanto come quegli scrittori e intellettuali che attaccano il sistema soltanto a parole; loro, viceversa, si univano ai picchetti, si amarono liberamente, sfidarono i comitati del governo, finirono in galera. Loro si mostrarono partigiani  della rivoluzione nelle loro azioni e nella loro arte e, contemporaneamente, ignorarono gli eterni avvertimenti che i voyeurs dei movimenti sociali di qualsiasi generazione hanno sempre in serbo contro chi s’impegna politicamente.

Né lo establishment né alcuni dei loro critici, come Walter Lippmann e Eugene O'Neill, hanno mai perdonato a John Reed che rifiutasse di separare l’arte dalla insorgenza, che non fosse ribelle soltanto nella sua prosa, ma immaginativo nel suo attivismo. Per Reed, la ribellione era impegno e divertimento, analisi e avventura. Per ciò, alcuni di suoi amici liberali non lo prendevano sul serio (Lippmann ricordò il suo “desiderio esorbitante che lo arrestassero”), senza capire che, nel loro paese, l’elite del potere considerava pericolose le proteste immaginative e non scherzava affatto sul coraggio di Reed, ben sapendo che, se è sempre possibile mettere in galera i ribelli incalliti, il maggiore tradimento, quello contro il quale non esiste alcuna punizione adeguata, è far diventare attraente la ribellione.
I suoi amici lo chiamavano Jack. Fu tutta la sua vita un poeta, dalla sua confortevole infanzia a Portland (Oregon) fino al  Harvard College, dalle insurrezioni contadine in Messico, gli scioperi dei lavoratori  della seta a New Jersey e dei minatori del carbone nel Colorado, fino ai  fronti di battaglia in Europa e a quando, insieme alle masse bolsceviche, cantava e urlava a San Petersburgo.

Come disse Max Eastman, il suo editore a Masses, “per Reed la poesia non era solo scrivere parole, ma vivere la vita”. Di fatto, nessuno dei suoi molti poemi raggiunse l’eccellenza ma, viceversa, lui andò diritto al cuore di guerre e rivoluzioni, di scioperi e manifestazioni, con l’occhio preciso di una cinepresa (prima che questa esistesse) e la memoria di un registratore (prima che lo inventassero). Diede vita alla storia per i lettori di riviste popolari e di povere pubblicazioni mensili ad uso e consumo dei radicali. A Harvard, tra il 1906 e il 1910, Reed è stato atleta (nuoto e pallanuoto), canzonatore, animatore, scrittore satirico, alunno del famoso professore di scrittura Charles Townsend Copeland, chiamato “Copey” e, allo stesso tempo, un protetto del reporter sensazionalista Lincoln Steffens. E’ stato un critico malizioso dello snobismo di Harvard, ma non è mai diventato membro del Walter Lippmann’s Socialist Club. Dopo la laurea, viaggiava in una nave mercantile a Europa, dove visitava Londra, Parigi e Madrid. Poi ritornava per unirsi a un gruppo di scrittori bohemien e radicali del newyorkese Greenwich Village, dove Steffens gli diede il suo primo lavoro: occuparsi di noiosi compiti editoriali per una rivista politico -letteraria chiamata The American.

Nel 1912, il contrasto tra la ricchezza e la povertà di New York colpiva i sensi di chiunque. Uno con l’occhio così attento com’era John Reed, non poteva ignorarlo. Iniziò a scrivere per Masses, una rivista appena comparsa, edita da Max Eastman (fratello  della femminista socialista Crystal Eastman), e redisse un manifesto nel quale affermava: “Le poesie e disegni respinti dalla stampa capitalistica per la loro eccellenza, saranno benvenuti in questa rivista”. Masses era una cosa viva, non l’organo ufficiale di un partito, ma un partito in sé stesso. Nelle sue pagine si ritrovavano anarchisti e socialisti, artisti, scrittori e ribelli indefinibili di ogni tipo: Carl Sandburg e Amy Lowell, William Carlos Williams, Upton Sinclair e, dall’estero, Bertrand Russell, Gorki, Picasso.

I tempi tremavano per la lotta di classe. Reed andò a Lawrence (Massachusetts), dove donne e bambini avevano abbandonato i loro posti di lavoro nell’ industria tessile e si trovavano immersi in un eroica e straziante sciopero aiutati dal sindacato IWW (Lavoratori Industriali del Mondo) e dal Partito Socialista. Là conobbe Bill Haywood, il  dirigente del IWW che descrisse come “un gigante malconcio con un occhio in meno e uno sguardo eminente nell’altro”. Haywood lo mise al corrente  dello sciopero di 25.000 lavoratori della seta a Patterson, dall’altra parte del fiume Hudson, esigendo una giornata lavorativa di otto ore, e gli raccontò che, per tutta risposta,  la polizia li aveva manganellato. Perché la stampa non pubblicava nulla di tutto questo, Reed andò a Patterson. Ma, non essendo il  tipo di giornalista che prende note dall’esterno, si unì al picchetto, venne fermato perché si rifiutava di sloggiare e si fece quattro giorni in gattabuia.

L’articolo che pubblicò su Masses era già un nuovo tipo di scrittura, arrabbiata, partecipe, coinvolta. Prese parte ad un’assemblea degli scioperanti di Patterson, ascoltò il discorso  della giovane radicale irlandese Elizabeth Gurley Flynn sul  potere che veniva dall’incrociare le braccia e lui, che mai è stato un timido, si metteva al fronte  della folla cantando La Marsigliese e L’Internazionale. Lui e Mabel Dodge, il cui appartamento  della Quinta Avenue era un vero centro di arte e politica (presto diventarono amanti), ebbero la brillante idea di organizzare uno spettacolo sullo sciopero nel  Madison Square Garden con mille lavoratori. Reed ci lavorò al soggetto giorno e notte, mentre John Sloan dipingeva la scenografia. Quindicimila persone presenziarono l’evento.

Nel Messico, Pancho Villa dirigeva una ribellione di contadini e il  Metropolitan chiese a Reed di andarci come inviato. Presto si ritrovò immerso nella Rivoluzione Messicana, cavalcando insieme allo stesso Villa, spedendo articoli che Walter Lippmann qualificò come “il migliore giornalismo mai fatto …  La varietà delle sue impressioni, le risorse e il  colorito del suo linguaggio sembravano inesauribili … e la Rivoluzione di Villa, che fino a quel momento compariva sulla stampa solo come una necessaria scocciatura, diventava una folla di contadini che si muovevano lungo un meraviglioso panorama di terra e cielo”. Il  frutto di quel lavoro, Insurgent Mexico [Messico insorgente], titolo con il quale si pubblicò la raccolta di articoli di Reed, no è esattamente ciò che la ortodossia considera “giornalismo obiettivo”, ma uno scritto pensato per aiutare la rivoluzione.

Era appena tornato a New York, acclamato come un grande giornalista, quando nel  paese comincio a diffondersi la terribile notizia circa la Strage di Ludlow: nel  sud del Colorado la Guardia Nazionale, stipendiata dai Rockefeller, aveva mitragliato i minatori in sciopero e incendiato le loro case insieme alle loro famiglie. Reed comparve presto sulla scena e scrisse “The Colorado War” [La guerra del Colorado]. Durante l’estate del 1914 erano a Princetown, che sarebbe diventata il suo rifugio negli anni successivi, nuotando, scrivendo, amando. Ci rimasse fino al 1916, vivendo una tormentata avventura con Mabel Dodge. In quel agosto scoppiava la guerra in Europa. In un manoscritto inedito, Reed scrisse: “E qui ci sono le nazioni, impegnate a sgozzarsi come cani … e l’arte, l’industria, il  commercio, la libertà individuale, la stessa vita personale, sono gravate di tasse per mantenere mostruose macchine di morte.”

Reed fece ritorno a Portland per vedere la sua madre, che non ha mai approvato le sue idee radicali. Là, nella sala riunione del IWW locale, ascoltò parlare Emma Goldman. Per lui fu come un’illuminazione. Lei era il  motore del femminismo e l’anarchismo di quella generazione e provò con la sua vita che si può essere rivoluzionari con serietà ma anche con allegria. I grandi giornali di New York lo spingevano ad andare in Europa a coprire la guerra. Accettò di lavorare per il  Metropolitan. Contemporaneamente, scrisse un articolo per Masses. La guerra era una questione di profitti, affermava. Sulla strada per l’Europa, era ben conscio di andarci in prima classe mentre tremila italiani viaggiavano come animali. Presto passava dall’Inghilterra, la Svizzera, la Germania e, in seguito, la Francia, calpestando il  terreno  della guerra: pioggia, fango, cadaveri. Ma ciò che lo deprimeva maggiormente era il  patriottismo criminale che usciva fuori da tutti i pori nei due bandi, persino da alcuni socialisti come H. G. Wells in Inghilterra.

Quattro mesi dopo, di ritorno negli USA, trovò che i radicali Upton Sinclair e John Dewey si erano uniti al gruppo dei patrioti. C’era pure Walter Lippmann che, allora editore del New Republic, scrisse un curioso saggio nel dicembre 1914: “Per temperamento, Reed non è uno scrittore professionale e nemmeno un giornalista, ma semplicemente uno che se la spassa”. Dopodiché Lippmann, che si dichiarava orgoglioso di essere invece uno “scrittore professionale”, aggiungeva lo sgarbo definitivo: “Reed non è obiettivo e si sente orgoglioso di non esserlo”. Era vero. Reed ritornava alla guerra nel 1915, questa volta in Russia, tra i paesi calcinati e saccheggiati, tra gli assassini di massa degli ebrei compiuti dai soldati dello zar, a Bucarest, Costantinopoli, Sofia, poi in Serbia e Grecia. Aveva chiarissimo cosa significava il  patriottismo: la morte per mano delle armi o la fame, il vaiolo, la difterite, il  collera, il  tifo. Di ritorno negli USA, si ritrovò davanti al  discorso interminabile sulla necessità di prepararsi militarmente contro “il nemico” e scrisse per Masses che il  vero nemico del operaio statunitense era quel 2%  della popolazione che possedeva il  60%  della ricchezza nazionale. “Noi difendiamo il fatto che gli operai si difendano contro quel nemico. Questa è la nostra preparazione”.

Ai primi del 1916, John Reed conosceva a Portland Louise Bryant e i due s’innamorarono a prima vista. Lei lasciò il marito e se ne andò con Reed a New York. Era l’inizio di un rapporto appassionato e poetico. Louise era una scrittrice anarchista. Quel estate, Reed cercò un respiro insieme a lei lontano dai suoni  della guerra, nelle tranquille spiagge di Princetown. C’è una foto di lei nuda distesa sulla sabbia. Nell’aprile 1917, Woodrow Wilson chiedeva al Congresso una dichiarazione di guerra alla Germania. John Reed scrisse su Masses: “La guerra è la pazzia delle ciurme, la crocifissione di quelli che dicono la verità, l’asfissia degli artisti … Non è la nostra guerra.” Testimoniò davanti al  Congresso contro il  reclutamento obbligatorio affermando: “Non credo in questa guerra …  Io non andrei sotto le armi.” Quando arrestarono Emma Goldman e Alexander Berkman in base alla Legge sul reclutamento per “cospirazione rivolta a indurre le persone a non arruolarsi”, Reed fu testimone della loro difesa. Li condannarono e spedirono in prigione insieme ad un migliaio di statunitensi che si opponevano alla guerra. E furono vietati i giornali radicali, tra cui Masses.

Reed era scoraggiato per la forma in cui le masse lavoratrici, sia in Europa che negli USA, appoggiavano la guerra e dimenticavano la lotta di classe. Ma non perse la speranza: “Non posso rinunciare all’ idea che dalla democrazia nascerà il  mondo nuovo, più ricco, più coraggioso, più libero, più bello”.Nel 1917 arrivarono notizie tonanti dalla Russia. Erano stati rovesciati lo  zar e il  vecchio regime. La rivoluzione era in moto. Almeno là, pensò Reed, tutto un popolo si era rifiutato di accettare la carneficina, era diventato la sua stessa classe dirigente e aveva iniziato a creare una nuova società, dei contorni poco chiari ma dallo spirito ubriacante. S’imbarcò per la Finlandia e San Petersburgo assieme a Louise Bryant. La rivoluzione li scoppiava attorno, e tutti e due si sommersero nella eccitazione del momento: le manifestazioni di massa, l’occupazione di fabbriche da parte dei lavoratori, i soldati che dichiaravano la loro opposizione alla guerra, il  Soviet di San Petersoburgo che sceglieva una maggioranza bolscevica … E poi, il 6 e 7 novembre, la veloce e incruenta occupazione delle stazioni ferroviarie, del telegrafo, del telefono, della posta e, infine, i lavoratori ed i soldati che si precipitavano entusiasti sul Palazzo d’Inverno.

Da uno all’altro scenario, senza riposo, Reed prendeva note con incredibile velocità, compilava pamphlet, manifesti e proclami e poi, nel 1918, ritornava negli USA per scrivere la sua storia. Ma all’arrivo gli confiscarono le sue note e si ritrovò accusato, insieme ad altri editori di Masses, per essersi opposto alla guerra. Durante la causa, sia lui che Eastman testimoniarono in forma eloquente e audace sulle loro opinioni, ma la giuria non riuscì a prendere una decisione e tutte le accuse a loro carico vennero ritirate. Reed si metteva a percorrere il paese in lungo e in largo dando conferenze sulla guerra e la Rivoluzione russa. A Tremont Temple (Boston) veniva acclamato dagli studenti di Harvard. In Indiana conobbe Eugene Debs, che presto sarebbe stato condannato a dieci anni di prigione per parlare contro la guerra. A Chicago assisteva ai dibattimenti contro Bill Haywood e un altro centinaio di dirigenti del IWW, in seguito condannati a lunghe pene detentive. In quel settembre fece un intervento in una manifestazione con quattromila persone e lo arrestarono per scoraggiare la gente, cercando che questa non si arruolasi nelle Forze Armate.

Alla fine riusciva a ricuperare le sue note sulla Russia e, in seguito a due mesi di furibonda scrittura, dava alla luce Ten Days That Shook the World (Dieci giorni che sconvolsero il mondo), libro che diventava la narrazione classica di un testimone della Rivoluzione bolscevica, le cui parole si susseguivano nelle sue pagine con i suoni che accompagnavano la nascita di un mondo nuovo: “Sulla Prospettiva Nevski, sotto l’umido crepuscolo, la folla si accapigliava sugli ultimi giornali o si stringeva cercando di decifrare gli innumerevoli appelli e proclami appiccicati in ogni spazio libero … In ogni angolo, in ogni luogo libero, c’erano gruppi compatti di soldati e studenti discutendo … Il  Soviet di San Petersburgo era riunito in seduta permanente nello  Smolny, il centro  della tempesta. I delegati cadevano sul pavimento vinti dal sonno; poi, si alzavano per prendere parte ai dibattiti. Trotsky, Kamenev, Voldarski parlavano sei, otto, dodici ore al giorno…”

Nel 1919 la guerra finiva, ma gli eserciti alleati invadevano la Russia e negli USA l’isteria continuava. Il  paese che aveva glorificato la parola “rivoluzione” in tutto il  mondo, ne aveva ora una paura folle. Erano in corso retate di migliaia di stranieri, arrestati e deportati senza alcun giudizio. Gli scioperi venivano repressi in tutto il paese e si moltiplicavano gli scontri con la polizia. Reed prese parte alla creazione del Partito Comunista dei Lavoratori e partì per la Russia come suo delegato agli incontri  dell’Internazionale Comunista. Là, discusse con i burocrati del partito, si domandò cosa stava succedendo alla rivoluzione, si riunì con Emma Goldman a Mosca e assistette al suo pianto deluso. Ma non perse la speranza. Passava da riunione a riunione, dalle conferenze a Mosca alle manifestazioni dei popoli asiatici del  Mar Nero. La sua salute ne risentì e s’ammalò. Delirava dalla febbre, aveva preso il tifo. A trentatre anni, quando si trovava nel  punto più alto della sua carriera e in quello più algido della sua storia amorosa con la sua donna e compagna, Louise Bryant, con l’idea di rivoluzione sempre nel  pensiero, John Reed moriva in un ospedale di Mosca.

Il suo corpo è stato sepolto, come eroe, vicino al muro del Cremlino, ma certamente la sua anima non appartiene ad alcuna istanza, né di qui né di là né da nessuna parte. La cosa strana è che oggi, nel 1981, sessanta anni dopo la sua morte, milioni di statunitensi abbiano appena saputo  dell’esistenza di John Reed grazie a un film. Se soltanto una piccola frazione tra questi arrivasse a meditare sulla guerra e l’ingiustizia, sull’arte e sull’impegno, su come allargare l’amicizia oltre i confini nazionali alla ricerca di un mondo migliore, sarebbe già un successo enorme per una vita così breve e intensa com’è stata la sua.



Cosa succede in Messico? Rapporto di John Reed sulla Rivoluzione Messicana

John Reed, “What About Mexico?”, Masses, June 1914


Nessuno capì negli USA la Rivoluzione Messicana del 1910. Ciò malgrado, seppure contrassegnata da stereotipi in base ai quali i messicani, i cattivi, erano sempre sconfitti da eroici cowboy, che dominarono il cinema statunitense sul Messico durante la maggior parte del secolo XX, questa occupò un posto importante sia in numerosi romanzi e racconti, sia nel cinema muto di Hollywood. Racconta Paco Taibo II (“Un rivoluzionario chiamato Pancho”), che Francisco Villa,il leader delle ribellioni contadine del nord del Messico, utilizzò l’interesse statunitense sulla rivoluzione per i suoi scopi, firmando un contratto con una impresa di documentari con il quale s’impegnava a combattere durante il giorno perché le battaglie potessero essere filmate, e destinò il denaro all’acquisto delle armi necessarie al suo esercito. Villa concesse anche interviste ad alcuni giornalisti importanti, tra cui John Reed, che pubblicò questo articolo, “What About Mexico?”, sulla rivista Masses nel giugno 1914.

«Anzitutto, lasciamo le cose chiare su una domanda: il popolo messicano lotta unicamente perché è attaccabrighe, o perché vuole qualcosa che non riesce ad ottenere in un’altra forma?
E’ evidente che, per chi desidera intervenire e annettersi il Messico, sia interessante diffondere l’idea che questa sia una “rivoluzione da operetta”. Quelli che desiderano sapere la verità da prima mano debbono fare ciò che io ho fatto: percorrere il paese, sopratutto con l’esercito costituzionalista, e domandare alla gente perché lottano e se le piace la rivoluzione come modalità di vita.
Saranno sorpresi quando scopriranno che i contadini sono stufi della guerra e che, per quanto a qualcuno possa sembrare strano, a loro non piace sopportare la fame, la sete, il freddo, i bisogni, le ferite o non essere pagati da tre anni; e che non trovano divertente perdere le loro case e passare degli anni senza sapere se le loro donne ed i loro figli sono ancora vivi.
Ma, ovviamente, ciò che raccontano i concessionari stranieri somiglia molto a un argomento assai familiare in questo nostro paese: la ragione per cui  i padroni non pagano migliori salari è che  i messicani non saprebbero come spenderli, perché il loro livello di vita è molto basso. Eppure, quando si chiede alla gente perché lotta, spesso la risposta è: “meglio lottare che lavorare nelle miniere o come schiavi nelle grandi fattorie agricole”.

Ho visitato queste miniere, dove normalmente le capanne dei lavoratori sono infinitamente più spaventose di quelle delle cinture di miseria dei popoli messicani. Cito un esempio, le proprietà dell’American Smelting and Refining Company, a Santa Eulalia, che ha costruito una chiesa per accontentare i lavoratori ma, contemporaneamente, schiaccia i loro scioperi senza pietà e mantiene quei poveri diavoli nelle baracche più schifose che si possano concepire; là, i rapporti tra minatori e operatori sono “talmente buoni” che quest’ultimi non osano comparire nel paese non appena fa buio. Potrebbe essere molto diverso. Per verificarlo, sono stato a Magistral, laddove si trovano sia l’impianto della National Mines and Smelters che il popolo più felice che ho visto finora in Messico. Nemmeno là i lavoratori percepiscono un salario molto migliore di quello degli altri posti, ma vivono nelle loro case ed è rara la notte in cui non si balla. Naturalmente, i popolarissimi dirigenti della compagnia sono sempre presenti.

Non ho il tempo per spiegare tutte le differenze tra Santa Eulalia e Magistral, ma ciò che è vero è che sono molto diversi. I minatori di Santa Eulalia si sono uniti alla rivoluzione per scappare dalle miniere; quelli di Magistral non l’hanno fatto. E, aggiungo, quelli che non scelgono la lotta invece del lavoro così com’è nella maggior delle miniere yankee del Messico, sono dei degradati, hanno perso il rispetto di sé stessi. C’è soltanto un libro che racconta la verità sulla Rivoluzione Messicana, il recentemente pubblicato The Mexican People. Their Struggle for Freedom, di Lázaro Gutiérrez de Lara ed Edgcumb Pinchon. Raccomando la sua lettura. In questo articolo non andrò in profondità, ma mi limiterò a citare quello che parla del carattere autentico di questa rivoluzione. Anzitutto, va precisato che non si tratta di una rivoluzione del ceto medio, bensì è stata la lenta e progressiva accumulazione di proteste dei contadini, la classe più bassa del paese, a portare dopo molto tempo allo scoppio. Se si chiede a venti di loro, presi a caso, nemmeno uno ometterà di dirvi il motivo per il quale sta lottando: la terra. Da quattrocento anni lottano in modi diversi per lo stesso motivo, e nella maggior parte di queste lotte, come succede a tutti  i popoli semplici e un po’ primitivi, non sono riusciti a esprimere chiaramente questo desiderio. Ma che l’abbiano sentito sempre profondamente è dimostrato dal fatto che si sono alzati in armi ogni qualvolta qualcuno ha saputo esprimerlo per tutti loro.

Questa è la causa sottotraccia della rivoluzione. Poco a poco,  i proprietari liberi di tasse delle grandi fattorie, originariamente create attraverso le concessioni di terre fatte dalla corona spagnola, hanno assorbito tutte le terre comuni dei popoli, la campagna aperta ed i piccoli appezzamenti agricoli indipendenti. Al popolo no è rimasta altra scelta che l’essere schiavo nelle grandi fattorie o rinunciare a qualsiasi futuro. Più volte il governo nazionale ha inghiottito intere vallate per darle in concessione a capitalisti stranieri, in tante altre ha dichiarato aperte alla colonizzazione intere regioni, senza la minima considerazione su quelli che lì ci vivevano. E’ avvenuto, ad esempio, con le terre dei yaquis a Sonora, che ha trasformato, grazie ad un semplice atto amministrativo, tutta un’etnia di agricoltori, che aveva vissuto in pace durante trecento anni, in una tribù guerriera che, a partire da quel momento, non ha mai smesso di resistere.

Il culmine di questo processo è stato l’infame legge sulle terre del 1896, della quale è responsabile Porfirio Díaz. Quella legge permetteva che le grandi imprese potessero chiedere l’attribuzione di tutte le terre della Repubblica che non fossero state attribuite previamente con un titolo legale di proprietà.
Perché salti alla vista la cinica criminalità di quella legge basterà considerare che tre quarti dei piccoli poteri indipendenti, e persino la proprietà dei paesi, apparteneva a contadini troppo ignoranti per sapere cosa fosse un titolo di proprietà su delle terre che i loro antenati lavoravano da quattro generazioni senza che il governo avesse mai accampato alcun richiamo. Questa è la  gente che i grandi proprietari hanno espulso dalle loro abitazioni, costringendoli a scegliere tra il morire di fame o il trasformarsi in schiavi. E, quando si sono rifiutati di andarsene, hanno ottenuto che interi reggimenti di soldati federali cadessero sui di loro e li sterminassero. Conosco un caso in cui quattrocento famiglie sono state letteralmente massacrate per permettere che un uomo, che già possedeva quindici milioni di acri di terra, potesse aggiungere poche centinaia di acri in più alla sua azienda. De Lara racconti casi ancora più orrendi.

Il risultato è stato che, nel 1910, le grandi fattorie avevano ormai occupato tutto il territorio del nord del Messico ed i contadini erano rimasti incatenati alle fattorie private per i debiti, la superstizione religiosa o la dissipazione mentale più furbescamente calcolata. Le scuole hanno smesso di funzionare o, ancora peggio, hanno continuato perché era ciò che i latifondisti volevano. Era impossibile mettere in piedi una scuola pubblica, perché secondo la legge le fattorie sono “proprietà privata”.
Tuttavia  i contadini, dispersi, impossibilitati a comunicare tra di loro, sottoposti deliberatamente all’ignoranza dai loro datori di lavoro, senza alcuna speranza di poter migliorare, hanno continuato ad alimentare un sogno. Ho detto che  i messicani sono un popolo contadino. In verità, sono molto di più e, come succede con qualsiasi popolo, nulla li stimola maggiormente che il diventare proprietari delle loro abitazioni e strumenti di lavoro. I contadini delle fattorie sognavano con i poteri che i loro nonni avevano posseduto e che loro desideravano possedere. Questo istinto era così forte che  i proprietari concessero ad ogni contadino un suo pezzettino di terra perché potessero lavorarci le domeniche.

Con tutte le difficoltà a cui hanno dovuto far fronte, ciò che risulta strano non è che fossero in tanti  i contadini che si sono sollevati, ma che arrivassero a sollevarsi. Perché c’è un’altra bugia che vi racconterà gente molto interessata: che la percentuale di messicani in lotta nella rivoluzione è molto basso, perché di una popolazione complessiva di 17 milioni di persone, appena 400.000 sono in lotta nei due bandi da tre anni.  E’ vero che quelli che si sono sollevati originalmente nel 1910 erano una piccola percentuale del popolo messicano, ma ciò è avvenuto soltanto perché le notizie e idee si diffondono molto lentamente nella Repubblica. Perché ogni giorno aumentano i messicani che si uniscono alla rivoluzione; perché ogni giorno ci sono più popoli remoti dove arriva una notizia sorprendente: c’è una speranza per i contadini. Perché tutti gli stati della Repubblica si sono ormai sollevati e rendono conto settimanalmente a Carranza. Perché in tutti gli stati la rivoluzione avanza. Perché l’esercito costituzionalista del Nord conta ormai con oltre 50.000 uomini e, nel resto della Repubblica, un calcolo al ribasso fa vedere che  i rivoluzionari armati sono ormai 200.000.

Non tutti i rivoluzionari sono soldati ancora. Ma persino quelli pacifici, i contadini che chiunque può ritrovare a coltivare la terra e a curare l’allevamento nei paesi e fattorie del paese, sono a favore dei costituzionalisti. Dovunque, danno il benvenuto ai ribelli quando arrivano nei loro paesi; dovunque odiano i federali. Speso ho domandato loro perché non si uniscono alla lotta. “Non hanno bisogno di noi”, è stata la loro risposta. “La rivoluzione va bene. Se in qualche momento andrà male e ci chiameranno, tutto il Messico si alzerà. Ma, se ce ne andiamo ora a lottare, chi coltiverà il mais per il nostro esercito e chi alleverà gli animali per alimentare i nostri soldati? E chi avrà figli perché crescano e partano a lottare?”
Così profonda è la loro fede. Sanno che ci sono davanti molti anni di lotta e intendono la necessità di creare una nuova generazione di soldati che porti avanti la rivoluzione.

Zapata è stato il primo leader dei contadini che, in questa rivoluzione, li ha chiamato a prendere le armi per risolvere il problema della terra, quasi un anno dopo che Madero aveva presentato il suo famoso Piano di San Luis, che aveva infiammato il popolo perché gli prometteva la distribuzione delle grandi fattorie tra i poveri. Zapata si è unito a Madero, e non l’ha abbandonato fin quando Madero non ha dimostrato che era incapace di risolvere il problema. I ricchi latifondisti hanno corrotto Orozco perché desse inizio alla controrivoluzione contro Madero, ma l’unica possibilità che Orozco aveva per reclutare le persone era quella di promettere loro la terra. Quando questi hanno scoperto che si trattava di un inganno, l’hanno abbandonato e sono ritornati nelle loro case.

Alla morte di Madero, Carranza ha preso il suo posto richiamandosi vagamente ai principi del Piano di San Luis, ma poi ha deciso di restaurare il governo costituzionalista. A quel punto, Zapata ha denunciato Carranza, che non ha voluto impegnarsi sulla restituzione della terra, ma ha appoggiato Villa, perché ha confiscato le grandi fattorie e le ha distribuito tra i poveri. Sono certo che Carranza e il generale Villa romperanno il loro patto per la stessa ragione, perché la Rivoluzione Messicana non vincerà fin quando  i contadini otterranno le loro terre.

Non permettete a nessuno di dirvi che nelle battaglie messicane non ci sono morti. E’ una barzelletta, perché  i messicani non sono solo coraggiosi, ma sono probabilmente il popolo più coraggioso e temerario del mondo. Li ho visti avanzare sulla pendice di una collina alta 400 metri mentre l’artiglieria li si scatenava contro; li ho visti farlo sette volte e, in ognuna di queste, sono stati massacrati; ho visto come avanzavano a piedi, armati solo con bombe a mano, per attaccare una stalla difesa da milleduecento uomini che sparavano da piccole fortezze equipaggiate con cinque nidi di mitragliatrici; l’hanno fatto otto volte e praticamente nessuno di loro è tornato dopo ogni attacco. E, sui pochi morti che, dicono, ci sono nelle battaglie messicane, permettetemi di dirvi che circa tremila soldati dell’esercito di Villa sono morti o feriti nei primi cinque giorni di lotta a Torreón; e ricordatevi che ci sono state centinaia di battaglie in questi tre anni. Avete ascoltato qualche volta uno di quei compatrioti che, quando si riferiscono ai “condannati latinos”, afferma che “un yankee vale quanto venti messicani” oppure che si tratta di “una razza sporca, ignorante, traditrice, codarda e immorale”? Durante due settimane ho marciato con un centinaio di ex banditi, forse la squadra con peggiore reputazione di tutto l’esercito costituzionalista, e anche loro odiano i gringos. Ma non solo quei poveri cenciosi, immorali e senza stipendio non mi hanno rubato nulla, ma non mi hanno neppure lasciato comprare cibo o tabacco, mi hanno prestato i loro cavalli e le loro lenzuole per dormire.

I messicani sono uno dei popoli più generosi e di più buon cuore che conosca. Sono grandi, bravi cavalieri, bravi cecchini, bravi ballerini e bravi cantanti. Sopportano ogni giorno ciò che farebbe disertare un soldato yankee, non si lagnano mai e, lasciatemi dirvelo, salvo in tempi di guerra praticamente nessun straniero rischia di essere ucciso o sequestrato in Messico! Per quanto riguarda gli attacchi stranieri, i messicani non dicono nulla, come non lo fanno neppure sugli assassinati di latinos nella sponda yankee del confine con il Texas. E sì che durante gli ultimi dieci anni ci sono stati tanti attacchi a cittadini del Messico in Texas e California come per giustificare cinquanta volte un intervento dell’esercito messicano. Posso proporzionarvi l’elenco se volete.
E cosa c’è sulla diceria che vuole che il texano non sia particolarmente un cattivo uomo? In verità, come il resto dei yankee, non capisce il temperamento messicano e non vuole nemmeno capirlo; ma i texani sono a contatto con i messicani e sono un poco meno civili del resto del nostro paese. Basta vedere chi sono quelli che chiedono l’intervento: o texani  o gente che possiede grandi interessi in Messico o che spera di averli sotto la protezione della nostra bandiera. Oppure qualche uomo d’affari yankee che già vive in Messico, in genere il peggio del peggio. Perché gli uomini d’affari yankee in Messico sono un’autentica vergogna. Disprezzano i messicani porche sono differenti, straparlano sulle nostre intenzioni democratiche e, contemporaneamente, affermano che  i contadini dovrebbero lavorare per loro con una pistola puntata. In privato, si vanagloriano della nostra superiorità, poi si mettono sempre a disposizione del partito al potere.

Di solito, pure gli altri stranieri presenti in Messico appoggiano l’oppressore, ma solo il yankee può intravedersi a qualsiasi ora nella sala delle udienze del palazzo a chiedere che il suo piccolo investimento sia protetto. E il nostro paese è sul orlo di una guerra di conquista per proteggere quei uomini, che guadagnano tra il 40% - 50% con il loro denaro perché, si affannano a dire, corrono dei rischi … quando non ci sono, e si lagnano quando perdono o potrebbero perdere.
Se siete interessati a conoscere cosa succede in Messico, certamente troverete molta gente che sa tutto che vi dirà, “ci vivo da quindici - venti o trenta anni”. Non lasciatevi intimidire, perché quella gente non sa nulla del Messico, come nulla sa sul mondo del lavoro il capitalista che “ha avuto lavoratori a suo carico per venti anni”.

Ogniqualvolta ascoltate dire che qualcuno si riferisce a Porfirio Díaz come il “grande educatore” o lo “statista guerriero”, potete stare certi di aver conosciuto uno di quelli che “vivono in Messico da quindici anni”. Scappate velocemente, ma non senza dirle prima che la prova della barbarie del regime di Díaz è semplice: il suo insuccesso è tale che nessuna delle grandi repubbliche sudamericane ha progredito meno del Messico durante il suo su caritatevole mandato. Per ora, Villa si è saggiamente rifiutato di ordinare di alzarsi in armi al Nord contro le nostre legioni che occupano Veracruz. Ha l’impegno del nostro presidente, il quale ha garantito: non siamo in guerra con il popolo messicano e ci ritireremo dal Messico appena ci indennizzino. Senza dubbi, Villa rispetterà la sua neutralità e farà in modo che la rispetti pure la metà del Messico – gli basta dare l’ordine – a meno che siamo noi a rompere il nostro impegno. Perché le pressioni sul presidente Wilson perché dichiari la guerra sono molte e al confine sono in molti a cercare con tutti i mezzi di provocare qualche aggressione da parte dei messicani. Non insisterò qui su Mr. Hearst (il principale magnate della stampa statunitense dell’epoca, N d T), perché tutti ricordano che pochi anni fa dichiarò che avrebbe investito la fortuna della sua famiglia in Messico per garantire l’avvenire dei suoi figli. Ma, se superiamo il confine e ci intromettiamo nella politica messicana, ciò significherà la fine della rivoluzione. Perché mai riconosceremo un governo che non convenga ai poteri europei (di fatto, non vedo come possiamo farlo ora), e perché un governo che convenga ai poteri europei significherebbe confermare le concessioni straniere, il consolidarsi della gente “rispettabile” al potere e la fine di qualsiasi ridistribuzione radicale della terra tra i contadini. Quindi, non potremmo riconoscere un governo realmente eletto dai contadini, perché darebbe loro ciò per cui lottano da tanto tempo. E ciò significa che continuerà il sequestro dei beni ai loro legittimi proprietari, un cosa che, qualsiasi bambino di scuola elementare lo sa, è un crimine peggiore del furto.
Sono convinto che il governo yankee ha in mente la politica di “civilizzare messicani con la punta dei fucili”, processo che consiste in imporre con la forza le nostre grandi istituzioni democratiche a stranieri che hanno temperamenti stranieri, e mi riferisco al governo degli investitori, della disoccupazione e dei salari miserabili».

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PROCESSO DI PACE IN COLOMBIA

SERVIZIO DI VALENTINA VALLE BAROZ DALLA COLOMBIA - 17 giugno 2017

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