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BOLIVIA - UNA RIVOLUZIONE IN DISCUSSIONE

BOLIVIA – DOVE VA LA BOLIVIA DI MORALES ?

UNA RIVOLUZIONE IN DISCUSSIONE

 

Hervé do Alto 14 luglio 2011

 

 

L’interrogativo posto da Hervé do Alto, stimato intellettuale della sinistra boliviana, ricorre ormai nella riflessione di molti analisti e militanti boliviani. Il mito che un presidente “indio” sia automaticamente un buon presidente in una prospettiva di emancipazione, rafforzato da una retorica discorsiva abile e variegata, è un mito pericoloso che ancora una volta la sinistra europea sposa, forse per attenuare le proprie frustrazioni. Ma contribuisce a creare le premesse di nuove frustrazioni anziché rafforzare le proprie capacità di analisi e di critica costruttiva.(A.Z.)


In altri casi sinonimi di resistenza alle riforme neoliberiste, i conflitti sociali non sono cessati da quando Evo Morales è arrivato al potere nel 2005. E la tendenza è piuttosto al rialzo, avendo raggiunto nel 2010 il record con 811 conflitti censiti. La cifra ha di che sorprendere: il nuovo governo non era il governo popolare, in ascolto delle rivendicazioni dei movimenti sociali?

 

Non dimentichiamo che il primo mandato di Morales (2006-2010) si è caratterizzato per uno scontro prolungato che opponeva il governo all’oligarchia di Santa Cruz e in generale alla destra, soprattutto intorno alla nuova Costituzione: alle mobilitazioni dell’opposizione che cercavano di bloccare l’adozione di un testo che poteva rimettere in discussione i loro privilegi, sono seguite le marce contadine promosse per assicurare il buon svolgimento delle sessioni dell’Assemblea costituente. Tuttavia oggi si tratta di una frangia del movimento popolare, vicina a Morales nel recente passato, che scende di nuovo nelle strade contro il <> presidente. Dopo la promulgazione del nuovo testo costituzionale, il 7 febbraio 2009, la questione sociale torna a galla.

 

Come esempio dei nuovi contorni della contestazione sociale in Bolivia, un movimento in favore di un innalzamento dei salari ha originato in aprile una mobilitazione significativa sotto l’egida della COB, la Centrale Operaia Boliviana. Promosse dai sindacati quali quelli dell’educazione e della sanità, queste rivendicazioni non sono tuttavia nuove. Ma era in una situazione di relativa marginalità, fino a poco fa,  che queste organizzazioni percorrevano le strade di La Paz o di Cochabamba in difesa dei servizi pubblici – talvolta anche senza l’approvazione della maggioranza della direzione della COB.

 

L’eco favorevole riscossa dalla manifestazione promossa il 6 aprile scorso dalla COB per un innalzamento dei salari del 15%, mostra che la diffidenza dei settori popolari nei confronti di questi sindacalisti, tacciati nel passato di <>, non è più attuale : la mobilitazione è stata nazionale e numerose organizzazioni sociali come le federazioni indigene (CONAMAQ, CIDOB) hanno apportato apertamente il proprio sostegno.

 

Il movimento sociale diviso

 

E se i sindacati contadini restano in maggioranza fedeli al MAS, il Movimento al Socialismo, il partito di Morales, la turbolenza è diffusa in seno al movimento sociale. Mentre le organizzazioni sociali erano apparse unite durante il primo mandato Morales (2006-2010), sia nella difesa comune della costituzione come per far fronte all’aggressività di una opposizione pronta alla politica del peggio, alcune di esse sono ormai in aperto conflitto. In passato componenti a pieno titolo del MAS, gli insegnanti operanti nelle campagne (maestri rurali) che partecipavano allo sciopero della COB sono stati oggetto di una repressione organizzata da parte dei sindacalisti contadini vicini al governo: il 16 aprile scorso, a Cochabamba, la locale federazione ha dato l’ordine ai suoi affiliati di escludere gli insegnanti in sciopero dalla loro comunità entro 48 ore.

 

I settori popolari favorevoli al MAS non hanno fatto che sostenere la criminalizzazione della contestazione sociale iniziata dal vertice dello Stato: già a metà febbraio il vice-presidente Álvaro García accusava i dirigenti trotskisti alla testa dei sindacati dell’educazione della sanità di costituire <<l’avanguardia politica della destra […], l’estrema destra mascherata>>. L’8 maggio scorso  era la volta del presidente Morales di affermare che la COB era <<uno strumento del neoliberismo>> a causa delle sue rivendicazioni irragionevoli.

Uno sviluppo economico <>

 

Questa analisi  contro il movimento recente ignora però che, se questo ha beneficiato di una insolita popolarità, è perché la popolazione boliviana si trova di fronte ad una inflazione record, nell’era Morales, dell’11% -e del 18,5% se si considerano solo le derrate alimentari di prima necessità. Questa inflazione galoppante trova le sue origini nell’annuncio fatto dal governo di voler porre termine, con un decreto conosciuto come il gasolinazo[1], alla sovvenzione del carburante per diesel oggi in vigore. Sotto la pressione della piazza, la misura è stata infine ritirata il 31 dicembre, ma il settore agro-industriale ne ha tuttavia approfittato per speculare sui prezzi degli alimenti. Contrario in un primo tempo ad ogni compensazione salariale, Morales alla fine ha concesso, il 18 aprile, un aumento dell’11% al termine di un’aspro negoziato con la COB.

 

Si può scommettere che questo movimento non resterà senza futuro perché, al di là delle condizioni di vita sempre più difficili, è proprio la politica energetica del governo che è l’epicentro di un fuoco alimentato sia da parte delle organizzazioni sociali che degli esperti che criticano la nazionalizzazione degli idrocarburi intrapresa dal governo a partire dal 1° maggio 2006. In effetti, se il gasolinazo è stato presentato come una misura necessaria per regolare il mercato nero, questo decreto aveva soprattutto lo scopo malamente dissimulato di stimolare nuovamente il settore degli idrocarburi, proprio mentre le multinazionali sono sospettate di avere abbandonato ogni ricerca di nuovi giacimenti e trascinato di fatto una modifica al ribasso delle riserve di gas stimate essere esistenti nel paese.

 

Visto sotto questa angolatura la fine della sovvenzione al gasolio costituiva un vero appello a queste società offrendo loro un quadro nuovamente favorevole agli investimenti, dopo una nazionalizzazione in ogni caso moderata che in sostanza si è ridotta a una rinegoziazzione dei contratti con lo Stato, racchiusa nella formula, cara a Morales, <<Vogliamo soci, non padroni>>.

 

Se la “misura faro” del primo mandato dell’ex-dirigente sindacale ha permesso di alimentare le casse dello Stato dopo venti anni di liberismo sfrenato e di finanziare così una serie di politiche sociali con impatto immediato, il settore resta ampiamente sotto il controllo delle società straniere che hanno costituito un freno ad ogni serio progresso in quanto all’industrializzazione del gas e non hanno cessato di comportarsi di fatto da <> in Bolivia. Simbolo di una tale politica, il Brasile –la cui impresa nazionale Petrobras è diventata il primo operatore del settore degli idrocarburi in Bolivia negli anni novanta (63% delle riserve boliviane si trovano oggi sotto il suo controllo)- ha ottenuto dal governo Morales che l’esportazione del gas boliviano, <> e con un volume fisso e garantito per contratto dal 1996, sia mantenuto. Ne deriva che la Bolivia continua ad alimentare in grande misura il vicino brasiliano (per esempio circa l’80% dei fabbisogni dello Stato di San Paolo, il cuore dell’industria brasiliana) con un prezzo sistematicamente inferiore della media del mercato mondiale (da meno di un dollaro nel 1992 a 4,3 dollari al milione di metri cubi oggi). Crudele ironia vedere la Bolivia, paese dove il collegamento del gas alle case non esiste e dove le bombole di gas mancano con frequenza, <>> con lo sviluppo del Brasile…

 

La conseguenza pratica di questa situazione è che, lungi da ogni prospettiva di industrializzazione, il governo ha concentrato l’essenziale dei suoi sforzi sul rispetto degli impegni presi dai suoi predecessori, perpetuando la sorte di una politica economica fondata sull’esportazione delle risorse naturali, nefasta sia per lo sviluppo che per il rispetto dell’ambiente. C’è da interrogarsi sulla possibilità di condurre una politica <> seguendo le regole di un gioco ampiamente disegnato da gruppi capitalisti e da paesi vicini che operano nella regione come <>.[2]

 

Una opportunità per l’emersione di una sinistra critica ?

 

La rivendicazione di una <> degli idrocarburi potrebbe costituire, oggi, una bandiera politica attorno alla quale strutturare una sinistra portatrice di una critica anticapitalista –una sinistra che, pur facendo blocco col governo quando questo attacca i privilegi delle elites economiche, sia contemporaneamente capace di proporre una via alternativa di fronte all’atteggiamento rinunciatario dell’esecutivo come pure alla burocratizzazione rapida della nuova elite politica che ha accompagnato Morales al potere.

 

Una tale prospettiva non ha tuttavia nulla di evidente. La <>, divisa fra l’opportunismo delle correnti comuniste e il settarismo delle organizzazioni trotskiste, non sembra aver terminata la traversata del deserto iniziata negli anni ’80. A dispetto della sua visibilità mediatica, la COB da parte sua è paradossalmente prigioniera del proprio corpo militante, composto essenzialmente da salariati le cui preoccupazioni restano tutto sommato distinte da quelle di altre categorie maggioritarie in seno alla popolazione, come i lavoratori dell’economia informale, i contadini e gli indigeni.

 

E’ per questo che le defezioni in seno al MAS, che si moltiplicano sia presso gli intellettuali come fra certi dirigenti, non contribuiscono all’emergere di una sinistra anticapitalista. Il compito dei militanti di sinistra in Bolivia perciò assomiglia sempre più a un pericoloso esercizio d’equilibrismo: se non occorre disperare che la mobilitazione attuale possa costituire il punto di partenza di un rinnovamento della sinistra, questa deve come prima cosa imporre a Morales e al processo un indispensabile colpo di timone a sinistra.

http://www.cetri.be/spip.php?article2261&lang=fr;  http://alainet.org/active/48031

 



[1] Vedi Mininotiziario n 1 del 2011 sul sito www.kanankil.it (ndt)

[2] Vedi l’intervista a Raul Zibechi pubblicata dalla Revista Mariategui, En Sudamérica los espacios que deja EE.UU. los va ocupando Brasil, consultabile sempre sul sito citato nella nota 1 (ndt)

 

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