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ETICA, ESTETICA E RELAZIONE

Giovanna Morelli

Etica, estetica e relazione

 

Leggendo gli ultimi testi e contributi, nonché dal commento di gruppo su Agamben, ho ritrovato parecchi fili comuni che vanno tutti nella direzione illichiana della relazione, del riconoscimento problematico e arricchente dell’altro nella sua alterità, come strumento politico, o meglio per ritrovare una modalità politica nel mondo della biopolitica. In tal senso mi sono riletta il testo di Kostas che individua due concetti molto vicini tra Agamben e Illich. Cerco di condividere ciò che mi è sembrato di riprenderne. Kostas confronta i concetti di “substantive life” – o vita cosificata – di Illich e quello di “bare/sacred life” di Agamben. Si tratta per entrambi di una vita dissociata dalla forma che assume il vivere, disincarnata. E’ la vita protetta dai difensori della vita, dai comitati di bioetica. Una v ita che non ha a che fare né con bios né con zoe. Il concetto di vita oggettivata, vita feticcio per Illich ha una radice cristiana: nel cristianesimo il dono della Vita dato a Lazzaro si è corrotto in mero ritorno di un corpo alla vita , mito della medicina odierna (vedi la citazione del mito di Frankestein in Eastham). Si perde cioè il senso del vuoto del sepolcro come spazio che da accesso al sacro inteso come dimensione altra da quelle esperibili con gli strumenti della razionalità . E la vita assurge a feticcio. Per Agamben la “vita sacra” nasce nel mondo romano con la figura giuridica di un uomo che condannato, non poteva essere sacrificato ma poteva essere ucciso. Egli era fuori dalla legge sia umana sia religiosa. Era nuda vita, sacra – mi pare di intendere – nel senso appunto sopra detto, di dimensione estranea.

Si crea un’eccezione che si può uccidere. Con questo potere di eccezione nasce il potere sovrano – di ogni genere. Questa è la matrice stessa della politica, che non può che essere biopolitica. La vita assunta e gestita dal potere è corpo senza voce schedato fin negli aspetti più intimi dagli infiniti congegni tecnologici, nello stesso momento in cui i dispositivi mediatici – parola senza corpo – manipolano e controllano la parola pubblica. Il potere sovrano gestisce questa bare life a cui ci riduce, con il paradosso quindi di difendere la vita già in grembo ma di poter uccidere per difendere, uccidere “uomini sacri” , eccezioni che sono via via il bandito, il terrorista, il campo di sterminio. Il potere sovrano non ha a che fare né con la bios né con la zoe, anzi abbiamo persino perso questo distinzione tra l’uomo semplice essere vivente nella sua casa e uomo politico nella città. Per questo Agamben può dire che non c’è ritorno dal campo di concentramento, ovvero non c’è ritorno alla politica classica e alla separazione fra bios e zoe. Lo esplicita peraltro anche Revelli, nonché lo stesso Illich nel brano che Antonio ci aveva fornito dalla conversazione tra Ivan e Rahnema: “La possibilità di una città che nutra una comune ricerca del bene è scomparsa [….]

Dedicarsi l’uno all’altro genera l’unico spazio che permette ciò che tu chiedi: un mini-spazio in cui possiamo accordarci sulla ricerca del bene” . La resistenza politica non giova; solo l’askesis epistemologica come rinuncia alle certezze e conviviale disciplinata autocritica può salvare la nostra bios. Questo è il nuovo spazio “politico”, dove la natura “animale” dell’uomo non può essere disgiunta dall’aggettivo “politico”. In ultimo Kostas si chiede se non possa essere questo ciò che Agamben cerca, il modo cioè in cui la nuda vita non potrà più essere isolata dalla forma del vivere e perciò non potrà fondarsi nessun potere sovrano che uccide per proteggere. Perticari in una intervista su Illich “L’ascesi dell’altro” in cui propone una lettura congiunta di Ivan e Foucault, nota che negli ultimi tempi della sua vita Ivan si dedicava in particolare al tema della relazione fra gli individui, che assurge da questione privata a fatto pubblico, anzi a problema biopolitico centrale del nostro tempo. Come costruire un percorso verso l’altro in un mondo completamente tecnologizzato.

Ivan afferma che lo strumento forgia le modalità della conoscenza, dell’esperienza . Eastham afferma che dalla scoperta della scrittura di tipo occidentale in poi, in cui il segno – segno per segno – corrispondono ad un suono e la parola è un insieme di suoni e non un unico segno-immagine evocativo di molte suggestioni come in cinese, alla stampa alla comunicazione informatica è prevalsa nel mondo occidentale una forma di conoscenza che si potrebbe definire “digitale”, contrapposta ad “analogica” . Digitale è la forma del conoscere che non è più fare esperienza di senso, ma di significato: non il “gusto” di una cosa, di una relazione, con l’esperienza emozionale di essi, ma solo il significato utile, come byte di informazione da tagliare e ricucire – vedi ancora Ivan in un testo in francese fra i primi propostici .

Così la vita, la relazione , diviene noia, vuoto, incomunicabilità, depressione, insignificanza della propria esistenza. (In un brano che non so più tratto da dove, circa l’alto tasso di suicidi giovanili, si diceva che questi non potevano essere scaricati sul singolo come mera problematica psichica ma che è una questione bioetica. Ma ciò che mi aveva interessato di più era l’affermazione che hai giovani non è stato passato l’amore per la vita, il gusto del vivere, che non possono esserci se non c’è un’idea di futuro, la percezione di uno spazio che esiste per ognuno in cui la propria vita ha senso e valore nel costruire questo futuro.) Tornando alla conoscenza “digitale”: l’uomo - e l’uomo occidentale specialmente - man mano che gli strumenti che ha creato per potenziare in propri organi si sono resi autonomi fino a prendere il sopravvento, si è allontanato dalla propria esperienza sensoriale, dalla conoscenza attraverso la percezione, l’istinto, l’intuizione. Ha perso quell’approccio al mondo che è invece ancora fondante in molte altre culture e di cui parla Eastham, in cui il senso della vita individuale è inserito in un ecosistema universale come consapevolezza umile della diversa pari dignità delle creature, senza distinzione fra viventi e non.

Dove, come per un bambino, un sasso è popolato di senso, non ha solo un significato, è una forma dell’energia nel suo prendere infinite forme continuamente interagenti su piani di esperienza che l’approccio digitale non riesce ad immaginare (liberamente tratto da F.. Capra, Tic Nhat Hahn…). E in cui questa interconnessione – o interessere – genera una posizione di responsabilità etica straordinariamente penetrante. Cito da un brano il cui autore si è perso per strada “I discorsi riguardanti la vita spesso parlano di una vita possibile, di una vita futura o di una vita passata. Dissertano di una vita a venire o di una vita ormai perduta, senza preoccuparsi molto della nostra vita presente.

Quanti dibattiti, etici o giuridici, si svolgono sui diritti di un essere umano alla nascita - naturale o artificiale - o di un essere umano dopo la morte? Quanti si appassionano alla difesa della nostra vita quotidiana? Di questa vita in quanto tale sembriamo quasi inconsapevoli. Noi la subiamo, in un certo senso, ma senza premurarci di assaporarla, di coltivarla, di condividerla. Responsabile di questo stato di cose è in gran parte la divisione tra corpo e spirito che ci è stata insegnata. La vita, che abbiamo ricevuto insieme al nostro corpo, ci appare quasi trascurabile. Invece di ringraziare chi ce l´ha donata e chi ci permette di conservarla, invece di premurarci di farla maturare e sbocciare affinché si evolva in amore, parole, respiro condivisibile, pretendiamo di sostituirle un´altra vita, una vita artificiale, una vita da noi fabbricata. Una vita senza vita: una vita ancora da nascere o che è già morta. Siamo esiliati dalla nostra vita presente. Dovere di una reale biopolitica mi sembra sarebbe quello di ricondurci ad essa, o di condurci ad essa, e di proteggerci in quanto esseri viventi. […] Una vera biopolitica dovrebbe prestare attenzione alla disperazione che mina i cittadini, come una malattia che la scienza e la tecnica preferiscono ignorare in quanto esse stesse potrebbero esserne la causa, e per curare la quale rimangono senza rimedi. Di che cosa soffrono dunque i cittadini?

Prima di tutto dell´angoscia provocata da pericoli che mettono a rischio il nostro pianeta. Poi di aggressioni continue, che subiscono i corpi e i sensi a causa dei diversi tipi di inquinamento ai quali sono esposti. E ancora: delle violenze e delle guerre che minacciano loro e i loro simili, e in rapporto alle quali non possono far sentire la loro voce. Per di più, subiscono incessanti bombardamenti, da parte dei media, di informazioni le une più drammatiche delle altre. Senza dimenticare l´obbligo di assimilare un nutrimento, materiale o spirituale, più o meno adulterato o sofisticato. In realtà i cittadini soffrono di una perdita di fiducia nel loro ambiente naturale ed umano e, infine, della perdita di fiducia in se stessi. Soffrono per aver perso fiducia nel futuro, per la mancanza di responsabilità nelle decisioni vitali, prese in loro nome. Sorvolo... né dimentico... taglio corto...Ma come non rendersi conto, però, che i suicidi, le tossicodipendenze, la depressione e l´aggressività, le guerre e i vari tipi di conflitto, il ripiegarsi in un individualismo meschinamente possessivo o gaudente sono il risultato di una mancanza di cultura della stessa vita e della sua condivisione? Gli esseri umani sono in grado di sopportare molte cose, a patto di conservare speranza e responsabilità nei confronti del loro bene più prezioso: la vita. E che cosa, invece, chiedono loro quelli che decidono davvero delle cose, compreso la loro vita? Di accettare di diventare inconsapevoli.

Di lasciarsi distrarre da mille e uno dibattiti o spettacoli. Di considerare la sopravvivenza la sola condizione umana (ancora) possibile ]…]. L´ambiguità della scienza e della tecnica Scienze e tecniche spesso sono più delle protesi dell´umana sopravvivenza che non strumenti al servizio della vita, per lo meno nella nostra tradizione. Per accostarsi alla vita, la scienza inizia con l´isolarla dal contesto che le permette di esistere. In qualche modo, non le si accosta se non in vitro, altrimenti la scienza non può farne il suo oggetto: la vita sfugge ai suoi procedimenti, ai suoi strumenti, alle sue tecniche. Quando si avvicina ad essa, la scienza isola la vita dall´ambiente in cui essa può vivere: l´insieme del corpo, il contesto cosmico, il contesto relazionale. La vita di cui parla la scienza non è mai la vita che io vivo: essa è estrapolata dal tutto vivente che io sono e al tempo stesso ridotta ad una pura e semplice naturalità e fattualità. È al di là e al di qua della mia vita, quella che è animata dal mio respiro, dalle mie intenzioni, dalle mie relazioni con un ambiente naturale o culturale, con l´altro e con gli altri. Il potere attuale della scienza ci ha a poco a poco espropriati dalla percezione di che cosa significa essere vivi e, a questo riguardo, dalle nostre responsabilità.

Certo, la scienza può talvolta aiutare la nostra vita, ma a condizione di non volervisi sostituire, diventandone l´origine o la fine. La stessa cosa vale per la tecnica. […] E a proposito di etica estetica e relazione vi propongo questa visione di uno psicoterapeuta gestaltico fiorentino (di cui peraltro mi ripropongo di proporvi anche una “Teoria della conoscenza”) Paolo Quattrini: Esistenzialismo e verità narrativa Un paio di secoli fa accadde una rivoluzione enorme nella storia del pensiero, che quasi nessuno ha rimarcato a parte gli addetti ai lavori, tanto che ancora oggi il modo comune di pensare è lo stesso di prima di questa rivoluzione. Questa rivoluzione si chiama Esistenzialismo. Un paio di secoli fa appunto, un certo Kierkgaard, un temperamento nervoso e molto suscettibile, decise di rompere le scatole al mondo del pensiero contemporaneo con un'affermazione all’epoca semiblasfema: disse che la vita non è una domanda che deve trovare una risposta, ma un’esperienza che deve essere vissuta.

In altre parole, mentre da sempre il pensiero è centrato sul problema della verità, il problema più importante è invece cosa ognuno vuol fare della sua esistenza. Un cambio di direzione totale, così totale che solamente gli addetti ai lavori se ne sono accorti e l'hanno dovuto tenere in considerazione, mentre le persone normali continuano a credere che il problema fondamentale sia la ricerca della verità, malgrado che tutto dimostri che una verità sola è difficilmente sostenibile, a parte naturalmente dagli integralismi di qualunque tipo. La conseguenza di questo avvento sulla scena del pensiero è che se la domanda principale non è cos'è la verità, ma cosa ne faccio della mia esistenza, l'epistemologia, che è la scienza della conoscenza ha un problema in più. Se non è più infatti la maniera giusta di trovare la verità, allora cos'è la conoscenza? Visto che il problema è: cosa voglio fare della mia esistenza, è ovvio che a questo punto la teoria della conoscenza diventa ad personam, cioè ognuno bisogna che si arrangi una sua epistemologia cioè, una sua teoria della conoscenza, adatta alla gestione della sua esistenza. Ne consegue che ognuno allora elabora una rappresentazione del mondo differente, perché siccome la rappresentazione del mondo serve per sopravvivere, chiaramente ognuno tira l'acqua al suo mulino, e rappresenta il mondo dal punto di vista dei suoi interessi. L'esistenzialismo legittima questa differenza.

Cioè, se guardiamo il mondo dal punto di vista esistenzialista, ognuno ha il diritto di elaborare la propria teoria della conoscenza. Da un punto di vista esistenzialista salta quindi la relazione soggetto-oggetto, perché se ognuno ha il diritto di elaborare una propria teoria della conoscenza, allora due persone a confronto non sono un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto, ma sono due soggetti conoscenti: la conoscenza qui diventa per forza intersoggettiva. Questo però è un problema enorme da un punto di vista teorico, perché una relazione soggetto-oggetto è molto più facile da maneggiare: c'è un soggetto che conosce, c'è un oggetto conosciuto, è tutto li, abbiamo migliaia di anni di esperienza nella storia del pensiero di questo sistema di conoscenza. Ma provate a mettere due soggetti che conoscono: uno conosce in un modo, l'altro conosce in un altro, e poi? Questo è un sistema di una tale difficoltà che non è riuscito a diventare di uso comune. Però, pensateci un attimo: certo, se si deve gestire un paio di uova da friggere è meglio considerarle come un oggetto, ma se avete un cliente davanti, è molto più interessante che sia un soggetto. E' difficile intervenire oggettivamente nella vita di una persona: se invece è un soggetto, la sua parte la farà da solo, cioè l’operatore alla relazione d’aiuto non deve prendere la responsabilità della sua esistenza. Lui è un soggetto, tu sei un soggetto, e siamo già un bel pezzo avanti. Come si fa però a capirsi, visto che ognuno ha diritto alla sua visione del mondo? Una teoria della conoscenza esistenzialista deve necessariamente partire da un punto di vista relativo, cioè qui la conoscenza è riconosciuta ancorata alla specificità di un soggetto che conosce. Per essere una teoria della conoscenza valida bisogna però che implichi la possibilità che i due soggetti possano articolare le loro conoscenze, perché se ognuno si limita a conoscere per conto suo si va poco avanti, non serve a molto come teoria della conoscenza. Una teoria della conoscenza congrua all'esistenzialismo è la fenomenologia. Fenomenologia vuol dire che il concetto di realtà si applica al fenomeno. Fenomeno, da ...è ciò che appare, ciò che compare alla nostra percezione: fenomeno è l’apparenza. La fenomenologia dice, chi lo sa cosa è la realtà: quello che c’è da prendere in considerazione sono i fenomeni.

Questo permette di concepire una conoscenza intersoggettiva: io ho le mie percezioni, l'altra persona ha le sue percezioni e fra queste anche percepisce me che ho le mie percezioni, e io percepisco lui che ha le sue percezioni. C'è quindi un percepirsi reciproco che cuce un'interazione, in cui la verità è questo andirivieni di impressioni reciproche: una persona mette lì una cosa e il problema per l'altra persona non è essere d'accordo o non essere d'accordo, il problema è se quella cosa gli piace o non gli piace. Per esempio, io affermo A e l'altro dice A non mi piace: questo non è un niente, è un qualcosa che è successo fra me e l’altra persona. E’ un fatto, un fenomeno, ed è qualcosa che è stato conosciuto: cioè lui ha conosciuto la mia cosa, io ho conosciuto la sua reazione alla mia cosa e lui la mia reazione alla sua, e si possono cucire insieme come si tesse in un telaio la trama con l’ordito. La Fenomenologia è una teoria della conoscenza dove c'è spazio per l'io e per il tu, e Fenomenologia non è solo il riconoscimento dell’accadere del fenomeno, ma anche il gusto del fenomeno, il gusto del percepire: la sensualità, il piacere di vivere. Un’altra teoria della conoscenza congrua all'esistenzialismo, che non deriva dalla tradizione esistenzialista ma dalla biologia, è il costruttivismo. Anche il costruttivismo è una teoria della conoscenza relativista, che è relativizzata all'organismo, all’essere vivente: afferma che conoscere non ha a che fare con l’assoluto, che il rapporto di conoscenza fra l'essere umano e il mondo è lo stesso rapporto di conoscenza che c'è fra una chiave e una serratura. La chiave conosce la serratura?

No, ma la apre. La conoscenza dal punto di vista costruttivista è qualcosa di efficace, cioè che funziona sul piano concreto. I costruttivisti affermano: la conoscenza non dice niente sull'essenza della realtà, solo permette di interagire con la realtà. Nell’ottica costruttivista i dialoghi sono co-costruzioni. Cioè, è un costruire insieme: io sento questo, a te fa questo effetto, a me questo fa quest’altro effetto e si tesse una relazione, cioè una persona fa delle affermazioni, ha una posizione nel mondo, un'altra persona prende atto, interagisce, e tesse con questa posizione una co-costruzione. Il derivato fondamentale dell'idea della co-costruzione è un cambiamento radicale dell'idea di verità: la verità non è assoluta perché fa capo a un organismo che sta cercando di sopravvivere. Non si tratta quindi semplicemente della verità storica, ma più precisamente di una verità narrativa. Non può essere comunque solo una verità storica perché la percezione non è un fenomeno meccanico, non è una registrazione: come dice Proust, la percezione è un fenomeno a due facce, si percepisce il fuori mentre contemporaneamente si percepisce il proprio mondo interno. Quello che si percepisce e poi si ricorda è frutto di un'operazione artistica, che tesse, cuce, connette e fa il percepito, fondendo il mondo interno con il mondo esterno. La verità in questo senso è appunto una verità narrativa, la cui condizione di verità è relativa al suo stare in piedi, alla sua riconoscibilità, stranezze comprese: può essere benissimo anche irragionevole, posto però che faccia senso alla persona che ci sta dentro. Senso, cioè significato, sensatezza.

Se si guarda la propria vita, o le vite che ci vengono raccontate da amici, clienti, e via dicendo, è facile vederla, come diceva Shakespeare, come "il borbottio di un ubriaco che non sa quello che dice". Guardando la propria vita, le persone vedono spessissimo un ammasso di cose successe a caso, senza una connessione: questo sparpagliamento degli avvenimenti, questa disintegrazione del senso, non permette di vedere un insieme, e la persona si sperde e si dispera. Ora, c’è qualcosa che viene descritto bene dall'eutonia (oltre che dall’architettura) e si chiama la trasmissione del sostegno. La trasmissione del sostegno è quello che succede in una scala. In una scala un gradino è appoggiato sull'altro e chi sale passa da un gradino all'altro scaricando il peso indietro: se non ci fosse questo appoggio dei gradini uno sull’altro il peso non si scaricherebbe e i gradini cadrebbero in terra. Se si spinge con il corpo diritto o se si spinge con il corpo piegato fa molta differenza: col corpo piegato la trasmissione del sostegno si interrompe dove fa angolo e si rompe la spinta. Col corpo diritto lo sforzo si propaga facilmente, il peso si scarica a terra e si riesce a fare molta più forza. Questo non avviene solo a livello fisico ma anche a livello emozionale, al livello delle idee, al livello della coesione psichica in generale. Se la trasmissione del sostegno è interrotta, non si riesce a fare forza e ci si trova in mezzo a una palude. Se invece le cose riescono ad essere in qualche modo coese, la propria storia per la persona diventa un supporto, e anche un trampolino di lancio. Essere nel mezzo di un'avventura dà forza, mentre essere nel mezzo di una palude spesso porta depressione: senza la trasmissione del sostegno manca l’energia per ideare una direzione, per sostenere una fede ecc. ecc. Piacere di sentire, sensatezza, coesione sono dunque le basi della verità da un punto di vista esistenzialista. La narrazione ha poi un’altra caratteristica fondamentale: una storia per avvenire, ha bisogno di uno spazio.

In teatro, se si mettono semplicemente gli attori uno accanto all'altro, non succede ancora niente: per la rappresentazione c'è bisogno dello spazio in cui si possa svolgere la storia che sarà narrata. Per la legge della incompenetrabilità dei corpi, se non c'è lo spazio non succede niente: uno spazio che permette il movimento, permette l'interazione, permette il disegnarsi della storia. Questo spazio è quello che nella tradizione gestaltica si chiama il vuoto, nello specifico il vuoto fertile, cioè il vuoto dove avvengono le cose, dove si possono sviluppare. Ma perché avvenga qualcosa questo vuoto deve essere abitato. La distanza va abitata. Questo è un punto centrale nella nostra vita quotidiana e nella professione della relazione di aiuto in particolare, perché noi esseri umani veniamo tutti quanti da un'esperienza che per un tempo più o meno lungo è stata di portata mitologica: è l'esperienza primaria di relazione con la madre. Questa esperienza è ricordata da quasi tutti più o meno inconsciamente come un paradiso: le persone spesso hanno per questo la tendenza ad appiccicarsi nei rapporti come sono stati appiccicati alla madre, e nella credenza popolare amore è poi appunto questo appiccicamento. Errore catastrofico!

L'appiccicamento impedisce qualunque tipo di amore. E’ simbiosi, confluenza, si può chiamare in molti modi, ma sicuramente non amore, perché dove c’è appiccicamento non succede niente: perché ci sia amore deve succedere qualcosa, e perché succeda ci deve essere uno spazio in cui possa succedere. Questo spazio però non è mica uno spazio innocuo, è uno spazio pieno di tensione, ansiogeno, dove si ha paura da una parte di perdere l'altro e dall’altra di essere sopraffatti, dove ci si vuole subito appiccicare all’altro per non avere più quest’ansia: il guaio è che appiccicandosi si perde la possibilità di rapporto, e si perde in definitiva anche l'amore. Per non perdersi bisogna riuscire a sopportare l'ansia della separazione. Per poter parlare, un buon metro di distanza per esempio ci vuole: quel metro di distanza ha un riflesso emozionale, la percezione che io sono qui tu sei li, e c'è una distanza nel mezzo. Essendo quello lo spazio vuoto dove possono avvenire le cose, la distanza è variabile, c'è un metro, ci può essere meno o di più. E’ proprio in questa variazione dello spazio che avviene l'abitazione della distanza, l'interazione. Questo abitare la distanza è la chiave di volta della relazione d'aiuto: se gli esseri umani tendono normalmente ad appiccicarsi, figuriamoci quando qualcuno li aiuta. Se chi aiuta accetta l'appiccicamento è finita: invece che una relazione di aiuto diventa una dipendenza mortale.

Quando ambedue gli interlocutori sono responsabilmente protagonisti è più facile reggere la percezione reciproca e abitare la distanza: nella relazione d’aiuto è la persona che aiuta che deve comunque prendersi la responsabilità di imporre una distanza, che non sia separazione, ma che sia spazio abitabile, dove possano succedere cose, e la chiave di lettura dell’operazione è l’etica. C'è una differenza fondamentale fra il concetto di morale e il concetto di etica, che invece spesso vengono confusi. La differenza è questa: la morale si riferisce alle leggi scritte, a quello che si fa e quello che non si fa in assoluto. E' la misura di un singolo comportamento: ma un singolo comportamento astratto da un contesto nella realtà non esiste. La vita è fatta di tanti comportamenti articolati fra loro all’interno di contesti sempre differenti. Per esempio: moralmente parlando è proibito ammazzare, però dipende dalle situazioni. Se qualcuno ci aggredisce, per legittima difesa si può ammazzare. La situazione della legittima difesa fa sì che ammazzare un aggressore eticamente può diventare apprezzabile: la persona può anche essere vista come coraggiosa. Ora, il problema è dove comincia e dove finisce la situazione, cosa dà i contorni di una situazione, come si percepisce l'insieme: infatti, a seconda di dove comincia e di dove finisce, la situazione è diversa, e quindi il punto di vista etico cambia. Ne consegue che l'etica non è qualcosa che si possa regolamentare. La morale si regolamenta perché misura il singolo comportamento astratto dal contesto, l'etica non si può regolamentare, perché non esiste nessuna situazione che sia uguale ad un'altra: le componenti di una situazione cambiano sia contingentemente, sia per le persone implicate, sia per i passati e i futuri delle persone implicate.

Ogni situazione è adibile, avvicinabile, da un punto di vista in un certo senso artistico, non meccanico: non c'è modo di affermare cosa si fa e cosa non si fa eticamente parlando. E’ uguale in campo estetico: l'estetica è rigorosa, ma non ha leggi. Cioè, una cosa brutta è brutta, ma una cosa bella non è mica bella perché ha rispettato delle leggi estetiche. Per quanto rigorosa l’estetica è priva di leggi, e non può essere dimostrata. Nessuno diventa artista per corrispondenza, per diventare artista bisogna stare dentro l'esperienza, dentro l'avventura, e qualcuno diventerà un buon artista, qualcun altro no, in ogni caso si tratta di sviluppare il proprio senso estetico.

Ma, che vuol dire sviluppare il senso estetico? Non significa mica capire cosa va di moda. Un vero artista non segue la moda. La specificità di un pittore è il suo stile, la sua differenza rispetto a tutto il resto del mondo. E allora il senso estetico è che la persona piano piano impara a capire cosa gli piace: è la sua percezione del bello. Ecco, lo stesso vale sul piano etico: non esiste un'etica oggettiva, non esiste una ricetta per fare qualcosa di valore etico. L'etica è un'esperienza personale, è quello che si può chiamare l'esperienza del buono: qualcosa che ha un valore etico lo si misura nella percezione delle persone implicate. Allora, come si parla di gusto estetico, per parallelismo bisogna parlare di gusto etico. Il gusto etico è una cosa relazionale, cioè non è mai, per definizione, astratto dal contesto, come il gusto estetico non è mai astratto dal contesto. Il gusto estetico di un pittore lo si vede nel quadro che sta facendo, e così il gusto etico: lo si può solo vivere e lo si può vedere nei propri vissuti, nell'essere dentro la situazione.

Ora, il problema è questo qui: il gusto etico è relativo alla percezione dell'insieme dei fatti che fanno una situazione, è la percezione del contesto stesso, cioè la percezione dell’insieme di se stesso e delle cose, ma soprattutto delle varie persone implicate nel contesto. Il problema è: come posso io percepire qualcun altro? Questo è un annoso problema, risolto con un escamotage teorico da Heinz Kohut, un famoso psicoanalista freudiano: Kohut afferma su "Narcisismo e analisi del sé" che la psicologia è un campo definito dall'empatia. Cioè afferma ex catedra, che la psicologia non esiste senza l'empatia. E cos'è l'empatia? L'empatia, in parole povere, è la capacità di mettersi nei panni dell'altro. Questa capacità tutti sanno che esiste: se non esistesse non esisterebbe neanche il teatro. Il teatro è fatto di mettersi nei panni degli altri, e chiunque ha un po' di pratica di teatro sa che il bello non è quando l'attore fa una sedia e quella sedia sembra l'attore. L'attore è un buon attore quando fa una sedia e l'attore sembra miracolosamente una sedia: cioè quello che viene fuori è una sedia, non più la persona dell'attore. Si mette veramente nei panni non quando porta a se il personaggio, ma quando si porta nel personaggio.

Oh, come si possa fare questo è puro mistero, però vi propongo l'idea che non sia un mistero da svelare, ma che sia piuttosto un mistero da contemplare, un mistero a cui partecipare. E questo mistero è quello che permette di sviluppare un gusto etico, perché, per sapere qualche cosa del contesto in cui si sta operando bisogna vivere l'insieme, per vivere l'insieme bisogna percepire le persone che ci sono implicate, e dal loro punto di vista: altrimenti c'è un protagonista e il resto sono solo figure disegnate sullo sfondo. Perché nella percezione dell'insieme l'altro risulti come individuo, bisogna avere visto il mondo con i suoi occhi, bisogna cioè averlo percepito empaticamente.

Da questo punto di vista l'empatia è fondamentale per capire qualcosa degli esseri umani, cioè per capire chi è il soggetto che ho davanti: capire qualcosa degli altri è l'unica possibilità per stare dentro un contesto vivo, non unidirezionale, come se io fossi la lampadina e tutto il resto ombre. Gli altri sono altre lampadine. Un contesto di questo genere è assimilabile un po' ad un'opera d'arte: la bussola per il comportamento non può essere semplicemente un codice morale. Se volete dipingere, è poco probabile che riusciate a fare qualcosa di bello semplicemente studiando i testi sull'uso del colore. Ugualmente, comportandosi moralmente è poco probabile che quello che si ottiene sia niente altro che un esercizio morale, cioè un esercizio rigido e senza vita. La psicoterapia e tutti quelli che sono i supporti psichici nel mondo moderno, in realtà non si applicano soprattutto ai disturbi mentali: la richiesta più diffusa riguarda il tema della qualità della vita. Le persone hanno spesso una qualità di vita scadente, e non è la morale che migliora la qualità della vita.

Ricorrere alla morale è come entrare in una casa, spazzare, pulire e mettere tutto a posto: ma se la casa è uno schifo resta uno schifo. E’ uno schifo pulito invece che schifo sporco. Il fatto è che le interazioni fra gli esseri umani sono spesso prive di vita, come se, sul piano artistico, fossero scarabocchi invece di quadri. Sono cose fatte in un senso funzionale, ma la funzionalità da sola non fa la qualità della vita. La qualità della vita è data dalla qualità dell'interazione con gli altri, dalla qualità dello scambio, e la qualità dello scambio è misurabile solo col metro etico: cioè, il metro etico è il metro di ciò che è buono. Se il metro estetico è il metro di ciò che è bello, quello etico è il metro di ciò che è buono, cioè una cosa buona si può dire che ha valore etico. Quello che di solito si pensa è che una cosa etica sia noiosa e faticosa, e che per farla bisogna reprimersi, altrimenti si farebbe qualcos'altro.

Questo è un totale errore di valutazione. La morale sì, è noiosa, ed è noiosa perché è sempre staccata dalla realtà, ma l'etica è esattamente il contrario di noioso: sarebbe come dire che l'estetica è noiosa. Un quadro meraviglioso può costare lacrime e sangue al pittore, ma il risultato è tale che per lui il gioco vale la candela. Per l'etica è lo stesso: l'etica è la misura del buono. Quando succede qualcosa di buono tra le persone è interessante, affascinante, è una meraviglia: ricompensa immediatamente, non serve per un paradiso futuro, è qualcosa che soddisfa subito. Il lavoro di gruppo è in buona parte teso a scoprire una migliore qualità di vita fra le persone che si incontrano, che stanno insieme per un certo tempo e si danno da fare per fare qualcosa di piacevole, di buono. Buono nel senso che è buono, che nutre, che è soddisfacente: la cosa interessante è che la differenza fra uno scarabocchio e un'opera d'arte a volte non è mica tanta: con una linea fatta così o cosà si passa da una cosa all’altra. Sul piano etico è lo stesso: non è mica che debba succedere chissà che perché le cose abbiano un valore etico, è che devono accadere in modo tale che, come succede anche sul piano estetico, si formi una tensione.

Cos'è un quadro? Un quadro non sono mica i colori o le linee: è la tensione viva che c'è fra linee e colori. Un'interazione di valore etico è la stessa cosa. I quadri possono essere fatti anche con la spazzatura, e anche un’interazione di valore etico può essere fatta con comportamenti spazzatura, basta però che sia costruita in modo tale che le tensioni emotive che ci sono dentro facciano nascere un insieme di valore (in senso appunto etico), che è valutabile tale solo nell’esperienza dei diretti e indiretti partecipanti. ---------------------------------------- Un’ultima citazione: … se l’etica è il risultato delle nostre amplificazioni empatiche del rapporto con e tra gli altri, allora le nostre emozioni non sono qualcosa che dobbiamo sospendere al momento in cui diamo un giudizio etico, bensì qualcosa che dobbiamo esplorare ed esperire nella loro interità e possibile varietà.

Questo al fine di avere una sorgente di informazioni su quello che sta succedendo il più ricca e variegata possibile, che ci permetta quindi di intervenire nel contesto attuale in modi che siano eticamente appropriati. In breve, se da una parte dobbiamo ricordare la natura emotivo-reattiva dell’etica, e quindi "giudicare" ed intervenire con estrema prudenza, dall’altra dobbiamo essere totalmente aperti alle nostre reazioni empatiche, proprio perché queste sono il fondamento dell’etica.

Questa analisi dell’etica ha una serie di vantaggi. Innanzitutto elimina il problema della ricerca di principi assoluti. Da questo punto di vista, infatti, non esiste alcun principio universalmente valido in quanto l’eticità di una data azione sarà determinata dal qui ed ora della dinamica relazionale ed emotiva tra gli individui coinvolti nell’evento. D’altra parte, elimina anche il prolema di un relativismo estremo. Se il giudizio etico è un risultato di dinamiche empatiche tra individui allora non è vero che qualsiasi cosa "va bene", ma cosa "va bene" e cosa no dipenderà dallo specifico della relazione tra questi individui. In altre parole, l’empatia fornisce uno strumento di raccolta informazioni e valutazione di una situazione che ha infinite possibilità di applicazione, ma per il quale non è vero che ogni possibilità di giudizio etico è altrettanto valida.

La definizione "empatica" dell’etica elimina anche il problema del rapporto tra individuo e società – ovvero la domanda sè più importante (o "buono") ciò che impone la società o quello di cui abbisogna l’individuo. Questo problema viene semplicemente a mancare perché l’approccio relazionale sottostante l’idea di empatia riporta il discorso etico nella relazione tra individui (o individui e gruppi sociali). In questo senso l’origine del giudizio etico non è più nell’individuo o negli altri, ma nella dinamica empatica tra tutti coloro che sono coinvolti. L’unità di base qui è la relazione tra le parti, non la singola parte.

Questi sono alcuni dei vantaggi del concepire il proprio sistema etico come il sistema delle proprie reazioni empatiche alle emozioni altrui. Un possibile "svantaggio" o "complicazione", qui, è che questo sposta la ricerca da una ricerca di certezza ad una ricerca di funzionalità nella relazione attuale. Dato che la relazione tra individui è in continuo cambiamento e fondamentalmente imprevedibile, questo comporta non solo che dobbiamo rivedere il nostro giudizio etico in continuazione, ma anche che nel così fare non possiamo fare a meno di sbagliare. Questo non perché non abbiamo applicato il principio giusto, ma perché l’errore è parte essenziale del processo di sviluppo di un giudizio etico appropriato ed adeguato al presente.

Da “La natura affettivo-relazionale del giudizio etico”

di Riccardo Draghi-Lorenz Psicologo direttore dell’Institute of Emotion Psychology, Londra

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