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CRISIS : EL DESPOJO IMPUNE - I


CRISIS: EL DESPOJO IMPUNE
di Jean Robert
ediz Cideci-Unitierra – San Cristobal (Mx)

per una riflessione su “come evitare che il rimedio sia peggiore del male…”

I

CONCLUSIONI MORFOLOGICHE


Premessa
Kanankil, “dialogo fra molti”, vuole dare spazio a voci poco conosciute in Italia ma che risuonano chiare nelle terre messicane, dove un ridotto ma agguerrito numero di pensatori-militanti ispirati dalle idee di Ivan Illich -che a lungo operò col CIDOC a Cuernavaca- continua a cercare e sperimentare, e non fra le nuvole ma nelle anfrattuosità dei saperi e delle resistenze popolari al pensiero e alle pratiche omogeneizzatici del capitalismo neoliberista, dei percorsi di vita umani e responsabili. Gustavo Esteva (Universidad de la tierra – Oaxaca), Raymundo Barraza (CI.de.CI – Universaidad de la Tierra Chiapas), Jean Robert, Valentina Borremans, Roberto Ochoa e altri formano questo nucleo messicano, legato per molti versi e in grado diverso, agli attori dell’insurrezione neozapatista del 1994, di resistenza, e costruzione di una post-crescita ormai in processo, gruppo con cui da tempo siamo collegati e che seguiamo con interesse, perché ciò di cui parlano è il problema di noi tutti, come ricostruire dal basso un mondo altro. Illich, Ellul, Kohr, Prigogine, Wallerstein, il pensiero comunitario maya, i “resistenti indigeni” alla Colonia (Guaman Poma…) sono le fonti principali di questa cultura forte, con radici lontane e vicine nel tempo,capace di dare senso all’impegno.

Il libro di Jean Robert Crisis, el despojo impune. Cómo evitar que el rimedio sea peor que el mal... è un libro dimesso nella veste (edito dalla Universidad de la Tierra – Chiapas) ma denso nel contenuto.

Dopo una stimolante introduzione, i primi due capitoli, dedicati al titolo (Crisi,la rapina impunita) compiono una ricostruzione, precisa e non priva di humor amaro, della prima fase della grande crisi scoppiata nel 2008 (la seconda, ancora a venire…), mentre i successivi tre sono dedicati al sottotitolo (Come evitare che il rimedio sia peggiore del male…). Raro un libro che unisca una analisi economica così accurata (e comprensibile) dei passaggi della crisi con una ricetta forte per evitare che le soluzioni finiscano per essere peggiori del male (la ripresa della crescita, asino di battaglia della sinistra partitica e sindacale italiana e europea). Proprio quello che, mi scusino gli amici della “decrescita” e altri del circondario, mi sembra mancare un po’ in Italia, dove il mio timore è che si cerchi di contrastare una metastasi con una ricettistica che non colpisce la radice del male: la colonizzazione del nostro immaginario e l’atrofizzazione di un pensiero realmente creativo, ormai assuefatto alla ricerca di regolicchie e di menopeggismi.

Non intendo in questa sede procedere alla traduzione, anche se a spezzoni, del libro. Sarebbe troppo ambizioso, un compito da editore serio. Però estrarre alcune idee da proporre a una riflessione più ampia, quello si, mi sembrerebbe utile. Come un regalo che si snodi nel nuovo anno ai pochi amici che ne avranno voglia e interesse. Che potranno trovare via via su www.kanankil.it i brani che volta a volta riuscirò a tradurre.

Aldo

PS E’ inevitabile che alcuni passaggi non siano pienamente comprensibili se non dopo aver letto le pagine che li precedono. Cercherò di supplire con delle note.


*** *** ***

CONCLUSIONI MORFOLOGICHE

L’analisi morfologica mostra per prima cosa come la violenza delle onde dipenda dalla grandezza del mare: uno tsunami non si scatena in uno stagno o in un lago ma necessita di una superficie di centinaia o migliaia di chilometri per acquisire il suo momentum. In modo analogo la violenza delle ondate della tormenta finanziaria hanno avuto bisogno della smisuratezza dei mercati finanziari globalizzati per acquistare la grandezza distruttiva. La crisi ha avuto anche bisogno del processo di “mineralizzazione” o disumanizzazione che accompagna ogni perdita di proporzione affinché teorie come quelle del caos, delle dinamiche non lineari e dei frattali potessero acquisire più rilevanza del pensiero politico e delle analisi delle relazioni inter-soggettive .

L’analisi dimensionale non si occupa di fare l’eziologia dello tsunami fin dalle sue origini nei movimenti tettonici del fondo del mare. Tratta di definire in quali condizioni le risaie dei contadini possono essere distrutte dalle onde oceaniche. La risposta sta, evidentemente, nella loro distanza dal mare e nell’esistenza o no di argini. L’analisi morfologica non può ne vuole indicare i colpevoli o le cause prime della catastrofe, bensì mostrare quali furono le condizioni sine qua non della sua comparsa. Queste condizioni sono sempre dimensionali: come ripeteva Leopold Khor la maggioranza delle disgrazie che accecano gli uomini hanno la loro origine delle dimensioni eccessive. Il capitalismo moderno è inseparabile dalla dismisura, dall’assenza di proporzioni, senza le quali la crisi non si sarebbe scatenata nella forma e nella grandezza con cui lo ha fatto e seguita a fare.

Una delle speranze dell’autore di queste pagine può essere riassunta in una frase: “C’è vita dopo la crescita” e, ovviamente, dopo il capitalismo e le cadute e ricadute delle borse. L’altra è che l’epoca successiva a quella della crescita, e che si annunzia, dica francamente il proprio nome senza cercar scappatoie né succedanei. Gli indicatori dell’economia nominale possono gonfiarsi al ritmo delle campagne contro i “mali” stigmatizzati dalle cupole: la droga, il crimine, il terrorismo, la povertà e, recentemente, l’influenza . Per citare un esempio particolarmente deplorevole, il municipio di Cuernavaca, in altri tempi città pacifica della provincia messicana, ha iniziato a perseguire nella loro incarnazione di poveri fastidiosi: i puliscivetri, i giocolieri, i cantanti e i venditori di fiori, accusati dalle autorità di “estorsione” e di “affronto all’immagine turistica della città”. Se si potessero proibire tutti i doni che i cittadini si fanno l’uno con l’altro, tutti i “servizi informali” che si eseguono nella tavola, nel letto o nella strada, se si riuscisse a sopprimere ogni forma di gratuità e di auto-produzione nei villaggi e nei quartieri, quali strade si aprirebbero all’espansione economica senza limite!

Non è la strada il luogo privilegiato del “crimine organizzato informale”? mi dirà il cittadino che mi rimprovera. Gli autoproduttori non fanno concorrenza ai commercianti onesti della nostra città e gli autocostruttori agli architetti? E che dire degli amanti che si danno baci gratuiti nei vicoli di GuanaJato? Vi è una coerenza nel progetto del potere-al-servizio-dell’economia. Proibire e castigare ogni commercio informale per sradicarlo come mala erba consente di far lievitare alcuni indici di crescita, vale a dire giustificare soluzioni grandi a “problemi” che, lasciati nella loro scala originale nella casa o nel quartiere o nel villaggio, non sarebbero stati più grandi della capacità della gente a risolverli. Uno dei prezzi di questo innalzamento delle grandezze è, come dice Majid Rahnema, l’espulsione della povertà compiuta dalla miseria.  Nell’era della post-crescita lo slogan dei fanatici della “crescita ad ogni costo” potrebbe essere: “quanto meglio va per l’economia tanto peggio va per la gente” e, mi azzardo a sperarlo, il viceversa. Però ho già abbandonato il livello dei “fatti duri” .

E’ che sono fatti sui quali ogni informazione aggiuntiva è, come dicono gli economisti, di utilità marginale decrescente. Io, cittadino comune e normale, ho bisogno di sapere di più per comprendere perché ho perso un terzo dei miei modesti “risparmi per la vecchiaia” e altri sostegni e perché posso perdere molto di più nei mesi a venire? Il di più fa parte del campo delle domande senza risposta, delle ipotesi, della speculazione intellettuale e degli indovinelli. Per me e per alcuni amici: anche della speranza.

Non rompere il dialogo

 Riconosco alle teorie marxiste il merito immenso di non rompere la relazione fra i supporti e le parti emergenti, le infrastrutture e le superstrutture e, contrariamente alle teorie delle gallerie degli specchi , di anteporre le prime. Mi distanzio da esse per ciò che riguarda la loro concezione troppo ermetica delle classi sociali come soggetti collettivi, dotate non solo di intenzioni in conflitto, ma monolitiche nel senso che le definizioni di classe sarebbero insuperabili. Ciò è in contraddizione con la storia stessa del marxismo: non fu Federico Engels a mantenere Marx e la sua famiglia a partire dal momento in cui ereditò l’impresa capitalista del padre? E lo zio capitalista di Marx, il fondatore dell’impresa Philips, non lo aiutò saltuariamente a pagare i debiti? Il mio amico Jean-Pierre Dupuy smise di essere economista matematico e si fece filosofo. Se volete un esempio più drammatico, che pensate dell’architetto tedesco Manfred Eckemeyer, costruttore del campo di concentramento di Auschwitz? Quando i fratelli Scholl e il loro gruppo di resistenza, la Rosa Bianca, bussarono alla sua casa e gli chiesero la sua autorizzazione per trasformarla nella base della loro organizzazione clandestina, accettò immediatamente, alludendo al fatto che aveva avuto l’incarico, “in un certo luogo della Polonia”, la cui natura gli aveva fatto sorgere dubbi sulla saggezza dei nazisti. E colui che scrive queste righe fondò due banche nella bancaria Svizzera prima di dedicare anni alla costruzione di sanitari ecologici secchi nei villaggi oaxaquegni.

 Le cose respirano, vi sono osmosi misteriose, vasi comunicanti. Gandhi riuscì a negoziare un’uscita pacifica dell’ex colonizzatore dell’India e i suoi discepoli del movimento Janadesh insistono che “mai si deve interrompere il dialogo”. Ma mai questa apertura deve essere compiacente. Oggi è urgente che il senso comune “dal basso”, scuota la colonizzazione dell’immaginario da parte dei sogni di quelli “in alto”. Si deve, soprattutto, parlar chiaro.

(da Crisis, el despojo impune. Come evitar que el rimedio sea peor que el mal….di Jean Robert ediz “Universidad de la tierra – Chiapas” e “CI.de.Ci. Las Casas”, 1999, pagg 112-115)

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