Privacy Policy

CRISIS:EL DESPOJO IMPUNE - 3

 


CRISIS: EL DESPOJO IMPUNE
di Jean Robert
ediz Cideci-Unitierra – San Cristobal (Mx)
per una riflessione su “come evitare che il rimedio sia peggiore del male…”
III

 

 

Proseguendo con la traduzione di alcuni brani significativi del libro proponiamo la seguente riflessione sulla collusione dell’economia finanziaria con la scienza e sulle prospettive future: dalla collusione alla identificazione.

brani liberamente scelti, tradotti e articolati da A.Z.


LA COLLUSIONE DELL’ECONOMIA FINANZIARIA CON LA SCIENZA


 Vorrei ora fare una piccola giravolta. Ho finito or ora di leggere le conferenze del sub-Comandante Marcos negli incontri Contro il neoliberismo, per l’umanità, in memoria di Andrés Aubry del dicembre 2007 e nel Festival della Degna Rabbia del gennaio del 2009. Qui, il Sub, in tre pagine e mezzo, si lascia trascinare da una ispirazione di teorico della scienza abbastanza sorprendente per un Subcomandante. Alla fine si discolpa e cerca di far dimenticare la sua incursione in domini riservati a dotti professori. Ora, nel corso della sua digressione, ha detto una cosa così azzeccata che avrebbe rovinato tutte le sue ambizioni di far carriera come teorico della conoscenza se mai le avesse avute: in sedici linee dice una verità che perfino i miei amati professori avevano dimenticato di dirmi:

 “Paradigmi scientifici”, così si chiamano questi concetti capaci di modificare, di rinnovare e di rivoluzionare il pensiero teorico.
 Questa concezione del lavoro teorico, questa meta-teoria, non solo insiste sulla poca importanza della realtà, ma addirittura si vanta di prescindere completamente da essa, in uno sforzo di isolamento e di igiene che, si dice, merita applausi.
 L’immagine del laboratorio scientifico asettico non è più il privilegio delle scienze chiamate “naturali” o “esatte”. Durante gli ultimi soprassalti del sistema capitalista, questa ossessione per l’igiene anti-realtà ha contaminato le scienze dette “sociali”. Nella comunità scientifica mondiale ha quindi potuto prevalere la tesi secondo la quale, “se la realtà non si comporta in conformità alla teoria, tanto peggio per la realtà.” 

 Le nuove teorie sociali, che Durkheim continua ad ispirare ad un gruppo di pensatori francesi, sono “autoreferenziali”, nel senso che in esse i fatti sono esteriorizzazioni dei risultati interni, “combinati secondo certe leggi di composizione”, delle attività di tutti. Però ciò che Durkheim non ha detto nè dicono i suoi discepoli, è che la verità sociale che essi rivelano occulta una verità più essenziale. O come, in altro contesto, diceva il filosofo Heidegger, sono corrette in un modo che nasconde la verità. Credo che la decisione di Marcos di considerare il mondo in termini di “sotto e sopra” invece che di “centro e periferia” consente una prospettiva o altezza di visione capace di vincere il solipsismo delle scienze moderne. Dupuys e i suoi colleghi neo-durkheimiani descrivono molto appropriatamente i giochi che vengono praticati nel mondo di sopra, ma le loro teorie sono incapaci di analizzare le relazioni fra il “sopra” e il “sotto”.

 Che cosa potrebbe accadere di peggio del capitalismo dal volto legale? Un capitalismo che coincidesse talmente tanto con la scienza che, semplicemente, si chiamerebbe “Scienza”. A volte la semplice enunciazione a carico degli scienziati “di punta” –cioè quelli situati più in alto dell’alto- di ciò che la scienza oggi è, già è raccapricciante di per sé.

 Qual è l’utilità della scienza economica, supposta come scienza di tutte le cose utili? La “Scienza dell’utile” ha ogni volta meno utilità tranne il fatto di realizzarsi e conservarsi in sé stessa. Poiché questa utilità decrescente della scienza dell’utilità per il mondo di fuori o in basso non è scritta sulla fronte del segretario dell’Economia o del direttore del Banco de México, noi cittadini comuni possiamo continuare a credere che la difesa dell’Economia è la difesa della “cesta” . Non lo è di più che il disvalore che paralizza la capacità di immaginare altre maniere di continuare ad essere. Gli economisti sembrano pensare che all’economia va meglio quando la gente non fa domande quali: dove va? A quali limiti di distruzione ci condurrà alla fine? La critica di questa scienza dell’utilità con mancanza crescente di utilità al di fuori della propria permanenza è solo un esempio della visione pessimista che è uscita fuori da una riunione di scienziati alla quale ho assistito poco tempo fa. In questa riunione di sapienti la cui sapienza mi sovrastava, vennero commentate con sapienza le relazioni fra “scienza” e “società”.
 
Intervento di un famoso matematico: “Una specie di darwinismo delle idee è sul punto di conquistare il monopolio del dibattito sulle relazioni fra società, tecnica e scienza. Le teorie scientifiche sono l’espressione fenotipica di genomi morfogenetici sottoposti ad un processo di selezione casuale perfettamente imprevedibile. Pertanto l’evoluzione tecno-scientifica procede per mutazioni cataclismatiche auto-organizzantisi per stabilizzarsi in catastrofi lente.”

 Questo stesso matematico, co-autore di una “teoria delle catastrofi”, ha descritto un panorama che a me personalmente è sembrato terrificante. Qualche tempo fa, i ricercatori scientifici operavano nell’ambito di un quadro di condizioni che definiva la finalità sociale e i limiti del loro lavoro. Le loro eventuali scoperte –ad esempio nuove molecole arricchenti il catalogo della chimica organica- passavano poi agli ingegneri e agli specialisti in “scienze applicate” che preparavano l’acquisizione di brevetti e la loro applicazione industriale, ad esempio per nuovi tipi di materie plastiche. Ora invece tutto si svolge come se gli scienziati, accoppiati fin dall’inizio agli ingegneri, avessero come unica missione “scoprire qualcosa di nuovo” sotto il lemma dei loro patrocinatori: “Lasciateci scoprire a cosa serve!”. La maggioranza degli scienziati presenti a questa riunione ammise che oggi si invertono le filiazioni fra invenzione contingente e applicazione, fra problemi reali e soluzioni possibili.

 Tutto avviene come se la scienza dicesse alla tecnica: “trovami il problema la cui soluzione io ho appena scoperto”. I saggi sembrano cercare l’abbandono, la Gelassenheit nel senso filosofico di Heidegger, secondo il quale “solo un dio potrebbe salvarci” ma, per loro, questo dio è la scienza che, nei suoi stati instabili e nel suo divenire proteico non può voler salvarci.

Battuta di saggio ascoltata nel corridoio: “Il futuro non ci è necessario.”

 Di questa ingegneria rovesciata, di questa scienza che propone soluzioni a problemi da inventare, molti scienziati cominciano a riconoscere in privato che non ha una finalità sociale, che è imprevedibile e che non va a beneficio dell’uomo. Una scienza senza quadro di condizioni non ha altra finalità se non quella delle “finalità aleatorie” –un ossimoro evidente- che la portano dovunque sia che essa va, a una catastrofe nel senso matematico dei professori Thom e Petitot , e che potrebbe cessare di essere “lenta”. La scienza corrisponde sempre più alla definizione di una entità che ha la propria finalità in sé stessa e solo in sé. Assomiglia sempre più al cannone folle di un racconto di Victor Hugo. Nel stiva di una nave da guerra, un cannone ruppe i suoi ancoraggi durante una tempesta e fece strage fra gli uomini dell’equipaggio. Come questo cannone folle, la scienza è divenuta un pericolo enorme. In quanto si pretende scienza, anche l’economia è pericolosa e se la crisi ci ha portato un beneficio, è che questa pericolosità, che non è nuova in sé, ha acquistato una nuova visibilità.

Molte volte le pretese “scientifiche” non si traducono in nient’altro che a cecità dei cittadini dei paesi “del Nord” per le culture e le tradizioni “del Sud”. Un esempio di ciò è un articolo, a mio parere mal pensato, pubblicato nel 1968 e che non ha cessato di suscitare polemiche, rivissute recentemente per l’assegnazione del Premio Nobel a un’economista che lo contraddice, Elinor Ostrom. Si tratta di Garrett Hardin, “The Tragedy of the Commons” (Science vol. 162, dicembre 1968). Il biologo Hardin indirizza il suo sguardo di uomo del Nord verso i popoli del Sud e crede di scoprire che una delle fonti delle loro miserie è “l’orrore dei beni comuni”. Quando la proprietà della terra non è retta o da un sistema di costrizioni sostenuto dal diritto penale, o dalle leggi della proprietà privata e dell’eredità, si genererebbe una situazione di razionalità irrazionale, ovvero una situazione nella quale la ricerca razionale del proprio interesse genera per tutti la situazione peggiore. Hardin chiama questa situazione la tragedia dei “comuneros”  Sotto le loro molteplici varianti culturali, i comunes, o ambiti di comunità sono la forma di possesso della terra più frequente fra i popoli che ricavano la loro sussistenza a partire dalla natura. Igiano ciò che producono. In altre parole, che producono ciò che mangiano e mangiano ciò che producono. Secondo Hardin questa forma “primitiva” di economia è tollerabile solo quando la densità della popolazione è molto bassa. Nel momento in cui questa raggiunge un dato livello critico, la proprietà comunale della terra si trasformrebbe automaticamente in un inferno in cui, ricercando razionalmente il proprio interesse, ciascuno contribuirebbe a distruggere la base della sopravvivenza comune.

Immaginiamo, dice Hardin, una comunità di pastori che pascola le proprie pecore in un pascolo comune. All’inizio, quando i pastori sono poco numerosi, tutto va bene: vi è pascolo per tutte le pecore. Ma allorché, col succedersi delle generazioni, cresce la popolazione dei pastori e, con questa, delle pecore, giunge il momento in cui queste hanno necessità di più pasto di quello che il pascolo può dare. Nella logica di Hardin –ma non di quella dei contadini-, ogni pastore compensa quindi la magrezza flacura delle proprie pecore mettendo più pecore nel pascolo fino a quando tutte le pecore di tutti i pastori moriranno di fame.

Moraleja: nella misura in cui cresce il numero delle persone, tutte le forme di proprietà della terra e dell’organizzazione fondate sui principi ancestrali dei beni comuni portano irrimediabilmente alla stessa tragedia. Delle due alternative a questa “tragedia”, il potere coercitivo dello Stato, di un tiranno o di una transnazionale o la proprietà privata, la seconda è il male minore. I pregiudizio di Hardin non gli consentirono di vedere che lo “sviluppo”, ideologia imposta dal Nord, è riuscito, in effetti, di distruggere gli ambiti della comunalità in un numero enorme di comunità, sostituendo, appunto, la tradizione comunale con un cocktail tossico composto da tirannie di neo-cacicchi, transnazionali e proprietà privata. Non rimprovero a Garrett Hardin i suoi anteojos retrosguardi di uomo del Nord, ma quello di essere uscito dalla sua casa.

Ad oltre quarant’anni dalla pubblicazione del suo articolo, Hardin non ha cessato di suscitare controversie perché schematizza due posizioni encontradas: quella della logica di mercato pura e dura e quella degli antropologi. Fra questi, uno dei critici più acerbos di Hardin fu George Appel (“Hardin’s Myth of the Commons. The tragedy of Conceptual Confusion”, inedito): “La posizione di Hardin è stata assunta da accademici e professionisti come un testo sacro della pratica di progettare il futuro per gli altri e imporre la propria razionalità economica e ambientale (o ecologica) su altri sistemi sociali dei quali hanno una comprensione e una conoscenza incomplete”. Il progetto di mappatura delle comunità campesine e indigene in varie regioni del Messico come “zone rosse soggette alla violenza” è frutto della psicosi dell’”orrore dei beni comuni” al quale Hardin pretese di inventare una alternativa scientifica. 

L’assegnazione del Premio Nobel all’economista Elinor Ostrom può venire interpretrata come un appoggio alla visione opposta, quella della comprensione “antropologica” delle diversità culturali e dell’abisso concettuale fra l’economia e la sussistenza nelle “comunità”. Nei suoi lavori, Ostrom sfida la concezione semplicistica dell’economia capitaliste secondo la quale la gestione comune del territorio porta automaticamente al suo “cattivo uso”: nei suoi studi di casi, scopre che la situazione nei terreni comuni contadini è di gran lunga migliore di ciò che “prevedevano” i teorici da scrivania dotati di paraocchi economici e influenzati da Hardin. “I loro utilizzatori sviluppano frequentemente meccanismi sofisticati di decisione e messa in opera di regole per mediare conflitti di interesse.” 

E cosa accade nel campo della regina delle scienze “dure”, la fisica? Riporto qui le perplessità di un fisico italiano specializzato nella teoria quantica della gravità, il ramo potenzialmente più costoso della fisica, poiché ogni tentativo di verifica sperimentale della teoria richiede apparecchiature che occupano varie centinaia di silometri quadrati e sono i più cari di tutta la storia della fisica dopo le bombe atomiche, gli acceleratori di particelle.

Cos’è lo spazio? Cos’è il tempo? Cos’è il movimento? Qual’è il significato della frase “sono in tal luogo”? Si deve definire il movimento con riferimento a oggetti o in relazione allo spazio? E ancora: Cos’è la materia? Quale è il ruolo dell’osservatore nella fisica?

Chiede il “fisico di punta” Carlo Rovelli in Quantum Gravity.  Inoltre ragiona sul fatto che può esistere una fisica senza tempo. Ecco che cosa ha pubblicato rispetto a ciò nel 2004:

Il quadro di fondo di uno “spazio-tempo” in relazione al quale le cose si muoverebbero non esiste. Non c’è “tempo” nella corrente dalla quale tutto andrebbe fluendo. Il mondo nel quale ci è toccato di vivere può essere concepito senza ricorrere alla nozione di “tempo”.

Ivan Illich diceva che la scienza, oggi, è ricerca finanziabile e, che per il semplice fatto di essere finanziabile, qualunque ricerca diviene scienza. E’ la ricetta con la quale il capitalismo prepara le nuove specie scientifiche con le quali matura le sue nuove invenzioni.

Le sempre precarie e ambigue “verifiche sperimentali” delle teorie quantiche della gravità sono astronomicamente costose, però altamente finanziabili. Filosoficamente sono, certamente, molto interessanti, sebbene intrinsecamente ribelli alla sperimentazione. All’inizio non costano molto di più che i lapis,i quaderni e i libri che erano già fra gli attrezzi del giovane Einstein, ma esiste l’illusione di poter ottenere alcuni risultati sperimentali in un super-acceleratore di particelle più grande di quello del CERN, presso Ginevra. Qualche tempo fa, un nostro amico, il fisico bengalese-americano Rustum Roy, della Pennstate University, poté convincere gli investitori americani a rinunziare alla costruzione di questi super-giocattoli sul territorio americano.

Non so se il ricordato ricercatore in gravità quantica spera che gli investitori europei spendano alcune centinaia di milioni di euro per sapere se, al fondo delle cose, nei fondamenti quantici dei campi gravitazionali che, secondo i cosmologi, dirigono il ballo dei pianeti e delle stelle, esiste o no il tempo. Credo che abbia abbastanza senso dell’humor per questo.  Per quanto mi riguarda, posso aspettare abbastanza prima di conoscere la risposta: ho tempo, anche se le particelle elementari lo hanno o no. So distinguere la realtà sensibile, comune e a volte pesante, nella quale sono carnalmente immerso, e le costruzioni con le quali gli scienziati cercano di intrappolare brandelli della realtà nelle reti delle loro astrazioni. Poiché la scienza ha sempre più minor utilità tranne che mantenere i paesi che la pagano nei tracciati delle priorità e che, come dice il già ricordato teorico delle catastrofi, “non è orientata verso il bene degli uomini”, non sarebbe tempo di dare il via al dibattito sul finanziamento di esperimenti particolarmente astrusi come quelli che pretendono di investigare se il tempo esiste o no? Lo lascio al vostro giudizio di contribuenti. Ma dimenticavo gli effetti collaterali degli studi sulle particelle elementari: a parte il complicare domande filosofiche sulla conferma del tempo o della sua confutazione , possono portare alla scoperta di nuove armi letali. “Investigate il tempo quantico” sembrano dire i patrocinatori politici e militari del tempo quantico, “noi scopriremo a cosa servono le scoperte collaterali”.

Evocare l’incubo perchè non divenga realtà

E’ necessaria un’analisi dal basso sui pericoli che la scienza fa correre alla società , alla sicurezza della sussistenza, alla cultura e alla natura . Questa scienza, come illustrato dall’esempio dell’economia, segue leggi che nascono dal proprio funzionamento, indipendentemente dall’etica e dalla politica. Alla colonizzazione-costruzione del futuro sembrano aggregarsi il furto e la repressione di una formazione socio-culturale nella quale la metà delle donne e degli uomini viventi hanno un piede e che nessuno ignora finanche nei paesi più investiti dallo sviluppo mercantile: la costellazione di tutto ciò che il mercato non ha potuto e non potrà mai assorbire, questo elemento umano che resiste al capitalismo.

La potrei chiamare il settore informale e reclamare la sua decolonizzazione. Come Shanin, potrei definire questa costellazione come ciò che appare quando l’economia “pela el cobre”. La potrei definire come il territorio in cui, quando non sono repressi, sorgono i processi culturali della buona vita. Potrei añadir che il suo fondamento è l’autonomia e anche la cultura materiale. Chiamiamola come si vuole, è il presente, un presente finalmente condiviso da tutti gli esseri umani viventi. In questo senso, è corretto dire che il capitalismo è “in guerra”, e non solo contro una sola classe, ma “contro l’umanità” intera. E’ vero oggi, e, se ho ragione, premonitore del domani, però per favore ricordatevi che nulla accade mome è stato previsto. Solo che si tratta di una premonizione portatrice di speranza, poiché il giorno in cui sia compreso che tutti siamo colpiti, l’immaginario capitalista avrà perso ogni forza di persuasione.

 

.

 

Newsflash

RITORNO A CUERNAVACA NEL NOME DI IVAN ILLICH

RITORNO A CUERNAVACA NEL NOME DI IVAN ILLICH

Read more...