Privacy Policy

PER UNA CRITICA ALLA TECNOMEDICINA

PER UNA CRITICA DELLA «TECNOMEDICINA»

STEFANO ISOLA


Nel prossimo futuro nella sezione “Ivan Illich – tematiche connesse” dedicheremo un certo spazio ad una analisi critica della “tecnoscienza” e in particolare, ma non solo, alla tecnomedicina e alle altre forme di attacco al bios. E’ un tema che si collega anche alla cosmovisione indigena della sacralità della vita. Ripartiamo con questo testo di Stefano Isola il quale inviandocelo e preannunciandoci un prossimo ampliamento del breve accenno fatto alle medicine alternative, ci scrive: Qualcuno, non ricordo chi, ha scritto che la manipolazione del bios è ormai la nuova frontiera dell’accumulazione capitalista, una volta quasi esaurite la terra e le sue risorse. E’ la nostra definitiva espoliazione, alla quale occorre resistere.

La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole, l’esperimento rischioso, il giudizio difficile, Ippocrate .

«Voglio morire della mia morte, non della morte dei medici», diceva Rilke. L’intromissione della medicina, che assicura il mantenimento delle funzioni di un corpo che normalmente avrebbe dovuto essere morto, priva di fatto il morente della sua morte. Per gli individui atomizzati del mondo contemporaneo dell’economia politica la morte non è un fatto naturale, che dà significato all’intera esistenza, ma è un accidente catastrofico con cui si deve fare i conti sul piano tecnico, come per un incendio o un’inondazione – eventualmente, e se ce ne sono i mezzi, programmandola e amministrandola “terapeuticamente”; altrimenti, facendola semplicemente scomparire dalla vita quotidiana con un sistema di “smaltimento” che l’organizzazione sociale mette a disposizione.
Non possiamo davvero comprendere questo tipo di «razionalizzazione» se non come espressione di un’ipotesi metafisica, di un’immagine del mondo alla base di un progetto politico, mai del tutto compiuto: quello di un sistema regolato come un orologio sulle due ingiunzioni della potenza e del profitto. Tale sistema è il modo di produzione vigente, il quale a sua volta si regge e si muove su due assi, il politico-statuale (Stato) e l’economico-capitalistico (capitale). È una situazione del mondo

il cui movimento è senza fine, poiché non si basa su una staticità instaurata e da conservare, ma su un processo permanente […] di modificazione-perpetuazione […] su tutti i piani, ma trasformazione nel mantenimento dei rapporti (di potenza e potere, di comando e di subordinazione) costitutivi .

Si tratta, appunto, di un processo di «razionalizzazione», ma non nel senso del fare secondo ragione, quanto piuttosto in quello di manipolare a fini di potenza e di profitto per mezzo di dispositivi, continuamente «innovati», di gestione, di controllo e di persuasione . La conseguente, sempre piú pervasiva, «messa in forma» della mente (e del corpo) delle persone, ha determinato l’attuale condizione paradossale dell’uomo come «animale sociale atomizzato», caratterizzato da una distorsione della coscienza e da una stupidità generalizzata senza precedenti , nonché da una collezione di «comportamenti» codificati e via via “adattati” ai nuovi dispositivi disponibili, i quali, a loro volta, divengono condizioni apparentemente indispensabili per la sua esistenza ulteriore.
Tale condizione trova una delle sue espressioni piú acute nell’accettazione cieca e nella conseguente dipendenza dal sistema della «tecnomedicina» – ossia quella parte integrante ed essenziale del «sistema», consistente nell’insieme delle immagini ideologiche , delle conoscenze e delle tecnologie, nonché delle procedure di decisione e di controllo sulla forma del confine tra “salute” e “malattia”, e dunque anche tra vita e morte. In essa, i due assi del modo di produzione trovano un punto di fusione nella gestione biopolitica del corpo sociale e anatomopolitica del corpo umano, che si traducono in un insieme di pratiche che consentono agli esseri umani di trattare se stessi come oggetti, nel senso piú stretto del termine.
Tali pratiche, non appena le si osservino, cercando di passare oltre la cortina fumogena del «fideismo tecnologico»  - propagandato con dedizione quasi mistica da “esperti” di ogni sorta -, rivelano una sostanziale distorsione manipolatoria e antiscientifica, che si traduce in ignoranza e incomprensione sul piano diagnostico e, spesso, in vera e propria nocività su quello terapeutico .
In modo un po’ schematico, possiamo caratterizzare la distorsione dell’attuale sistema medico attraverso due aspetti fondamentali, cercando di metterne sommariamente in evidenza le radici storiche.
Il primo di essi consiste nella rinuncia – o meglio sarebbe dire nella metodica esclusione – della ricerca di un modello teorico dell’insieme dei fenomeni patologici , e la conseguente esclusione, di principio e di fatto, di ogni reale indagine eziologica, ovvero dell’opera di ricognizione delle cause che hanno prodotto un dato fenomeno. Ciò che, malgrado tale esclusione, si continua a chiamare “causa”, è spesso solo un’entità confezionata allo scopo di legittimare un certo tipo di intervento e quindi data a credere per mezzo della propaganda mediatica .
Il secondo aspetto consiste in un’immagine ideologica  della natura – inclusa la natura umana – quale realtà amorfa e anomica, priva di ogni consapevole o inconsapevole intelligenza, realtà che, se “lasciata a se stessa”, è comunque potenzialmente nociva o autodistruttiva, e occorre dunque un continuo intervento tecnico e manipolatorio per far “funzionare le cose”. Al limite, se gli uomini continuano a morire, è solo per l’insufficiente grado di perfezionamento raggiunto dalla tecnomedicina! Tutto ciò, va detto, ha un marcato carattere stregonesco, da magia nera, un carattere diametralmente opposto al principio ippocratico con cui, precisamente in opposizione ai maghi e agli stregoni, è nata l’ars medica antiqua. In base a tale principio, il compito del medico è quello di lenire le sofferenze del malato e possibilmente rimuoverne la causa, in modo di aiutare la vis medicatrix naturae, la forza risanatrice della natura , ad agire indisturbata. Ed è proprio la negazione ideologica di tale forza risanatrice che, oggi, sostiene e legittima la medicalizzazione a oltranza , relegando quell’antico principio a mero slogan di “medicine alternative”.
Ora, questi due aspetti, messi insieme, danno luogo a un processo che si avvita su se stesso, autoalimentandosi: si inizia con l’aggredire la “malattia” nella sua presunta “sede organica” con tecniche di vario tipo , senza tuttavia rimuoverne la causa – che resta sconosciuta, o semplicemente ignorata. Quest’ultima poi, continuando ad agire, produce un andamento tipicamente degenerativo, con alti e bassi, ma con tendenza a far entrare la malattia in uno stato “cronico” e il paziente in una condizione di dipendenza totale dall’apparato che lo mantiene in quello stato. Proprio tale andamento, pur essendo un prodotto iatrogeno, viene invece attribuito alla natura – in base all’immagine ideologica di cui si è detto –, il che fa apparire legittimi e necessari interventi ulteriori, e cosí via.
Ciò è osservabile in modo chiaro nel trattamento del cosiddetto «male del secolo». “Curare il cancro” a un individuo, partendo dall’assunto che si tratti di un fenomeno anomico, ossia il risultato di accadimenti casuali (“impazzimento” piú o meno improvviso di cellule dovuto a … mille e una causa, “difetti” genetici non si sa di qual genere, e cosí via), significa niente di piú e niente di meno che ingaggiare una sorta di guerra contro un “nemico”, mirata a cancellare i sintomi della malattia, scatenando contro di essi un intero arsenale tecnologico (chirurgia, chemioterapia, radioterapia), nonché finanziario (con conseguente indebitamento, cosiddetto “pubblico” e/o privato), guerra destinata a durare per un tempo indefinito, non essendone stata né compresa e individuata, né tantomeno rimossa la causa . Di recente, poi, la cosiddetta «oncogenetica» sta cercando di convincere la gente che le cause “remote” della malattia risiederebbero in presunti “geni difettosi” – di cui i ricercatori possiederebbero già la “lista” (?!) –, asserendo che tale conoscenza offrirebbe

la possibilità d’identificare i soggetti a rischio a partire dal loro “statuto” genetico. La genetica applicata ai tumori […] permette una diagnosi piú raffinata [… e] una terapia “personalizzata”, pensata su misura per il “profilo” genetico del tumore da curare. Come per l’Aids, la nuova strada che la medicina sta tracciando è quella di rendere il cancro – quando non è possibile guarirlo – una malattia cronica […] come il diabete o l’ipertensione .

Cosí, la medicina tecnocratica, priva di uno straccio di modello teorico su cui basare una vera pratica terapeutica, decide di combattere il “cancro”, astraendolo dal contesto che lo produce per trasformarlo in un modus vivendi da amministrare farmacologicamente per tutta la vita .
Il risultato di questo modo di operare è quello di isolare un fenomeno facendone un feticcio pseudoscientifico, sul quale poi costruire vere e proprie credenze, che possano legittimare la messa in atto di mirati e lucrosi protocolli biopolitici. Va da sé che il mantenimento controllato di uno stato di patologia permanente, oltre a produrre sicuri introiti per il sistema tecnofarmaceutico, costituisce di per sé uno strumento di controllo sociale tra i piú formidabili .
Inoltre, l’isolamento di un fenomeno dal reale contesto che lo produce ha un effetto secondario molto vantaggioso per chi deve manipolarlo per trarne potenza e profitto, cioè l’automatico oscuramento dei dissesti sociali e ambientali prodotti dal modo di produzione, nonché, in particolare, delle stesse pratiche potenzialmente o effettualmente nocive della tecnomedicina.
Per esempio, la sindrome della «morte improvvisa del lattante» (Sids), che colpisce i bambini nel primo anno di vita, è attualmente la prima causa di morte dei bambini nati sani, ma se ne ignora del tutto la causa, o meglio, la si assume fin da subito come un fenomeno anomico . L’uso stesso del termine «sindrome» sta appunto a indicare, sempre piú spesso, una sintomatologia definita e costante, descrivibile senza riferimento a un preciso contesto causale. D’altra parte, il picco del rischio di Sids cade tra i 2 e i 4 mesi, precisamente quando ai bambini si impone il primo ciclo di vaccinazioni. Una “coincidenza” cosí palese può, tuttavia, restare ignorata grazie all’assunzione di partenza (“la Sids non ha una causa definita …”), la quale, una volta divenuta credenza accettata, permette di oscurare - letteralmente - la correlazione tra la patologia e l’alterazione (già a priori considerevole) dell’equilibrio dinamico dell’organismo del lattante, dovuta all’azione del cocktail contenuto nel vaccino .
Ancora, isolare un fenomeno, per poi poterlo aggredire in un contesto artificiale e avulso da tutto ciò che lo ha prodotto, implica, sul piano “applicativo”, una distorsione storpiante del «metodo sperimentale» caratteristico di ogni indagine propriamente scientifica. E vediamo di spiegare.
Il principio di separabilità, alla base del suddetto metodo sperimentale, consiste nell’assunzione che sia possibile creare un contesto preciso in cui poter isolare dei fattori separati e circoscrivere con precisione gli effetti della loro azione su un determinato sistema.
Se, per esempio, voglio indagare sperimentalmente qual è l’effetto di una variazione di «volume» sul comportamento di un gas, posso cercare di creare delle condizioni in cui le variazioni delle altre variabili che definiscono lo «stato del gas» – nel quadro termodinamico, la «pressione» e la «temperatura» – siano precisamente misurabili. A quel punto posso far variare - per esempio, con un stantuffo - il volume del gas, mantenendo fissa la prima delle altre variabili, per vedere come varia la seconda. Se - sempre per esempio - tengo fissa la temperatura, verificherò che il prodotto della pressione per il volume è costante: è una legge enunciata da Robert Boyle nel 1662.
Sembra, peraltro, abbastanza ovvio che la validità del principio di separabilità sia parziale e limitata, e, soprattutto, che dipenda dal quadro delle ipotesi che circoscrivono il fenomeno in esame, individuandone le variabili caratteristiche.
In effetti, se volessi stabilire se un certo preparato chimico è “cancerogeno” oppure no , e a questo scopo mi mettessi a spruzzarlo ogni giorno, per mesi, sul naso di un topo chiuso in una gabbia in cui riesce appena a muoversi, provocandogli ogni volta intensi bruciori, allora, se anche dopo qualche tempo osservassi l’insorgenza di un “tumore” in qualche organo del topo, non ci sarebbe evidentemente alcun ragionevole modo di sapere se quel risultato discende dall’azione del preparato sulle cellule del topo, piuttosto che da altri fattori, primo fra tutti la situazione di paura e di dolore in cui ho costretto quel disgraziato animale.
In quest’ultimo esempio è evidente che manca tutto: manca un quadro sensato di ipotesi – ossia manca un modello dell’organismo vivente in generale, e ancor piú dello stesso organismo «topo» – entro il quale inquadrare quali sono le “variabili” in gioco, e manca ogni possibilità di tenerne alcune fisse per variarne altre, in modo controllato. Il principio di separabilità non è qui applicabile neanche in modo approssimativo, e ciò rende questo tipo di “esperimento” un mero esercizio di sadismo istituzionalizzato, ben lontano da qualunque scientificità, per non dire da qualunque ragionevolezza.
D’altra parte, quanto appena detto esemplifica in modo abbastanza fedele  il tipo “ricerca scientifica di base” effettuata quotidianamente in migliaia di istituti universitari, laboratori di ricerca militari, laboratori di ricerca privata sparsi per il mondo , fatta di “sperimentazioni” insensate e spesso crudeli, senza alcun altro accrescimento di comprensione e conoscenza che non sia il mero “vedere cosa succede”, e se si può ricavarne profitto.
Evidentemente, lungo questa strada, si continua a occultare ciò che avrebbe salvato la medicina - intesa nella doppia accezione di scienza medica e di pratica terapeutica - dalla sua attuale riduzione a mero protocollo di intervento. E, come sotto l’effetto di un potente anestetico, non si coglie piú ciò che molti grandi medici, a partire dallo stesso Ippocrate, hanno sempre sostenuto esserne l’essenza: un’«arte lunga», fondata innanzitutto sull’esperienza e sull’osservazione clinica, nonché sulle conoscenze che sorgono dalla libera ricerca intellettuale, un’arte che si concretizza nel mettere in atto tutte quelle strategie che possono favorire il riequilibrio del contesto alterato che ha prodotto una data patologia.
Ma, allora, che si può fare? È sufficiente rovesciare d’un tratto l’assunto di cui abbiamo parlato – ignorando, o fingendo d’ignorare, il “progresso scientifico” – per affidarsi alle cure della Natura? Questo è, tra l’altro, il tipo di “prodotto culturale” offerto da alcune «medicine alternative» , il quale, tuttavia, agendo come una hegeliana «coscienza infelice», mantiene intatta la contraddittoria confusione tra protocollo di intervento e libera ricerca della verità . Il mero rovesciamento dell’immagine ideologica alla base della tecnomedicina, dal “negativo” al “positivo”, che trasmuta la “natura” da ostile e minacciosa in benevola e accogliente, è come una sorta di “fotoritocco” che, dando l’illusione di liberarsi dall’alienazione imperante, in molti casi produce un’alienazione raddoppiata - e in questo senso, sul piano culturale e politico, è pienamente funzionale alla modificazione-perpetuazione del modo di produzione.

Dunque, sintetizzando, la distorsione manipolatoria e antiscientifica del sistema medico, e insieme a esso di tutto il sistema della «tecnoscienza», si basa su un’immagine del mondo naturale come un’entità sostanzialmente anomica e ostile, da cui solo un incessante intervento tecnico può tenerci al riparo. Tale immagine ha origine nella cattiva metafisica emersa nel XVI secolo, con l’abbandono della cultura primo-rinascimentale e l’affermazione dello Stato assoluto (da cui discenderà lo Stato moderno, lo Stato-nazione), di cui si è trattato altrove .
Ma la sua piena affermazione si compie nel corso della «seconda rivoluzione industriale», insieme alla “scoperta” che “il mondo non è deterministico”, e la conseguente erosione della causalità come criterio di conoscenza universale. In modo solo apparentemente paradossale, ciò avviene proprio mentre la vita di gran parte dell’umanità è in procinto di essere immersa in un sistema scandito come un orologio dal ritmo delle macchine, e non a caso, molto prima che la «fisica atomica» imponesse al mondo la sua critica alla causalità, avviene nell’ambito quelle che sono dette «scienze umane» , il cui oggetto sono, sí, le persone viventi, ma non in quanto unità organiche vitali, quanto piuttosto come “atomi sociali”, soggetti, appunto, a «leggi statistiche» .
A partire da tale scoperta, lungo il corso del XX secolo, determinismo e indeterminismo, caso e necessità, si avvicendano senza escludersi, abbozzando l’immagine di un mondo essenzialmente inintelligibile, un mondo le cui presunte determinazioni non sono oggetto di una reale cognizione, raggiungibile per mezzo dell’uso cosciente e autonomo di strumenti come l’intuizione, l’elaborazione logica e il confronto pratico, ma sono oggetto di credenze, imposte mediaticamente e universalmente accettate. I concetti fondamentali con cui organizziamo la nostra esperienza vengono espropriati dall’uso comune e, per cosí dire, “privatizzati”, dati in gestione ad apparati elitari che, possedendo i media, sono in grado di fabbricare il consenso, i linguaggi e, inoltre, di tracciare la direzione della “comunità scientifica internazionale”.
Tale esproprio, evidentemente, annichilisce il fondamentale principio democratico di decisione su che cosa è scientifico e che cosa non lo è, e rende, per questo, pseudoscientifico il suo stesso oggetto. Si pensi, per portare un esempio centrale, al concetto generalmente accettato di vita, strana commistione di completo indeterminismo all’origine delle mutazioni e rigido meccanicismo dell’azione selettiva , concetto che, pur essendo (o forse proprio perché è) al centro di protocolli di intervento – spesso “protetti” da brevetto – di un gigantesco apparato tecno-economico-scientifico, non possiede uno statuto concettuale scientificamente coerente .
Un elemento appare con chiarezza. La costruzione di un percorso politico, culturale e scientifico - e questi tre termini necessariamente si intrecciano e combinano, dato «lo stato di cose presente», e intendendo «politico» nel senso della pòlis, non della politica partitico-statuale presente -, che si muova fuori dalla spirale degenerativa indicata, e dunque anche oltre l’opposizione, in larga parte fuorviante, fra tecnomedicina e “medicine alternative”, non potrà prescindere dal restituire al “pubblico dominio” quanto è stato occultato, in particolare il senso proprio della stessa medicina, insieme a quello della vita, delle arti, delle scienze, dei mestieri.
E già solo per questo, un simile percorso appare al tempo stesso tanto antico da essere del tutto nuovo.

Firenze, 22 gennaio 2011

STEFANO ISOLA

Newsflash

RIBEIRO : LA RIBELLIONE INDIGENA NELLE AMERICHE

LA RIBELLIONE INDIGENA NELLE AMERICHE

di Silvia Ribeiro

Read more...