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ATTUALITA’ DI UN DIALOGO DEGLI ANNI 60 SULL’AMERICA LATINA

ATTUALITA’ DI UN DIALOGO DEGLI ANNI 60 SULL’AMERICA LATINA

IVAN ILLICH E GIULIO GIRARDI

Relazione presentata da Aldo Zanchetta al Seminario “Ivan Illich: la rinascita dell’uomo epimeteico”. Senigallia, 3-5 settembre 2010.

Negli anni ’60 e ‘70 Cuernavaca, la “città dell’eterna primavera”, nello stato messicano di Morelos fu sede di eccezionali esperienze intellettuali e religiose: il CIDOC (Centro interculturale di documentazione) di Ivan Illich (1967-1976), il priorato di padre Gregorio Lemercier nel convento benedettino del Monastero della Risurrezione (fondato nel 1950 e chiuso per decreto vaticano nel 1967), ispirato alla Regola originaria di Benedetto e dove con decisione rivoluzionaria si applicò la psicanalisi nella valutazione della vocazione religiosa dei monaci presenti, infine il vescovado di don Sergio Mendes Arceo (1952-1982),il “vescovo rosso”, uno dei leaders del movimento dei “cristiani per il socialismo”. Un congiunto di uomini eccezionali che condussero autonomamente ma in buona armonia di relazioni tre esperienze oggi descritte nel libro Volcanes de Cuernavaca: Sergio Méndez Arceo, Gregorio Lemercier, Iván Illich (2007) A Cuernavaca il 15 settembre 1972 l’allora salesiano padre Ugo Girardi, una delle figure di spicco della “teologia della liberazione”, venne invitato a tenere una conferenza che ebbe larga eco sui giornali locali. Il giorno successivo Girardi ebbe un lungo colloquio pomeridiano, circa 3 ore, con Ivan Illich, e del quale ho fortunosamente trovato la minuta nel mare di manoscritti dell’archivio Girardi: 13 pagine di ‘geroglifici’, scarabocchiati nel corso del colloquio stesso e non ancora del tutto da me decifrati, ma di cui il contenuto è ormai più o meno chiaro. [Le parole non decifrate, forse intuibili ma per correttezza non riportate, sono sostituite da (…)]

Ne emergono due visioni parzialmente discordanti sul presente e sul futuro dell’America latina, tema caro ad entrambi, ma anche un comune sentire sul tema della libertà all’interno della Chiesa cattolica come nell’ azione educativa in generale, oltre ad un forte momento di forte calore umano. Girardi, allora insegnante di filosofia alla Sorbona e già in conflitto con le gerarchie ecclesiastiche, sul finire del colloquio esterna a quel punto la propria commozione di fronte all’invito di Illich -anche lui in conflitto con la gerarchia (è del 1968 la sua chiamata di fronte al Santo Uffizio)- di trasferirsi a Cuernavaca al CIDOC, malgrado a quel punto del colloquio, che immagino franco e vivace, alcune profonde divergenze fossero state evidenziate. Così Girardi annotò nei suoi appunti le proprie parole: Non so se tu hai notato una cosa: la nostra conversazione ha avuto due parti, la prima in cui noi abbiamo parlato politicamente e in cui le nostre posizioni erano opposte, la seconda in cui noi abbiamo parlato della Chiesa e dove le nostre posizioni si sono trovate molto più vicine. Io ti ho detto la posizione che io avevo preso, senza conoscerti personalmente,sull’ “affare Illich”. Io pensavo alla (…) maniera con cui Roma si è occupata dei tuoi (…) è uno scandalo ma che il silenzio dei cristiani di fronte a questo affare è stato uno scandalo ancora più grave.

Tu hai sentito, io credo, fino a che punto io mi ero identificato con te. Tu mi hai offerto il tuo appoggio e la tua amicizia. Tu mi hai detto che io dovevo considerarmi invitato a tempo indeterminato a Cuernavaca. Tengo a dirti quanto il tuo atteggiamento mi ha toccato, e anche sconvolto. Io ricevo assai spesso dichiarazioni di amicizia e di solidarietà. Ma senza (…) che prendano una forma così concreta. Io sono lacerato fra il desiderio di (aprirmi ?) all’amicizia e alla collaborazione che tu mi offri e la sensazione che noi non camminiamo nella stessa direzione e che il primo atto della nostra amicizia –e forse del (…)- deve optare per dirci reciprocamente ciò per cui noi ci battiamo- per (vedere?) se ci è possibile di farlo assieme. Quali che siano le nostre divergenze, vi sono certamente delle cose fondamentali che ci uniscono. Il primato della libertà nella società, nella Chiesa, nell’Educazione, la (…) e la necessità di battersi per questo obbiettivo in una lealtà totale. E’ interessante come stimolo ad una riflessione tutt’oggi attuale, cogliere le divergenze emerse nella conversazione e le loro motivazioni. L’inizio della conversazione, di cui gli appunti non riportano i temi, suscita in Girardi queste impressioni: - Impressione di pessimismo - Radicalità delle contraddizioni - Impotenza del sistema capitalista Mi sembra che le principali divergenze possano essere individuate in tre punti: - Il giudizio sulla società industriale - Il modo di condurre la lotta alla povertà e alla fame - Il giudizio sulla “teologia della liberazione” e sui “cristiani per il socialismo” Ma procediamo con i punti come annotati da Girardi (I titoli sono miei. Da ora in avanti riporto in corsivo la traduzione testuale dal francese degli appunti di Girardi e fra virgolette non in corsivo le citazioni da testi di Illich consultati per verificare il suo pensiero all’epoca su questi temi). La società industriale Illich affronta il tema affermando che il socialismo è impossibile nel modello di produzione industriale.

Per due ragioni: Un dato di fatto: esso non è stato realizzato in nessun luogo. Esso contraddice la razionalità economica il cui principio è il seguente: produrre il massimo ???? al costo più ridotto. Le esigenze del funzionamento di un apparato tecnico esigono che le decisioni siano concentrate in poche mani e non potranno mai essere affidate alla gente1 Girardi riassume così la discussione: Il centro della divergenza: la definizione della razionalità economica. La razionalità economica per Illich si definisce in funzione delle esigenze interne dell’economia, vale a dire della produzione. Invece per lui La questione dello scopo della produzione non è significativa per l’orientamento della produzione in sé stessa. Gli uomini devono piegarsi alle esigenze della produttività e tentare di rendere più equa la distribuzione del prodotto. Detto altrimenti: il ‘modo di produzione industriale’ esige delle relazioni di produzione in cui il potere è nelle mani di una minoranza. E annota sconsolatamente: Egli (Illich) non sa con precisione cosa voglia dire socialismo”. Girardi annota: Ivan pensa di essere il solo a pensare in questo modo. Gli faccio notare che il suo punto di vista è largamente condiviso dalla destra e che l’insieme delle sue analisi, quali che siano le sue intenzioni, sono un punto di appoggio alla destra. Egli risponde che questo è un ricatto ma non nega la cosa. La fame e la miseria Dagli appunti si deduce che Illich abbia esposto tre obbiettivi nella lotta contro la miseria: limitazione delle nascite riduzione della durata della vita migliore distribuzione della ricchezza Su questi temi Illich si è di fatto soffermato in vari scritti dell’epoca, in particolare nel libro “Celebration of Awareness” (1969), da me qui consultato nella versione francese “Liberer l’avenir” (1971).

Il libro in Italia è stato tradotto col titolo “Rovesciare le istituzioni”, esaurito da tempo. Sul primo obbiettivo Illich si è infatti già espresso varie volte a favore della limitazione delle nascite, con motivazioni assai meno banali della semplice lotta alla miseria con cui venivano giustificate le varie campagne internazionali, sulla cui natura, impositiva dall’esterno e di matrice occidentale nei modi, Illich è ferocemente critico dilungandovisi nel capitolo “Potere politico e procreazione” dove scrive: I programmi di controllo delle nascite sono generalmente destinati al fallimento in America latina perché essi insistono sulla paura della povertà piuttosto che sulla gioia di vivere (pag 136) […] Quale mancanza di pudore, talora, nella pubblicità di questi programmi, nei quali si insiste sui pericoli dell’aborto, su questo momento tragico nella vita di una donna, come se si voglia che la vittima, una volta rassegnata, si presti all’iniziazione al mistero della contraccezione, E, sempre, si ricorre a questo tema della protezione contro la vita, invece di parlare della libertà che vi si deve trovare. Come meravigliarsi allora del fallimento di questi programmi? Se si vuole che la pianificazione familiare sembri più attraente, occorre concepirla come un mezzo per esprimere un senso più profondo della vita piuttosto che vedervi una semplice difesa contro il male. (pagg 137/138) L’argomentazione di Illich è minuziosa e non facile. Lui stesso nella posteriore nota introduttiva al capitolo (il libro è una raccolta di articoli precedenti) dice di non avere apportato ritocchi “pur essendo cosciente che il mio sforzo di dire più cose possibile ne rendono la lettura disagevole.” In effetti le argomentazioni sono numerose e certamente stimolanti. Il documento originario, scritto per una comunicazione di un seminario di esperti di demografia in Costarica, è del 1967, quindi pochi mesi prima dell’enciclica di Paolo VI “Humanae vitae” che doveva deluderlo. Infatti il “documento […] manca di coraggio, dà prova di cattivo gusto e avoca a Roma l’iniziativa in questo sforzo di condurre l’uomo moderno verso un umanesimo cristiano. Ciò che è ben triste.” Per non dilungarmi oltre, la posizione di Illich in sintesi è questa: la persona che assume coscientemente la gestione della propria sessualità, rompendo un tabù religioso e politico, compie un primo importante passo per la rottura degli altri tabù.

Compie cioè un atto politico rivoluzionario. Sul secondo obbiettivo ci sembra che l’appunto di Girardi estremizzi il pensiero di Illich che certo non invoca la riduzione della vita bensì stigmatizza, come fatto in varie occasioni, gli sforzi eccessivi per prolungarla, una volta che essa è definitivamente compromessa (vedi ad es il capitolo “La povertà pianificata” pag 169 in cui parla dell’inutilità di “prolungare la malattia”). Sul terzo obbiettivo, la migliore distribuzione delle ricchezze, Illich è ben cosciente che quella attuale è iniqua. Nel capitolo “Una costituzione per la rivoluzione culturale” scrive infatti (pagg 174-175): Il problema centrale della nostra epoca risiede nel fatto che i ricchi continuano ad arricchirsi e i poveri a impoverirsi.

Questo fatto non appare sempre nella sua tragica realtà perché noi ci attacchiamo spesso a un’altra constatazione, apparentemente contraddittoria. Dal punto di vista della quantità e della qualità i beni di cui possono disporre i poveri nei paesi ricchi superano i sogni di altre epoche. Il Re Sole non avrebbe potuto immaginarlo. In questo tempo certi paesi definiti in via di sviluppo presentano dei tassi di crescita economica superiori a quelli dei paesi ricchi quando si trovavano in un’epoca analoga della loro storia. Gli abitanti di Harlem giudicano indispensabili alcuni elementi di comfort che vanno dal frigorifero alla toilette, dagli antibiotici alla televisione. Ecco ciò che non sarebbe venuto in mente a Washington quando viveva a Mount Vernon, non più di quanto Bolivar avrebbe potuto prevedere la divisione della società in due gruppi disuguali, fenomeno oggi inevitabile a Caracas. Ma né l’innalzamento del livello di consumo minimale nei paesi ricchi né quello del consumo urbano nei paesi poveri non possono colmare il fossato fra le nazioni povere e quelle ricche, o fra i ricchi e i poveri in seno a qualsiasi società. La povertà moderna potrebbe essere definita come un sottoprodotto di un mercato mondiale il cui funzionamento corrisponde ai principi ideologici della classe media di una società industriale (neretto mio) Si fa della povertà moderna una comunità internazionale

2 in cui la pubblicità persuade che è necessaria una domanda accresciuta per stimolare la produzione di articoli standardizzati. Su un tale mercato le aspirazioni stesse sono anch’esse standardizzate e sono forzate continuamente a superare le possibilità del mercato. Sulla migliore distribuzione della ricchezza più che a specifici provvedimenti legislativi, che certo non esclude, è quindi sul modello di economia che Illich accentra la sua attenzione, fedele al suo intento di affrontare le cause prime e non di mitigare le conseguenze, cioè intervenire sui meccanismi profondi legati al modello economico caratterizzato, nell’ America latina di quegli anni, dalla migrazione dalle campagne alle città e dalla diversità delle logiche “civilizzatorie” in queste vigenti, logiche che consentiranno a una infima minoranza di affermarsi socialmente mentre la maggioranza sprofonderà in una “povertà modernizzata”. L’analisi su questo punto è tuttora penetrante e convincente, pur non potendoci qui soffermare oltre. “Il sotto-sviluppo è il risultato di uno stato dello spirito che si ritrova sia nei paesi capitalisti che in quelli socialisti. Gli obbiettivi attuali dello sviluppo non sono né augurabili né ragionevoli e, sfortunatamente, non è la lotta contro l’imperialismo che ci fornirà l’antidoto. Benché lo sfruttamento dei paesi poveri appaia come una realtà innegabile, si ritrova costantemente nel fenomeno nazionalista l’affermazione del diritto delle élites coloniali di ricominciare la storia: esse vogliono seguire la strada tracciata dai ricchi verso il consumo universale dei prodotti distribuiti sul mercato internazionale.

Questa strada non conduce che all’inquinamento ambientale e all’insoddisfazione universale.” (pag 174) L’obbiettivo dell’impegno di Illich Girardi: Quale è il tuo obbiettivo? Illich : pensare lucidamente Girardi : ma per fare cosa? Illich: per la verità Conclusione di nuovo sconsolata di Girardi : Egli non ha alcun progetto “Cristiani per il socialismo” Qui l’analisi di Illich è piuttosto categorica e forse troppo cruda, almeno nei termini in cui appare dagli appunti, ma altre testimonianze sembrano avvalorare la posizione qui espressa negli appunti con cui Girardi ha sintetizzato il discorso: Cristiani per il socialismo. Movimento animato da un gruppo di 20 o 30 teologi (…) e che offre alla destra la giustificazione di cui essa ha bisogno per la repressione. Delle analisi americane giungono alla conclusione che questo movimento è un pericolo assai grave per l’America Latina. Il marxismo non potrà penetrare in America Latina se non attraverso la Chiesa.

Cioè attraverso le minoranze cristiane che hanno optato per il socialismo. Questa convergenza, una volta ancora fra l’analisi e gli interessi del Dipartimento di Stato e quelli della Chiesa Cattolica, questa alleanza del Vangelo e del dollaro in A.L., obbiettivamente e indipendentemente dalle intenzioni. E’ evidente che i capitalisti americani non hanno alcuna intenzione di applicare il Vangelo ma saranno portati a difendere l’ortodossia cristiana e a finanziare delle campagne (…) di Bekmans (?) contro il Cristo della liberazione. LA NASCITA DEL CIDOC A CUERNAVACA “Intrapresi con l’aiuto di due amici […] la fondazione di un centro di studi a Cuernavaca […] Fin dall’apertura del centro io insistetti su due dei nostri obbiettivi. Noi ci proponevamo innanzi tutto i sforzarci di evitare che danni che la richiesta del Papa rischiava di provocare fossero troppo consistenti. Il nostro programma di studi pensati per i futuri missionari doveva metterli di fronte a sé stessi e della realtà affinché potessero con conoscenza di causa rifiutare o accettare l’incarico che si voleva loro affidare. Almeno non sarebbero partiti senza aver ricevuto una certa preparazione. In secondo luogo noi intendevamo acquisire una influenza sufficiente per essere in grado di convincere le autorità responsabili di rinunciare all’esecuzione di un tale programma.” (pag.49)

Analisi a cui Girardi risponde: “Tu mi hai detto che sarai pronto a fare qualsiasi cosa per (…) questa analisi. Io vorrei, se lo ritieni possibile, che tu mi precisassi le tue intenzioni. Poiché tu consideri che i e le teologie della liberazione rappresentano un pericolo.” Ma negli appunti non c’è traccia di risposta. Essa va ricercata nei capitoli del libro citato riguardanti la Chiesa in America latina, in particolare in “La carità tradita”. Nel 1960 con il documento Fidei Donum Giovanni XXIII invita le chiese cattoliche del mondo ad inviare almeno il 10% dei propri effettivi in America latina per contrastare la penetrazione del comunismo, decisione che Illich critica aspramente. Nella critica di Illich al progetto di Giovanni XXIII, parallela alle politiche statunitensi di aiuto perseguite con il progetto dei Peace Corps e della kennediana Alleanza per il progresso, esiste una intima coerenza logica: la contrarietà ad una interferenza apportatrice di pratiche e modelli esterni, siano questi religiosi o economico-politici, che avrebbero impedito un autonomo sviluppo rispondente a logiche e risorse interne. Illich pensava infatti che ogni persona o realtà umana ha in sé le risorse per risolvere i propri problemi. Egli 5 anni dopo la rilancia nel testo “La carità tradita”, sperando che l’esperienza di questi anni abbia prodotto ripensamenti. Le ragioni addotte sono essenzialmente di due ordini: la prima, come detto, rientra nel discorso più generale che questo intervento, analogamente a quello dei volontari statunitensi della kennediana “Alleanza per il progresso”, introduce culture estranee e apporta contributi finanziari che alterano la percezione dei bisogni e stabiliscono necessità alle quali sarà difficile sopperire senza un aiuto continuo nel tempo la seconda che di fatto l’iniziativa pone la Chiesa a servizio di un progetto politico che dovrebbe esserle estraneo “Debitrice di queste beneficenze, la Chiesa dell’America latina si abbandona e diviene una sorta di satellite gravitante nell’orbita culturale e politica degli Stati Uniti.

Queste nuove risorse inducono a nuovi bisogni che esigono l’aiuto incessante, mentre creano delle piccole isole di ben-essere apostolico che non potrebbero essere soddisfatte dalle risorse locali.. La Chiesa latino-americana rifiorisce, ma tornando ad essere ciò che essa fu all’epoca della conquista: una pianta coloniale sostenuta dalle cure dello straniero.”(pag 53) “Sarebbe tempo che i responsabili della Chiesa dell’America del Nord considerino le conseguenze socio-politiche della loro impresa missionaria, posta sotto il segno della buona volontà. Essi devono domandarsi se la loro vocazione di teologi cristiani è compatibile con una azione politica in difesa dell’Occidente.” (pag 51) “Io spero che la presa di coscienza generale degli elementi repressivi e corruttori contenuti nei programmi “ufficiali” di assistenza ecclesiastica facciano nascere un vero sentimento di colpevolezza: noi siamo colpevoli di avere sperperato la vita di uomini e di donne che si consacrano all’impegno di evangelizzazione dell’America latina.” (pag 56) “L’esportazione di impiegati della Chiesa verso l’America latina dissimula una paura generalizzata e incosciente: l’avvento di una Chiesa nuova.”. (pag 59)

Ai quali ne aggiunge un terzo, lo stravolgimento della vita delle persone che aderiscono all’appello, senza contare che molte volte queste sono persone fallite nei propri paesi. Infine, la distinzione fra volontari laici e missionari è destinata inevitabilmente a confondersi. “A proposito del corpo dei volontari della pace (Peace Corps), ci si rese conto che un piccolo gruppo di stranieri istallati in un paese sottosviluppato poteva giocare un ruolo catalizzatore e che la trasformazione culturale provocata aveva in definitiva più importanza di tutti i servizi immediati che essi rendevano. Una constatazione dello stesso tipo potrebbe applicarsi bene ai missionari nordamericani i quali, disponendo di risorse importanti, inviati spesso per un breve periodo e non lontano dal paese d’origine, penetra in una zona di colonizzazione intensiva, ad un tempo culturale e politica, degli Stati uniti; così viene a far parte di questa sfera d’influenza e, talora, di intrigo; è attraverso la loro intermediazione che si configura agli occhi della popolazione una certa immagine della Chiesa. I missionari arrivano numerosi, e poiché il loro arrivo coincide con la nascita dell’Alleanza per il progresso, del progetto Camelot, dei piani della C.I.A., l’impressione creata è che sono essi ad averli tenuti sul fonte battesimale. L’alleanza sembra essere posta sotto il segno della giustizia cristiana e si diviene ciechi sulla sua vera natura: un gioco di prestigio, mentre lo statu quo permane. Il programma di aiuto si rivela incapace di consentire un tasso di crescita economica moderato o anche di assicurare la sua stabilità.

Nel corso di questi primi cinque anni del programma dell’Alleanza, la fuga dei capitali fuori dall’America latina è triplicato. Tutto avviene come se avessimo gettato un osso a un cane affinché resti tranquillo nel cortile di servizio delle Americhe”.(pag 61) “La maggioranza dei cattolici statunitensi considerarono questa richiesta come un appello a contribuire alla modernizzazione della Chiesa dell’America Latina sul modello di quella dell’America del Nord. Non bisognava abbandonare ad un comunismo alla Castro il continente dove vive la metà dei cattolici del mondo. Fin da allora io manifestavo la mia opposizione ad un programma che mi sembrava dover essere pregiudizievole ai futuri missionari,ai loro nuovi fedeli […] La mia personale esperienza a Porto Rico mi aveva convinto dei pericoli che corre colui che si consacra ai ‘poveri’ in un paese straniero: la sua vita ne è spesso segnata, financo spezzata. Inoltre l’innesto dei modelli di vita e delle speranze americane non farebbe che ostacolare lo sviluppo dei cambiamenti rivoluzionari necessari; e che dire dell’errore che consiste nel mettere il vangelo al servizio del capitalismo (o di qualunque altra ideologia)?

Infine conoscevo che se gli Stati Uniti avevano un grande bisogno di informazioni su tutti gli aspetti dell’America latina, le impressioni dei ‘missionari’ non avrebbero fatto altro che rendere un pò più oscuri i problemi: l’esperienza ha dimostrato quanto la loro visione sia spesso soggettiva. Occorreva dunque tentare di mettere fine a questi progetti di crociata..” (pag 48) E’ a questo punto del colloquio che il discorso si fa personale e prende il tono di apertura fraterna riportato all’inzio. Riprendiamone l’affermazione quasi sul finire del brano: la sensazione (è che) noi non camminiamo nella stessa direzione. Il colloquio sembra finire così e le successive righe sembrano un riepilogo del giudizio ex-post di Girardi in 7 punti che riportiamo tal quali: OSSERVAZIONI SU CUERNAVACA 1)Non rappresenta un’alternativa Sforzo di informazione - di critica - ma per fare cosa? 2)Inoltre l’informazione è più per i ricchi che per i poveri, per gli americani del Nord più che per quelli del Sud - costo delle pubblicazioni - costo per le iscrizioni ai corsi 3)Fonti economiche 4)Un affare nel quale i militanti latinoamericani non si riconoscono; che non fornisce loro ne degli strumenti di lavoro né si parla di di te molto più in Europa che in America Latina 5)Le alternative che tu proponi sembrano di ispirazione liberale. Esse implicano ad un tempo una esigenza di libertà e l’assenza di ricerca delle condizioni di rendere (possibile?) un discorso che sembra (…) realizzarsi all’interno del sistema capitalista senza rimetterlo in questione A – Rinnovamento della Chiesa B – Rinnovamento dell’educazione 6)Qual è l’apporto specifico di Cuernavaca al di là delle intenzioni - alla trasformazione dell’America Latina - alla trasformazione della Chiesa 7)Dualismo - fra il progressismo intraecclesiale e il conservatorismo politico - fra il progressismo superstrutturale e il conservatorismo strutturale Confessione lucida di impotenza Impossibilità di trasformare il sistema ad es il sistema educativo e il sistema sanitario

Il problema della fame non è il problema prioritario delle masse sottoalimentate. Io ho l’impressione che (…) non sarebbe contrariato (se essa non contribuisse?) un poco alla soluzione di questo problema, dare da mangiare a coloro che hanno fame. Non si tratta di dare ma di creare le condizioni che consentano a tutti di mangiare. La formula dare da mangiare ti ha scioccato (osservazione probabilmente diretta a Illich) Io ho pensato che io non darei mai la mia vita per questa formula. (probabile risposta di Illich) Che aveva tuttavia per me la forza di una parola evangelica. (probabile aggiunta di Girardi) ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI Lo scopo di proporre all’interno di questo seminario illichiano questo dialogo inedito fra due rilevanti figure impegnatesi in America latina non è quello di prendere parte per l’una o per l’altra ma quello di rileggere e approfondire il pensiero di Illich sui temi affrontati nel corso del loro incontro.

Questi temi restano profondamente attuali e purtroppo le critiche radicali di Illich alle politiche della cooperazione allo sviluppo si sono rivelate tragicamente vere: 50 anni dopo povertà e miseria attanagliano ancor più di prima il subcontinente malgrado le enormi risorse economiche stanziate. Questi stanziamenti non sono stati né efficaci né sinceri: essi hanno preparato le condizioni perché fosse possibile un flusso di ritorno continuo e silenzioso di capitali dal sud al nord di entità molte volte superiore a quello di andata.

Restituzione e “servizio” del debito (in gran parte contratto da regimi militari e spesso fraudolento e pure in gran parte destinato a costruire infrastrutture necessarie a estrarre e convogliare verso il nord enormi risorse naturali a prezzi spesso di rapina), rimpatrio degli utili dalle filiali latinoamericane di multinazionali nel nord, pagamento di royaltyes e di “servizi”, costituiscono quelle grandi idrovore di pompaggio di cui parlava metaforicamente Darcy Ribeyro già negli anni 70. Un dato, recentissimo, relativo al solo Brasile dove: La Bilancia commerciale (saldo fra esportazioni e importazioni) ha avuto nel giugno 2010 un saldo positivo di 2.277 milioni di $ ma nonostante questo risultato brillante la Bilancia dei Pagamenti (saldo fra entrata e uscita dei capitali) è risultata negativa per 5.180 milioni di dollari, il peggior risultato dal 1947, e circa 8 volte rispetto al giugno di un anno fa. E nel semestre il passivo ha raggiunto la cifra di 40.867 milioni di $. Ciò è dovuto in buona parte alla rimessa di profitti alle case madri delle filiali di multinazionali operanti nel paese e al pagamento di royalties e di servizi (Mininotiziario America Latina dal basso n.91)

Ancora oggi i giganteschi megapiani infrastrutturali (vedi il ciclopico IIRSA) preconizzati e finanziati dalle grandi istituzioni internazionali (Banca Mondiale etc) per “modernizzare” il subcontinente, aggiungono debiti a debiti e disgrazie a disgrazie per i semplici cittadini e oneri agli stati, e anche qui come altrove accentrano quella parte di ricchezza sfuggita alle idrovore nelle mani di pochi. Le letture fatte per corroborare i contenuti del colloquio fra queste due forti personalità mi hanno di nuovo messo di fronte alla grande capacità di Illich di andare al di là delle spesso attraenti retoriche ufficiali radiografandone l’intima ossatura. Così ho trovato le sue argomentazioni ancora del tutto attuali e in gran parte inesplorate da parte di quelle schiere di operosi cooperatori devastatori più o meno inconsapevoli di culture e territori, argomentazioni meritevoli di una rilettura più organica che mi riprometto di fare a breve.

Gragnano 1 settembre 2010

ho letto la tua relazione; veramente un bel lavoro di ricostruzione, hai la stoffa dello storico!   è affascinante immaginarsi la conversazione di quei due su quegli argomenti; direi che Illich sembra un antesignano del '68, ma senza le illusioni e i miti di cui la protesta restò prigioniera   il problema è che alla fine avevano ragione tutti e due, ma hanno perso tutti e due; e allora forse su qualcosa avevano torto entrambi? ma su che cosa, esattamente? o no?   comunque sia, la sensazione prevalente che ho provato leggendo il tuo testo è la malinconia per la perdita di un mondo in cui si poteva ancora progettare; e non posso non pensare che ci sia una grande responsabilità diffusa nel dare per scontato un contesto che invece era frutto di lotte e sforzi collettivi.

ciao Claudio

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