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CONVIVIALITA' E ASKESIS COME ARTE DI ESISTERE

Tratto da : Politica senza il potere in una società conviviale, l'altrapagina, 2007
Atti del convegno tenutosi a Lucca , Palazzo Ducale, Scuola per la pace, 10-11 marzo 2006

Giovanna Morelli

CONVIVIALITA’ E ÁSKESIS COME ARTE DI ESISTERE

 
Vorrei focalizzare, in un rapido excursus, il motivo conduttore dello work in progress illichiano; un motivo che si sviluppa  attraverso le varie categorie critiche applicate da Illich all’analisi della modernità e postmodernità, e si radicalizza a fine novecento. Proprio alla luce delle ultime pagine illichiane possiamo formulare un nuovo, ampio senso di “Convivialità”  e da questo concludere alla tematica illichiana dell’ Áskesis , testimoniata dalla stessa esistenza di Ivan Illich :  penso al  convivium o giardino filosofico  fiorito attorno a lui, per coltivare e condividere  l’ esercizio dello spirito,  per sperimentare un’arte di vivere e di pensare la vita.

La iniziale tematica della Convivialità, con la quale Ivan Illich apre gli anni '70, si salda, alla fine del decennio, al tema del Vernacolare. Illich studia le società vernacolari tradizionali, le loro crisi, le loro rigenerazioni, esemplificando una possibile società vernacolare modernizzata: un mondo di strumenti “conviviali” a misura di uomo, dove il prodotto tecno-industriale sia riconvertito a favore della iniziativa autonoma, emancipata dalle tormentose fatiche di un tempo, un mondo in cui il valore d’uso torni ad avere la meglio sul valore di mercato.

L’uomo vernacolare tradizionale studiato da Illich è un uomo locale, radicato a un certo tempo e luogo della crosta terrestre. Il Genere, ovvero la complementarietà asimmetrica dei due universi maschile e femminile, è un importante fattore di coerenza comunitaria. Spesso Illich usa il Genere per mettere a fuoco l’intero universo vernacolare. Il Genere - come prototipo di essere umano specifico - è infatti l’opposto del Neutrum, l’essere umano neutro con attributi sessuali a favore del quale tante nostre battaglie si sono spese. L’universo vernacolare in quanto universo chiuso, autoreferenziale, arcaico, ha subito, dovunque, il trauma della storia. Il “fato solitario”, i “cento anni di solitudine” finiscono. Superato l’impatto con la storia, aprendosi fisiologicamente all’esterno apportatore di alterità, l’arte comunitaria di vivere ha maturato inedite soluzioni e ibridazioni, ha reagito ai grandi progetti egemonici di civiltà, ha infiltrato e reso vive per secoli tutte le griglie.

A questo proposito Illich fornisce l’esempio di varie polarità relative alla lingua  . Status degli utenti: classi basse-classi alte; analfabeta-acculturato. Distribuzione geografica: regionale, superregionale. Organizzazione: informale-codificata. Funzione: quotidiana-specialistica. Medium: oralità-scrittura-stampa. Nel corso della storia nessuno di questi parametri è stato rilevante per la qualificazione vernacolare di una lingua. Bensì essa sarà vernacolare (o non) a seconda della modalità di diffusione e di elaborazione. Una lingua comune può infatti imporsi in luogo o accanto agli altri idiomi, in virtù della fisiologica interazione delle differenze. Come sono esistiti vernacoli popolari sono esistiti vernacoli aristocratici. Lingue elitarie, idiomi commerciali, seconde lingue, sono sempre esistite e possono essere considerate altrettanto vernacolari di una lingua popolare, finché non vengano pre-fabbricate, clonate dall’alto. E’ allora che ogni vernacolo si riduce al fantasma di se stesso. Un contenuto indigeno non basta a garantire la qualità vernacolare dell’esperienza.

Balì, anni '70: una ritualità musicale indigena viene fissata al registratore e così riutilizzata e divulgata, con risultato, dice Illich, drasticamente antivernacolare. “Non era all’opera il missionario di una chiesa, partito o media, bensì un maestro di scuola nazionalista che voleva fare delle potenzialità tradizionali di una vallata, l’oggetto di un insegnamento pianificato […] Non solo la musica tradizionale ma anche la cultura alternativa del riso doveva diventare oggetto di insegnamento […] è il rappresentante della tradizione popolare che impone le costumanze locali allo scopo di sostituire l’arte del vivere con un sistema di produzione da lui gestito ed ecologicamente adeguato”.    Siamo qui alla polarità apprendimento-istruzione. L’apprendimento è contestuale, è cioè un processo integrato alla completezza esistenziale dei protagonisti. Nelle comunità studiate da Illich: “Un ambiente e un mondo di uomini di complessità letteralmente indicibile ha plasmato genti e terra, e in ogni istante questa esistenza era contesta di questa arte di vivere.”   L’istruzione invece è qualcosa di sradicato, qualcosa di non elaborato. Non elaborato dal gruppo, dal terreno comunitario, ma soprattutto non elaborato dalla vivente matrice umana che ha garantito una qualche tenuta vernacolare sino alle soglie dei nostri giorni.

Vernacolarità è questo “auto-radicamento” alla propria matrice interiore. L’uomo vernacolare è l’uomo psichicamente metabolico, che secerne a se stesso il suo stile, i suoi segni e significati, i suoi strumenti. “Intransitività” dell’esistenza,  “autoplasmazione intransitiva” , “l’essere dell’agente che plasma dinamicamente se stesso”.  E’ il grande  leitmotiv illichiano . Lavoro in profondità: gestazione, incubazione dei propri vissuti. Lentezza, pazienza, complessità di un parto, di un processo organico. Illich, nel suo libro su Ugo di San Vittore e la lettura  , porta l’esempio del monaco medioevale che legge e medita, spesso paragonato dai contemporanei a “una mucca che rimastica il suo bolo”. San Bernardo legge parole del Cantico dei Cantici: “Assaporandone la dolcezza non smetto di masticarle, i miei organi interni si satollano, il ventre s’impingua e tutte le mie ossa prorompono nella lode”.

Ma la possibilità stessa di questo auto-radicamento viene ad essere drasticamente minacciata quanto più “l’esterno” degli immateriali media globali e delle macro (o micro) istituzioni si rivela in realtà “interno” e invasivo. Illich interiorizza i suoi temi e concentra la sua analisi sul livello simbolico e linguistico, dove vivono le nostre forme mentali. “In pochi decenni il mondo si è amalgamato” -scrive Ivan Illich sul finire degli anni '70 - “Le reazioni degli uomini agli eventi quotidiani si sono standardizzate. Le lingue e le divinità possono ancora apparire differenti, ma ogni giorno altra gente si aggrega a quell’enorme maggioranza che marcia al ritmo della medesima megamacchina […] Ora striduli ora soporiferi, i media penetrano a forza nella comune, nel villaggio, nell’azienda, nella scuola.[…] Oggi solo chi è tagliato fuori dal mondo oppure l’anticonformista ricco e ben protetto può fare giocare i propri bambini in un ambiente dov’essi sentano parlare persone, anziché divi, annunciatori o istruttori. In ogni parte del mondo si vede dilagare quella disciplinata acquiescenza che caratterizza lo spettatore, il paziente e il cliente […] Culture differenti diventano così scialbi residui di stili d’azione tradizionali, relitti sbiaditi in un unico deserto di dimensioni planetarie.”  

La densità, il calore, l’erotismo dell’apprendimento e della formazione si contrappongono alla freddezza an-erotica, alla passività dell’istruzione e dell’informazione da cui siamo afflitti: flussi di esperienze, di opinioni, di identità prefabbricate per un consumo veloce, epidermico, automatico. Il mondo dei significati si sgancia dal proprio atto fondativo e si costituisce in una sorta di sistema inerziale da cui scaricare i nostri byte di scambio significante. Decentramento del soggetto, sempre meno presente a se stesso quanto più presente alla rete. Estensione contro intensità. Da intransitivo a transitivo. Da attivo a passivo.“Io vivo” diventa “io sono vissuto”. Se abbiamo difficoltà a concepire alternative (all’istruzione e a tutto quanto) è perché stiamo perdendo ogni giorno di più il nostro auto-radicamento, il nostro spessore metabolico.

Rammentiamo l’immagine illichiana delle Tre assi  . Dobbiamo avere chiaro quale è l’asse su cui vogliamo impegnare le nostre energie di cambiamento. La prima è l’asse tecnologica. Qui si tratta di prendere posizione sulla qualità soft o hard delle tecnologie. Il loro impatto ambientale. Lo sviluppo energeticamente e ecologicamente sostenibile… Tecnologie alternative. Eco-progetti. La seconda è l’asse politica, concernente le opzioni destra-sinistra, socialismo-liberalismo,  equità o dis-equità distributiva,  proprietà dei mezzi di  produzione… La terza, quella illichianamente decisiva, è l’asse esistenziale,  homo vernacularis - homo oeconomicus, l’asse che oppone autonomia a etero-esistenza. Quella dove si gioca la domanda fondamentale. Quale uomo ? Quali i bisogni fondamentali dell’uomo ? Quale è “la natura dello appagamento umano”?  Le scelte che possiamo operare sull’asse tecnologica e su quella politica non ci garantiscono di per sé circa la qualità esistenziale. Da questo punto di vista Illich rileva spesso l’equivalenza di regimi socialisti e liberali. Ugualmente opzioni tecnologiche di sostenibilità ambientale possono assecondare un’esistenza standardizzata secondo i criteri sviluppisti. L’inversione di tendenza non è energia pulita ma minore produzione di energia. L’inversione di tendenza non è l’auto stupro dell’assistenza professionale delegata al cliente nei programmi di self-help, ma l’emancipazione creativa dall’assistenza. Sulle assi ambientale e politica possiamo registrare molti effetti collaterali, talora devastanti, dei vari monopoli anticonviviali. Ma la ricaduta immediata è sull’asse esistenziale. E’ la “nemesi strutturale e endemica” che crea esseri inabili.

Su questa asse credo si giochi la nostra politica senza il potere, o forse, detto in modo più radicale, la nostra politica senza politica (Illich usa, nel corso degli anni, espressioni diverse e sfumature concettuali diverse, ma tutte ugualmente mirate a sottolineare la priorità dell’asse esistenziale:  politica della convivialità, ecologia politica radicale, politica dell’impotenza e fine della politica…). Politica senza il potere è cercare di riappropriarci dell’arte della nostra vita, arte di vivere, di godere, di soffrire, di far festa, di abitare, di tollerare il dolore, di sopportare il presente, di morire e dare un senso alla morte. Disconnetterci . Rinuncia attiva al consumo e alla produzione, motivata da un illuminato edonismo, “senza ridursi a vano folklore”.

A fine anni '80 Illich radicalizza la sua analisi, studiando le modificazioni percettive e autocettive cui siamo sottoposti nella odierna società dei “sistemi”: una “catastrofica rottura” nella percezione di Sé e del corpo; un nuovo orizzonte epistemologico esplosivo che caratterizza la società industriale pronta a trasformarsi in società cibernetica. Scrive Illich nel 1990: “Noi siamo alle soglie di una transizione ancora inavvertita […] gli esperti che ci hanno donato i nostri bisogni si affannano oggi a riconcettualizzare il loro regalo, a ridefinire ancora una volta l’umanità. Per sopravvivere, ci assicurano, dobbiamo vederci […] come dei cyborgs […], delle unità infinitesimali di una serie di sistemi inclusivi, terminanti non si sa dove […] Se questo punto di vista si imporrà, sarà la fine degli uomini e delle donne [… ]”. Nel 1993: “Il paradigma contemporaneo è strumentale. L’occhio è addestrato a competere con il comando “ricerca” di Word Perfect […] la percezione sensoriale è intesa come il risultato di una interfaccia tra due sistemi,  di cui l’uno è un artefatto e l’altro una persona”.   Nelle sue più recenti analisi Illich studia appunto l’assottigliamento dell’esperienza del Sé, contestualmente alla perdita di importanza soggettiva della “carne” e di tutti i suoi sensi.

Come sappiamo, per analizzare la “forma di disumanità specifica della nostra società industriale”, Illich  introdusse l’idea di monopolio radicale (e controproduttività paradossa ). Ciò si instaura ogni volta che un processo espropria il soggetto della funzione al cui potenziamento era destinato. “I monopoli radicali rendono la gente incapace di fare da sé”.   La produzione industriale intensiva di merci, la tecnocrazia assistenziale, la terapizzazione dell’esistenza sono altrettanti esempi di monopolio radicale. L’essere umano in quanto paziente di una terapia continua (o cliente di una prestazione ininterrotta), è reso inabile dalla cura (o prestazione)  stessa. Epoca dei servizi professionali menomanti.

Ma se a metà anni '70 Illich parlava di iatocrazia, a metà '90 siamo ormai in piena biocrazia. Dalla gestione professionale della malattia, della sofferenza e della morte, siamo passati a una ottimizzazione sistemica dell’intera esistenza, in nome della salute e della vita. Da “attore tragicomico” del proprio destino, l’uomo si è successivamente trasformato in “paziente bisognoso” e infine in “sistema cibernetico autoreferenziale”. Nel corso dell’ottocento la griglia medico-diagnostica, con i suoi nuovi supporti tecnici, ha disabituato il paziente al sentimento della propria corporeità, e ha disabituato il medico alla diagnosi mimetica. Il tardo novecento esaspera l’auto-astrazione riducendo la diagnosi “a un groviglio di curve di probabilità organizzate in un profilo”.

La riconversione statistico-cibernetica del corpo umano o il feticismo naturista-biologico, che contagia anche la nostra chiesa, dimenticano entrambi che il corpo umano non è un’unità di vita o di materia inglobabile in qualche perfezionato sistema di calcolo e di gestione, ma è innanzitutto il dominio senziente di un Sé. “Riduzione dell’essere umano a ‘una vita’ sulla quale i comitati di etica possono pronunciare sentenze”, scrive Illich nel 1995, nella postfazione a una nuova edizione di Nemesi medica.

La  necessità di “disconnessione” dal sistema si radicalizza, diventando sempre più esplicitamente una re-interiorizzazione del Sé. Un esercizio di riconnessione a se stessi (Áskesis). L’uomo sradicato da se stesso ha bisogno di ritrovarsi , e di ritrovarsi secondo un’ auto-percezione integrale. Potremmo parlare di un sesto senso, di un “senso armonico”, che ci avverte quando stiamo attentando, oltre la soglia di incolumità, al Sé e ai suoi sensi, o alla loro organica integrazione. Io credo che possiamo raccogliere l’ultima prospettiva illichiana ridefinendo il Conviviale come ciò che alimenta  questo “senso armonico” , questa  auto-percezione integrale.

 E’ qui che l’ arte, il fare artistico può porsi come paradigma di esperienza conviviale (non a caso “conviviale” e “vernacolare” sono costantemente associati da Illich alle parole “stile” e “arte”). Il gesto artistico infatti è un gesto fortemente integrato e integrante, che attiva i più radicali , segreti canali di corrispondenza tra le varie facce dell’umano. Illich lancia un appello agli insegnanti d’arte: “L’insegnante d’arte può fare della sua aula lo spazio di libertà in cui resuscitare l’arte di vivere oppure rendersi uguale al pedagogo”.   Non si tratta di insegnare la fruizione e produzione dell’oggetto artistico come fine a se stessa. Ma di attingere alla sensibilità artistica per ravvivare  l’auto-radicamento e quel fondamentale  senso armonico  da cui far nascere nuova - e integrale- specificità umana.

Il secondo argomento che vorrei approfondire è il problema oggi centrale del rapporto relativismo-universalismo. Credo infatti che  Illich  ci  abbia fornito una posizione illuminante, che supera le semplificazioni correnti. Perché l’esempio delle élite dissidenti possa riuscire efficace devono porsi due condizioni, dice Illich. Io credo che una di queste ponga il tema dell’identità (specificità), l’altra quello dell’universalità. La prima: “Le forme di vita indipendenti dalle merci devono diffondersi secondo modelli che i destinatari possano cercarsi da soli”. La seconda: “Il nuovo stile di vita […] deve fare propria un’immagine dell’essere umano stesso quale appartenente alla specie homo vernacularis e non homo industrialis”   Si tratta della scelta tra “due diverse concezioni dell’essere umano”. Quale Uomo?

E’ questo un punto fondamentale. Il rigoroso pluralismo illichiano non esclude una prospettiva universalistica. Illich ci ricorda che l’arte di vivere non è mai “genericamente umana”. Ma anche ci ricorda che “la vita autenticamente umana” non è “un concetto infinitamente elastico”  . L’arte di vivere è molteplice e una ed è ciò che rende la vita autenticamente umana. In questo senso particolare e universale si toccano. L’uomo planetario illichiano è l’uomo radicale, sostanziale, ossatura di tutte le più diverse identità. “La più grande matrice umana che sorregge la vita di ogni singolo uomo”.   Non è l’Homo aequalis, neutro, indipendente da connotazioni specifiche, introdotto dalla coscienza post vernacolare. E’ invece ciò che possiamo intuire attraverso le differenze e solo attraverso di esse. Non possiamo esperire un sapore o un colore generico, ma attraverso l’esperienza dei mille sapori particolari sappiamo cos’è il sapore. Così non esiste un uomo generico. Ma attraverso l’esperienza di ogni uomo specifico, di ogni stile umano particolare, sappiamo cos’è l’ Uomo, il più radicale dei nostri vissuti e in quanto tale anche il meno coscientizzato.  Impegnarci per una difesa delle differenze è al tempo stesso impegnarci per una difesa dell’ invariante antropologica che le rende possibili: l’ “autoplasmazione intransitiva” , “l’essere dell’agente che plasma dinamicamente se stesso”. La sfida finale della nostra Áskesis si gioca tra il Sé e la coscienza che ha di se stesso:  dall’ auto-radicamento metabolico (esercizio dell’ autenticità vernacolare) all’auto-integrazione (esercizio della percezione armonica,  arte conviviale dell’ uomo polifonico) all’auto-consapevolezza  antropologica (esercizio dell’ universalità).

Questo Universalismo Pluralista, o , se vogliamo, questa Antropologia Radicale,  consta dunque di due momenti tra loro complementari.  Il primo : sensibilità alla differenza. Rifiuto di ogni prospettiva che imponga un discorso  omologato, letterale e centralizzato per affrontare il composito mondo umano. Illich, in Il genere e il sesso, si sofferma sul riduzionismo di alcune cosiddette “scienze umane” . Ciò significa: ridurre una realtà complessa e stratificata a un unico livello, per esempio ridurre l’uomo al suo livello biologico. Oppure: ridurre le più diverse specificità a un unico canone storiografico. Se descrivo la cultura dell’Altro tramite le griglie concettuali della mia, continuo a descrivere la mia cultura, resto interno al mio mondo. Il discorso centralizzato è il discorso del potere. Potere è anche l’universo piatto, orizzontale, totalitario della comunicazione. Potere è “lo pseudo senso comune novecentesco” con le sue “parole chiave”, i suoi “apriorismi epocali”: sessualità, lavoro, produzione, sviluppo, assistenza…Ogni traccia dell’Altro è  viceversa l’opera in cui esso vive, come dentro a un’opera d’arte vive il suo senso, inseparabile da quelle linee, da quella materia, da quei colori. Non posso sostituire le mie griglie a quelle dell’Altro. Posso però piegare poeticamente le mie parole sino a farne metafora delle sue.

Il secondo : sensibilità alla  comunanza. A partire dalla esperienza artistica dell’Altro, è possibile rifondare un discorso comune, un discorso Universale che non sia logos totalizzante, ma che ci salvi dalla Torre di Babele. Un metadiscorso che ampli di continuo la gamma delle proprie metafore, anziché servirsi di pochi concetti per spiegare ogni cosa. A questo metalinguaggio spetta il compito di portare nelle differenze la coscienza dell’Unico Uomo Radicale, facendo implodere contraddizioni e idiosincrasie, xenofobie e pregiudizi dei linguaggi-oggetto. Questo discorso è in sé una terapia, una liberazione, un’auto illuminazione che culture e individui dovrebbero praticare al proprio interno per liberarsi di ogni elemento oscurantista, separatista, dogmatico che li chiude e li oppone. A una forte creatività identitaria ha infatti spesso corrisposto, come la storia ci insegna, un difensivo e bellicoso rifiuto del diverso. L’Universalismo Pluralista non assolutizza nessun tratto particolare, come accade invece nei totalitarismi e secessionismi ideologici. Ma ci salva anche dalla non meno pericolosa assolutizzazione delle differenze. Se perdiamo per strada i tratti dell’Uomo Radicale il nostro pluralismo diventa uno stereotipo nichilista e impotente, che non può coerentemente disporre di alcun criterio limite con cui arginare vecchie e nuove atrocità. La lunga, difficile Armonizzazione delle Differenze, se mai sarà, non lascerà nessuno immutato. Ciascuno dovrà sacrificare qualcosa. Non si tratta di “ricercare la tolleranza media di tutte le idee” ma di sperimentare gli opposti, acquisire uno sguardo binoculare. Non rinchiudiamoci, ad esempio, nell’uomo storico o nell’uomo mistico, ma partiamo dall’uno per arrivare all’altro. Proviamo a innestarci.

La soglia di metamorfosi è ampia. Ampia ma non infinita. La coscienza planetaria è coscienza di una doppia soglia: la soglia di massima inclusione e la soglia di esclusione terminale, oltre la quale si intravede il regno del suicidio post umano. La nuova radicale minaccia alla millenaria, inconscia Autorialità umana può aiutarci ad acquisirne finalmente la coscienza. Può aiutarci nella messa a fuoco di una teoria critica dell’estinzione che coscientizzi la qualità suicida latente sotto il disinvolto appeal di molte scelte epocali. Dallo sterminio fratricida, dove si tratta di edificare sé a danno dell’altro, stiamo passando allo sterminio mutazionale: la sistematica alienazione del Sé e della identità carnale della specie. Proviamo a credere davvero, come molti oggi credono, che sia prioritario “colmare il divario digitale tra nord e sud del mondo” distribuendo un computer portatile a milioni di bambini poveri. Proviamo a credere che videogiochi e reality show ci facciano più intelligenti, sociali e preparati alla vita. Proviamo a pensare di curarci la depressione con un pacemaker al nervo vago, o di sostituire il sangue con pellicole di nano particelle, alla voce “diritti tecnologici”, rivendicati dalla ricerca “transumanista”. E poi proviamo a tornare alla realtà. Questo ritorno ci dà piacere? Se non ce lo dà, o l’argomento non ci tocca, forse la nostra auto-percezione è prossima all’atrofia.

Il puerilismo tecnologico, il Sé mediatico-epidermico ci introducono in una sorta di post civiltà, dove l’impronta collettiva dell’intera civiltà umana è saccheggiata e letteralmente rivenduta sul mercato della psiche sintetica già in corso. A fronte di una simile Parodia Universale di civiltà possiamo superare antichi antagonismi e unirci in una sorta di iper civiltà, che faccia tesoro di tutto il nostro autografo millenario. Primi secondi e terzi mondi, tutti i mondi possibili dovrebbero unirsi contro l’unico mondo che vorremmo impossibile: il mondo post umano. Ciò chiama a raccolta le nostre originalità, le nostre devianze minoritarie. Il genocidio antropologico di cui scriveva il nostro Pasolini ha falcidiato insieme cultura popolare e cultura colta. La linea di resistenza vede oggi il nuovo patto tra cultura classica e cultura etnica contro il discorso dominante, spacciato per popolare.
 
L’uomo Vernacolare che ci sarà dato scoprire in qualche nicchia di mondo, col suo metabolismo ancora forte, può servirci di esempio per riattivare il nostro metabolismo languente, il rapporto creativo  ma armonico coi nostri limiti,  col nostro corpo e il corpo vivente del mondo, la libertà e la gioia di una vita austera oltre la tirannia del superfluo post umano. A noi stessi possiamo a nostra volta recare in dono la migliore eredità della storia occidentale. Questa storia non è un monolite. Tra le  sue pieghe esiste da sempre un  altro occidente , un’ “eresia” occidentale. Cerchiamo  quanto di metabolico e conviviale hanno espresso le nostre arti e i nostri costumi comunitari. Cerchiamo l’umanesimo planetario che le nostre filosofie e religioni hanno distillato dalla loro anima migliore. Non è un caso se il nomade Illich, teologo in marcia dal cattolicesimo verso lontane, profonde selve spazio-temporali, ha radicato il suo pensiero alla grande tradizione classica cui è debitore delle sue metafore fondamentali: vernacolo, convivio, Áskesis.

La politica senza il potere che i fratelli zapatisti hanno iniziato nel fondo della loro Selva Lacandona, facendo da battistrada a noi tutti, regalandoci se stessi come metafora vivente, noi dobbiamo giocarcela qui. Il nostro zapatismo europeo saprà riconoscere le attività, le esperienze, i mezzi ad alta intensità psichica che possono essere per noi la vera rivoluzione, così da riattivare nuovi radicamenti, nuova comunità, nuova etnia, nuova civiltà.

 

 

 

 

 

 

 

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