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INTRODUZIONE A IVAN ILLICH

ALDO ZANCHETTA

 

UNA INTRODUZIONE AL PENSIERO DI

 

IVAN ILLICH

 

RELAZIONE PER UN SEMINARIO TENUTO A GENOVA NELL’APRILE 2011

 

***   ***   ***

 

IVAN ILLICH : UNA VOCE FUORI DAL CORO [1]

 

 

PREMESSA

 

 

Introdurre il pensiero di Ivan Illich in venti minuti è impresa improbabile ma anche una provocazione stimolante: cercare la fonte dalla quale discendono mille rivoli possibili. Infatti Illich si è inserito nei dibattiti sui temi più scottanti della sua (nostra) epoca, dapprima come polemista acuto e provocante, poi con voce più sommessa ma non meno incisiva. Sono i due tempi che gli amici hanno definito come quelli rispettivamente di Illich, l’uomo pubblico, l’autore dei phamplet più noti, e di Ivan, l’amico conviviale (dopo il 1980 circa).

Spero almeno di suscitare il desiderio di conoscere meglio questo pensatore “fuori dal coro” che visse in un’epoca di scontro fra due pensieri forti in competizione mortale fra loro, quello liberista e quello marxista, con entrambi i quali fu in disaccordo. Del resto le relazioni che seguiranno integreranno ciò che dirò,ampliandone il quadro.

 

 

L’INCONTRO CON L’ALTRO E LA DISPONIBILITA’ ALLA SORPRESA

 

 

Ho conosciuto personalmente Ivan tre mesi prima della sua morte e ho avuto la fortuna di poter organizzare a Lucca la sua ultima conferenza pubblica, impegno per il quale mi chiese di trascorrere preliminarmente una giornata assieme per evitargli  di parlare a degli “sconosciuti”, una per passeggiare per Lucca, il giorno della conferenza -una città, disse, che aveva attraversato una volta, di notte, accompagnando un militare tedesco obiettore verso la salvezza; infine una mezza giornata successiva per parlare delle reazioni alla sua conferenza e per concordare il suo ritorno tre mesi dopo, a Natale.

 

Stava infatti preparando il suo ritorno a Firenze, città dove aveva vissuto gli anni della guerra, dove si era laureato in “cristallografia” e dove aveva maturato la decisione di farsi sacerdote. “Vorrei morire sotto il sole della Dalmazia”, mi disse, “ma poiché questo non è possibile, almeno sotto il sole della Toscana”. E le colline di Lucca gli sembrarono accoglienti. Ma all’inizio di dicembre morì improvvisamente.

 

Promise: “Lavoreremo tre anni assieme con la Scuola per la Pace su un tema che voglio approfondire, quello de <>>, titolo che aveva scelto per la sua conferenza.

 

Dico queste cose perché senza questi incontri diretti e intensi non avrei forse capito dai suoi soli scritti quanto realmente fosse importante per lui l’incontro personale con l’altro, il desiderio di “sviscerarti” e di aprirsi a sua volta. E quanto l’incontro con l’altro fosse realmente per lui una disponibilità all’imprevisto. “La sola speranza per la vita che cerco poggia sul rifiuto del sentimentalismo e sulla disponibilità alla sorpresa”.[2]

 

Capii anche come pure fosse importante per lui l’immersione nella natura: il “sole toscano”, le dolci colline lucchesi… Vorrei soffermarmi un momentoelementi del suo sentire.

 

 

LA CORPOREITA’, L’AMICIZIA GIOIOSA, IL PROFUMO DELLA TERRA

 

 

Illich ha vissuto intensamente la propria corporeità, l’amicizia gioiosa vissuta nella sobrietà[3], il contatto con il mondo naturale.

 

Nella “Dichiarazione sul suolo” (reperibile sul sito www.kanankil.it)  [4]redatta nel dicembre 1990 assieme a Lee Hoinacki e Sigmar Groeneveld in occasione del meeting organizzato a Oldenburg in onore di Robert Rodale, pioniere del movimento per l'agricoltura biologica negli Usa, scrive:

 

Il discorso ecologico sul pianeta terra, la fame globale, le minacce alla vita ci sollecitano, come filosofi, a volgere umilmente lo sguardo al suolo. Noi poggiamo i piedi sul suolo, non sul pianeta. Proveniamo dal suolo e al suolo consegniamo i nostri escrementi e le nostre spoglie. Eppure il suolo - la sua coltivazione e il nostro legame con esso - è significativamente trascurato dall'indagine filosofica della nostra tradizione occidentale.


Come filosofi, ci dedichiamo a ciò che sta sotto i nostri piedi perché la nostra generazione ha perso il suo radicamento al suolo e alla virtù. Per virtù intendiamo la forma, l'ordine e la direzione dell'azione plasmata dalla tradizione, delimitata dal luogo e qualificata dalle scelte effettuate entro l'ambito abituale di esperienza di ciascuno; intendiamo quella pratica reciprocamente riconosciuta come il bene in una cultura locale condivisa che rinforza la memoria di un luogo.

 

In quest’ultima frase è contenuto il nucleo centrale del suo stile di vita e del suo pensiero, a esso intimamente collegato.

 

Rileggo lentamente:

 

Per virtù intendiamo la forma, l'ordine e la direzione dell'azione

 

-          plasmata dalla tradizione,

-          delimitata dal luogo

-          qualificata dalle scelte effettuate entro l'ambito abituale di esperienza di ciascuno;

 

intendiamo quella pratica reciprocamente riconosciuta come il bene, in una cultura locale condivisa che rinforza la memoria di un luogo.

 

Nel libro Conversazioni con Ivan Illich[5], parlando con David Cayley egli così esprime questo radicamento fisico, parlando dell’immagine della Terra scattata dal satellite :

 

è davvero difficile dire che per me la Terra e il suolo sono ancora la stessa cosa. Voglio essere in grado di baciare il suolo su cui mi trovo, di toccarlo. La Terra, che è solo una fotografia scattata con una Hasselblad piazzata all’interno di un satellite che gira intorno ad essa, è la negazione della terra……La terra è qualcosa che puoi annusare, che puoi gustare. Io non vivo su un pianeta. [6]

 

E ancora:

 

La sensazione di essere in grado di celebrare il presente e di celebrarlo usandone meno possibile, perché è bello e non perché è utile per salvare il mondo, può creare la tavola imbandita che simboleggi l’opposizione a quella danza macabra dell’ecologia[7], la tavola imbandita dove la vitalità viene consapevolmente celebrata in opposizione alla vita.

 

Non si può parlare di Illich senza parlare della sua religiosità, ma di questo ci parlerà dopo Fabio Milana.

 

 

UN PENSIERO COSTRUITO SULL’ESPERIENZA E SUGLI INCONTRI

 

Illich non ha costruito il suo pensiero a partire da una ricerca intellettuale bensì a partire dall’esperienza e fondata su una visione concreta della persona, della società, dell’ambiente di vita reale nonché dagli incontri con persone stimolanti: <<Gran parte della mia vita è in realtà il risultato dell’avere incontrato la persona giusta al momento giusto e dell’esserne divenuto amico.>> (Conversazioni , pag 25)

 

Credo che a questo suo modo di pensare abbiano contribuito i ricordi dell’infanzia in parte trascorsa nel castello di famiglia nell’isola (allora) jugoslava di Brac[8] (il sole della Dalmazia ma certamente anche questa terra aspra e la sua gente), e dopo l’ordinazione sacerdotale. la sua esperienza pastorale nell’esuberante mondo dei portoricani a New York (1951-56) e poi a Portorico stesso (1956-60), dove fu inviato come giovanissimo Vice-rettore della locale Università Cattolica, e infine del mondo contadino e indigeno messicano[9], una volta terminata l’esperienza a Portorico. Un suo grande amico, il gesuita J.P. Fitzpatrick, con cui condivise molte esperienze a Portorico, che ha scritto una biografia essenziale di Illich in quegli anni[10], ci informa che all’inizio  del suo incarico newyorkese coi portoricani: Illich arrivò a Portorico, imparò lo spagnolo con molta rapidità e percorse l’isola a piedi per un mese.” Era il suo modo di conoscere e prepararsi al suo compito.

 

Quando, in contrasto con la Conferenza episcopale locale, decise di lasciare l’incarico di vicerettore della locale Università Cattolica, prima di immergersi nell’esperienza messicana, del CIC Centro di Ricerche  Interculturali (1962/67) prima e poi del CIDOC, il famoso Centro Interculturale di Documentazione di Cuernavaca (1967-1976), si immerse in una lunga esperienza di viaggio, in parte a piedi e in parte con i pittoreschi e avventurosi autobus popolari che collegano in una rete incredibile, attraverso gran parte dell’America Latina. Di questo viaggio, durato molti mesi (1960-61?), le sue biografie non parlano e anche gli amici, interrogati, sanno poco o nulla. Ho solo reperito la notizia, che reputo significativa, che durante la traversata delle Ande boliviane fu colpito da una insolazione e altri malanni e che fu accolto in una casa di contadini dove fu curato trascorrendovi una non breve convalescenza.

 

Sono convinto che l’esperienza di questo viaggio sia stata importante nella sua formazione culturale e nelle sue successive iniziative, come testimoniano gli articoli raccolti nel libro Rovesciare le istituzioni[11] che dimostrano una sua conoscenza dal dentro della realtà e della cultura latinoamericana, di cui il Cidoc tentò di essere un baluardo di difesa[12].

 

Certamente è in questo viaggio che ha formulato il proposito espresso nell’Introduzione a La convivialità:

Soprattutto intendo dimostrare questo: che i due terzi dell'umanità possono ancora evitare di passare per l'età industriale se sceglieranno sin d'ora un modo di produzione fondato su un equilibrio postindustriale, quello stesso al quale i paesi sovraindustrializzati dovranno ricorrere di fronte alla minaccia del caos. E nella prospettiva di un tale lavoro che io sottopongo questo abbozzo di analisi all'attenzione e alla critica del pubblico.

L’IMPEGNO POLITICO E LA CONVIVIALITA’

 

La sua vita vide un impegno costante per la pace e la giustizia: <<…sono un così convinto e impegnato sostenitore di un accesso radicalmente equo ai beni, ai diritti e ai posti di lavoro che mi sembra quasi superfluo insistere sulla nostra battaglia per questo aspetto della giustizia. Trovo molto più importante, e più difficile, affrontare il suo complemento, la politica della convivialità.>>

 

Tocchiamo così un’altra idea forte di Illich, espressa con la parola che egli usa parlando degli strumenti[13],[14], dell’incontro con gli amici[15], della società.

 

Uno strumento (o servizio) è conviviale quando serve all’uomo, quando cioè è <> (La convivialità pag 13). L’incontro con gli amici è conviviale quando…(vedi nota 4), la società è conviviale quando è caratterizzata dalla

 

lotta per un’equa distribuzione della libertà di generare valori d’uso, e per una strumentazione di tale libertà che sia ottenuta mettendo al primo posto assoluto la produzione di quei beni e servizi industriali e professionali che conferiscano ai meno avvantaggiati il massimo potere di generare valori nell’uso. Un indirizzo politico nuovo, conviviale, si fonda sulla convinzione che in una società moderna tanto la ricchezza quanto i posti di lavoro possono essere condivisi equamente e goduti nella libertà solo ponendo loro dei limiti mediante un processo politico. Forme eccessive di ricchezze e impieghi formali prolungati, per quanto ben distribuiti, distruggono le condizioni sociali, culturali e ambientali di un’eguale libertà produttiva. […] La ricchezza o è troppo rara per poter essere spartita o distrugge la libertà e le libertà dei più deboli. Con i miei saggi, ho cercato di dare un contributo al processo politico che deve portare i cittadini a riconoscere le soglie socialmente cruciali dell’arricchimento e a tradurle in tetti o limiti validi per l’intera società.>> (Disoccupazione creativa p.18)

 

E ancora:

 

Chiamo società convivile una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.

 

ILLICH E LA TECNOLOGIA

Illich viene spesso accusato di essere contro ogni forma di progresso. Ma egli in realtà non era ostile alla tecnologia[16] e all’industrializzazione ma al loro ipersviluppo, una volta superata una soglia critica dopo la quale sia la produzione delle merci sia quella dei servizi diventa disumanizzante e contro-produttiva.

E la sua attenzione più che alla tecnologia in sé, ciò che la tecnologia fa, col tempo si rivolse sempre più a ciò che la tecnologia “necessariamente dice[17], come modella il modo di pensare:

“Mi piacerebbe convincere un certo numero di persone a riflettere più su come gli strumenti influiscano sulla nostra percezione che su ciò che possiamo fare con essi, a indagare su come gli strumenti modellino la nostra mente, come il loro uso modelli la nostra percezione della realtà ben più di quanto noi si modelli la realtà applicandoli o utilizzandoli. In altre parole, sono interessato alla ricaduta simbolica degli strumenti, a come questa ricaduta si rifletta sulla struttura del mondo.” (Vedi Conversazioni pagg 63-82)

 

L’EQUILIBRIO MULTIDIMENSIONALE[18]

“L’equilibrio umano è un equilibrio aperto, suscettibile di modificarsi entro parametri flessibili e tuttavia finiti: gli uomini cioè possono cambiare, ma entro certi limiti. L’attuale sistema industriale, invece, trova nella sua dinamica la propria instabilità: è organizzata in funzione di una crescita indefinita e della creazione illimitata di nuovi bisogni che, nella cornice industriale, divengono ben presto necessità.” (La convivialità pag 67)[19]

 

LA CRITICA ALLO SVILUPPO - LA POVERTA’ MODERNIZZATA

Illich fu il primo a comprendere e criticare duramente le prospettive enunciate nel famoso “discorso al caminetto” di Truman del 10 gennaio 1949[20] con cui il presidente lanciò un nuovo paradigma, quello dello “sviluppo”, invitando ad un nuovo percorso le cui conseguenze furono subito percepite dallo sguardo di Illich.[21] Lo sviluppo sarebbe divenuto, come dice Wallerstein, il discorso sostitutivo della colonizzazione, parola che in quest’epoca di lotte di liberazione dei popoli aveva un cattivo sapore.

Il testo dove a mio parere la critica di Illich al mito dello sviluppo appare più elaborato e convincente è Le paci dei popoli[22] , conferenza tenuta nel 1980 a Yokohama, in Giappone.

In meno di una generazione siamo stati inondati da una montagna di teoremi sullo sviluppo in conflitto fra loro e la maggior parte dei quali è oggi relegata al rango di curiosità per collezionisti[23] […] La ricerca della pace per mezzo dello sviluppo è ora un assioma supremo e non discutibile. Chiunque si opponga alla crescita economica in sé può essere denunciato come nemico della Pace. […] Il legame fra pace e sviluppo ha reso difficile porre quest’ultimo in discussione. Mi consentano di suggerire che una discussione critica sullo sviluppo è il compito principale per la ricerca della Pace.

In La disoccupazione creativa[24], accanto alla nozione tradizionale di povertà, aggravata come egli dice dagli squilibri prodotti dalla società “opulenta”[25], introduce la nozione di “povertà modernizzata[26], conseguenza di questo modello di sviluppo.

 (…) Questo tipo di povertà fa la sua apparizione quando l’intensità della dipendenza dal mercato arriva a una certa soglia. (…) Essa non fa altro che privare le sue vittime della libertà e del potere di agire autonomamente, di vivere in maniera creativa; le riduce a sopravvivere grazie al fatto di essere inserite in relazioni di mercato. Questo nuovo tipo di impotenza, proprio perché vissuta a un livello così profondo difficilmente riesce a trovare espressione.. Siamo testimoni di una trasformazione appena percettibile del linguaggio corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una soddisfazione vengono sostituiti da sostantivi che indicano prodotti di serie destinati a un mero consumo passivo: <> diventa <

(…) L’incapacità peculiarmente moderna di usare in modo autonomo le doti personali, la vita comunitaria e le risorse ambientali infetta ogni aspetto della vita in cui una merce escogitata da professionisti sia riuscita a soppiantare un valore d’uso plasmato da una cultura.

 

I temi da trattare sarebbero ancora molti, in particolare quello della successiva critica della “società degli esperti[27] e della “società dei sistemi”, evoluzioni dell’età industriale, di cui però ci parlerà Giovanna Morelli.

 

Vorrei concludere con due interrogativi:

 

E’ ATTUALE IL PENSIERO DI IVAN ILLICH?

 

La critica anticipatrice di Illich è valida soprattutto oggi in cui gli effetti della società iper-industriale da lui descritta, e evoluta nella “società dei sistemi”[28], si stanno dispiegando in misura drammatica e sempre più evidente, e di fronte alla quale la stragrande maggioranza degli “addetti ai lavori” è impreparata, impregnata come è di una conoscenza iperspecializzata ma monosettoriale.

 

La società industriale (da appunti di una conversazione fra Ivan Illich e Giulio Girardi) : Illich affronta questo tema affermando che il socialismo è impossibile nel modello di produzione industriale.  Per due ragioni:

 

-          Un dato di fatto: esso non è stato realizzato in nessun luogo.

-          Esso contraddice la razionalità economica il cui principio è il seguente: produrre il massimo risultato al costo più ridotto. Le esigenze del funzionamento di un apparato tecnico esigono che le decisioni siano concentrate in poche mani e non potranno mai essere affidate alla gente[29]))

 

In La Convivialità Illich aveva affermato che il sistema ha sufficienti risorse per affrontare crisi[30] settoriali anche abbastanza gravi, ma non per affrontare più crisi contemporanee[31]. Forse Illich aveva anticipato troppo questo momento, che sembra ora essere giunto (crisi economico-finanziaria, ecologica, energetica, alimentare, sociale…). Wallerstein in un interessante lavoro[32] definisce il concetto di “crisi sistemica”. Un sistema entra in crisi quando non ha più al suo interno gli strumenti per affrontare uno stato di difficoltà. Illich, voce fuori dal coro, ha compiuto forse unico una critica radicale indicando dei percorsi alternativi. Sempre il La Convivialità egli aveva così descritto il senso del suo lavoro:

Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iperindustriale, dobbiamo riconoscere l'esistenza di scale e limiti naturali. L'equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni; fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare. La macchina non ha soppresso la schiavitù umana, ma le ha dato una diversa configurazione. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione, e comincia la grande reclusione. Occorre individuare esattamente dove si trova, per ogni componente dell'equilibrio globale, questo limite critico. Sarà allora possibile articolare in modo nuovo la millenaria triade dell'uomo, dello strumento e della società. Chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.

 

Illich ci ha lasciato un patrimonio prezioso di concetti, di strumenti, di suggerimenti per lavorare a costruire una società post-industriale, di cui aveva profetizzato la ineluttabilità.

Egli era convinto che:

Le forze che tendono a porre limiti alla produzione sono già in opera all'interno del corpo sociale. Una ricerca pubblica e radicale può aiutare in maniera rilevante questi uomini e queste donne ad acquistare maggiore coesione e lucidità nella loro condanna d'uno sviluppo che essi giudicano pernicioso. Non c'è dubbio che le loro voci avranno una diversa risonanza quando la crisi della società superproduttiva si aggraverà. Essi non costituiscono un partito, ma sono i porta-parola di una maggioranza di cui ognuno potenzialmente fa parte. Più inattesa sarà la crisi, più improvvisamente i loro appelli all'austerità equilibrata e gioiosa potranno assumere il valore di un programma. Per essere in grado di controllare la situazione quando sarà il momento, queste minoranze debbono comprendere la natura profonda della crisi e saperla esporre in un linguaggio che tocchi il segno, spiegando chiaramente che cosa vogliono, che cosa possono e di che cosa non hanno bisogno. Sin d'ora, esse già possono identificare le cose a cui rinunciare. La riconquista della lingua quotidiana è il primo perno dell'inversione politica. Ne occorre un secondo.

Un ulteriore sviluppo non può che portare al disastro, ma questo presenta una doppia faccia. L'evento catastrofico può segnare la fine della civiltà politica o addirittura della specie «uomo»; ma può essere anche la Grande Crisi, cioè l'occasione di una scelta senza precedenti. Prevedibile e inattesa, la catastrofe sarà una crisis, nel senso proprio del termine, solo se, nel momento in cui essa colpisce, i prigionieri del progresso chiederanno di scappare dal paradiso industriale, se chiederanno che nel recinto della prigione dorata si apra una porta. Bisognerà allora saper dimostrare che la dissoluzione del miraggio industriale offre l'occasione per scegliere un modo di produzione conviviale ed efficace. La preparazione a questo compito è il cardine di una nuova pratica politica.

Saranno necessari gruppi capaci di analizzare coerentemente la catastrofe e di esprimerla con un linguaggio semplice. Essi dovranno saper patrocinare la causa di una società che si pone dei confini, e farlo in termini concreti, comprensibili da tutti, desiderabili in generale e immediatamente applicabili. Il sacrificio è lo scotto della scelta, prezzo inevitabile da pagare per ottenere quello che si vuole o, per lo meno, per liberarsi da ciò che è intollerabile. Ma non basta servirsi delle parole di tutti i giorni come buoni strumenti per mettere in luce il vero volto della realtà; bisognerà anche saper maneggiare uno strumento sociale che sia adatto a determinare il bene pubblico. (La Convivialità, ed RED pag 134 e segg) 



[1] Titolo del libro di Maurizio Di Giacomo pubblicato da Ancora Editrice, Milano 2006

[2] D. Cayley Conversazioni con Ivan Illich pag. 139

[3] Nel seminario a Lucca sei mesi dopo la morte così Samar Farage ricorda il “maestro”:”Illich descrisse la propria vita come un pellegrinaggio assieme ad amici. Riflettendo su ciò che avesse profonda importanza per lui egli lo espresse con la sua sorprendente semplicità: perseguire un sapere disciplinato ed impegnato assieme ad un gruppo di amici che si stimavano reciprocamente. E' meglio ascoltarlo nuovamente mentre descrive cosa io sono arrivata a credere fosse il problema centrale che guidava il suo lavoro. Egli si chiedeva : "Come io posso vivere in un mondo nel quale ero nato, il mondo in cui sperimento sempre più che io sono racchiuso in una specie di prigione? Come posso essere onesto con tutti quelli venuti prima di me?. Come posso mantenere uno spazio aperto quando mi trovo di fronte e nello sguardo dell' altro mentre l'altro si scopre di fronte e nel mio sguardo?"

Alla luce di questi interrogativi la sua critica della modernità e della tecnologia raggiunge una nuova coerenza e chiarezza : il dono e la sorpresa che é l' Altro può solo affacciarsi quando questo spazio è aperto. L' immediatezza, l'intimità e la libertà del mio incontro con l'altro è ostacolata ed anche resa impossibile da ciò che egli definì una volta come strumenti non-conviviali: per esempio dalle scuole che confezionano l' apprendimento e che selezionano la gente; dalle diagnosi che prevengono l'arte di curare e di soffrire; dalle professioni che assegnano i bisogni ai loro clienti; dagli schermi che separano te da me. Il problema di come essere onesti  di fronte ad uno che è di fronte a me è centrale perchè  le Etiche, in un mondo privo di ethnos, possono solo radicarsi nelle mie relazioni con qualcuno e non guidate da una non discussa sottomissione a leggi positive ed a norme astratte. (…) Ivan si sentì estraneo in un mondo dove sempre più le nostre sensazioni ed i nostri pensieri sugli altri e su noi stessi sono deliberatamente progettati e costruiti. Stranamente ciò non lo condusse ad estraniarsi dal mondo bensì a vivere in esso con coraggio e trasparenza. In questo deserto moderno la sua ricerca della verità - philosophia - era orientata da e nel servizio della - philia - l'amicizia.”

[4] Reperibile con altri documenti sul sito www.kanankil.it 

[5] D. Cayley, Conversazioni con Ivan Illich. Un profeta contro la modernità, Elèuthera, Milano, 1994.

[6] In altri testi questa corporeità viene ribadita, come nella lettera a per il 70mo compleano a Hellmut……, (pure reperibile nel sito citato) in cui egli prende atto della profonda mutazione nella sensibilità e nel pensiero della gente: “Noi, i vecchi, apparteniamo alla generazione dei pionieri di questo nonsenso. Siamo i sopravvissuti della generazione per colpa della quale lo Sviluppo, la Comunicazione ed i Servizi si sono convertiti in necessità universali. La disincarnazione alienante, la perdita dei significati che è perdita del significato del mondo e la impotenza programmata che abbiamo propagato sono abominazioni che superano in profondità e in spessore la massa di rifiuti che le nuove generazioni accumulano, dalle falde freatiche fino alla stratosfera.”

[7] Ecologia come approssimazione intellettuale alla natura (Conversazioni pag….)

[8] Vedi in Conversazioni pagg 23-25

[9] J.Robert nel corso di una intervista a Gustavo Esteva annota: <<Ivan Illich non è un intellettuale astratto che passa il suo tempo nelle università ma un uomo che trascorre più o meno la metà dell’anno nel villaggio contadino di Ocotepec e che sa guardare. Egli stesso dichiara che deve molte delle sue intuizioni de “El género vernaculo[9]ai suoi vicini e compari di Ocotepec.>>

[10] Joseph P. Fitzpatrick, S.J. Iván cómo lo conocimos en los años 1950. Traduzione di Jean Robert per la rivista Ixtus, reperibile sul web.

[11] I. Illich, Rovesciare le istituzioni, ed. Armando, Roma 1963. Titolo originale: Celebration of Awareness 1969

[12] J.P.Fitzpatrick, articolo citato: “Había captado inmediatamente que, si queríamos servir a los puertorriqueños, lo teníamos que hacer en un estilo espiritual y religioso que tuviera sentido para ellos, y eso sólo se podía hacer en el contexto de su cultura y de sus tradiciones. Veía el peligro de tratar de conformarlos con la imagen del catolicismo irlandés y alemán de Nueva York. Estableció una relación extraordinaria con el cardenal Francis Spellman y lo convirtió a su visión. Luego, en conversaciones conmigo y con los sacerdotes de la arquidiócesis, elaboró el estilo pastoral que tanto nos ayudó a responder a las aspiraciones espirituales de los que acababan de emigrar de la isla. Nos convenció de que, por muy importante que fuera ayudarlos a aprender inglés con fines de educación, de empleo o de actividad política, su práctica religiosa sólo podía tener sentido para ellos en su propio idioma. También insistía en la importancia de que nuestro ministerio les permitiera continuar sus prácticas religiosas tradicionales. Formó una generación de sacerdotes capaces de dar el salto entre la necesidad de dirigirse a anglófonos de nacimiento y, al mismo tiempo, de hablar a sus feligreses puertorriqueños en su propio idioma. Uno de sus logros fue la creación de El Cuartito de María, una de las más creativas respuestas a las demandas de los puertorriqueños. Rentó un departamento en un edificio ocupado por familias originarias de la isla. Con la ayuda de muchachas entusiastas, estableció allí un lugar comunitario informal en el que esas muchachas podían jugar con los niños y cuidarlos mientras sus madres hacían las compras, en donde éstas podían juntarse en conversaciones amistosas y en donde las jóvenes no hacían otra cosa que lo que hubieran hecho en su barrio en Puerto Rico: ser buenas vecinas. Si esta forma de respuesta creativa se hubiera multiplicado, la experiencia de la emigración habría sido mucho más fácil para los recién llegados. Es un ejemplo del liderazgo innovador de Illich. Retrospectivamente, reconozco en él la comprensión de que más que establecer agencias e instituciones para que las atiendan hay que ayudar a la gente a usar sus propias habilidades.

[13] Un altro concetto base è quello del monopolio radicale: “Con questo termine io intendo non il dominio di una marca ma la necessità industrialmente creata di servirsi di un tipo di prodotto. Si ha monopolio radicale quando un processo di produzione industriale esercita un controllo esclusivoi sul soddisfacimento di un bisogno pressante, escludendo ogni possibilità di ricorrere, a tal fine, ad attività non industriali.” “Si ha monopolio quando lo strumento programmato spossessa la capacità innata dell’individuo.” (La Convivialità pag.74- 75)

[14] Parlando di «convivialità» dello strumento mi rendo conto di dare un senso in parte nuovo al significato corrente della parola. Lo faccio perché ho bisogno di un termine tecnico per indicare lo strumento che sia scientificamente razionale e destinato all'uomo austeramente anarchico. L'uomo che trova la propria gioia nell'impiego dello strumento conviviale io lo chiamo austero. Egli conosce ciò che lo spagnolo chiama la convivencialidad, vive in quella che il tedesco definisce Mitmenschlichkeit. L'austerità non significa infatti isolamento o chiusura in se stessi. Per Aristotele come per Tommaso d'Aquino, è il fondamento dell'amicizia. Trattando del gioco ordinato e creatore, Tommaso definisce l'austerità[14][2] come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali. L'austerità fa parte di una virtù più fragile, che la supera e la include, ed è la gioia, l'eutrapelia, l'amicizia.

[15] Vedi nota 5

[16]Io non mi aspetto nulla dalla tecnologia, tuttavia credo nella bellezza, nella creatività, nella sorprendente inventiva delle persone, e continuo a sperare in loro.” “Sempre maggiore è diventato il mio interesse nell’analizzare non quello che gli strumenti fanno ma quello che dicono a una società e perchè la società accetta quello che dicono come certezze (…) Viviamo in una società dove l’effetto più importante prodotto dai nostri principali sistemi strumentali è di dare forma alla nostra visione della realtà e generare in noi un insieme di certezze.

[17] Conversazioni pag 71

[18] Vedi La Convivialità cap III

[19] I 5 modi in cui la popolazione del pianeta è minacciata dallo sviluppo industriale avanzato:

- la supercrescita minaccia il diritto dell’uomo a conservare le sue radici nell’ambiente col quale si è evoluto

- l’industrializzazione minaccia il diritto dell’uomo all’autonomia nell’azione

- la superprogrammazione dell’uomo in funzione del nuovo ambiente minaccia la sua intenzionalità

- la centralizzazione dei processi di produzione minaccia il suo diritto alla parola, cioè alla politica

- il rafforzamento dei meccanismo di usura (obsolescenza) minaccia il diritto dell’uomo alla propria tradizione, il suo ricorso al precedente attraverso il linguaggio, il mito, il rituale e,anzi tutto, il Diritto (La Convivialità pag 69)

[20] In questo discorso Truman disse: <Le nostre risorse in conoscenze tecniche, che fisicamente non pesano nulla, crescono continuamente e sono inesauribili. Dobbiamo compiere uno sforzo mondiale per garantire la pace e la libertà […] Il vecchio imperialismo – lo sfruttamento al servizio del guadagno di esterni – non ha nulla a che vedere con le nostre intenzioni. Ciò che proponiamo è un programma di sviluppo basato sull’ idea di un negoziato giusto e democratico.”

[21] In uno dei necrologi fu scritto che egli possedeva uno “sguardo laser” capace di anticipare gli effetti lontani di certe scelte politiche ed economiche, tanto che il primo ministro francese Pompidou lo volle spesso presente alle riunioni ministeriali destinate a decisioni importanti, come pure fecero altri governi, in particolare di paesi “periferici.

[22] Ultimo capitolo del libro Rovesciare le istituzioni o primo del libro Nello specchio del passato. Le radici storiche delle moderne ovvietà: pace, economia, sviluppo, linguaggio, salute, educazione, Boroli, Milano 2006.

[23] Vedi a conferma di tutto ciò il bel libro di G.Rist Sviluppo, storia di una credenza occidentale, Bollati e Boringhieri

[24] Riedito da Boroli,, Milano, nel 2005.

[25]Questa nuova povertà generatrice d’impotenza non va confusa con il divario fra i consumi dei ricchi e dei poveri, sempre maggiore in un mondo in cui i bisogni fondamentali sono sempre più determinati da prodotti industriali. Tale divario è la forma che la povertà tradizionale assume in una società industriale, e che i termini tradizionali della lotta di classe adeguatamente mettono in luce e riducono.” (p.14)

[26] Illich introduce un altro aspetto facente parte della “povertà modernizzata”, quello della “povertà industrializzata”: “Distinguo altresì la povertà di tipo moderno dai prezzi gravosi imposti dalle ‘esternalità’, che gli accresciuti livelli di produzione rigettano nell’ambiente. E’ chiaro che questi tipi di inquinamento, di tensione e di carichi fiscali sono ripartiti in maniera ineguale, e che in maniera altrettanto ineguale sono distribuite le difese da tali depredazioni. Ma, come i nuovi divari in fatto di accesso, anche queste iniquità dei costi sociali sono aspetti della povertà industrializzata per i quali è possibile trovare indicatori economici e verifiche oggettive. Non è così invece per l’impotenza industrializzata che colpisce indifferentemente i ricchi e i poveri. Dove regna questo tipo di povertà, è impedito o criminalizzato qualsiasi m,odo di vivere che non dipenda da un consumo di merci. Fare a meno di consumare diventa impossibile non soltanto per il consumatore ma anche per il povero.” (p.14)

[27] Da Professioni disabilitanti in Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti (Erickson 2008) (pag. 26): <<L’ Era delle Professioni sarà ricordata come l’ epoca nella quale dei politici un po’ rimbambiti, in nome degli elettori, guidati da professori, affidavano ai tecnocrati il potere di legiferare sui bisogni; rinunciavano di fatto al potere di decidere in merito alle esigenze della gente diventando succubi delle oligarchie monopolistiche che imponevano gli strumenti con i quali tali esigenze dovevano essere soddisfatte. Sarà ricordata come l’ Era della Scolarizzazione, in cui alle persone per un terzo della loro vita venivano imposti i bisogni di apprendimento ed erano addestrate ad accumulare ulteriori bisogni, cosicché, per gli altri due terzi della loro vita, diventavano clienti di prestigiosi pusher che forgiavano le loro abitudini. Sarà ricordata come l’ era nella quale dedicarsi a viaggi ricreativi significava andare in giro intruppati a guardare altra gente con l’ aria imbambolata, e fare l’ amore significava adattarsi ai ruoli sessuali indicati da sessuologi come Masters e Johnson e i loro allievi; l’ epoca in cui le opinioni delle persone erano una replica dell’ ultimo talk-show televisivo serale e alle elezioni il loro voto serviva a premiare imbonitori e venditori perché potessero fare meglio i comodi propri.>>

[28] Illich doveva constatare come alla controproduttività degli strumenti si aggiungesse prima il potere degli “esperti”, ulteriore strumento di espropriazione dell’autonomia e della capacità decisionale delle persone. Ma il peggio doveva ancora venire, perché di fronte agli strumenti ed agli esperti è sempre possibile un rifiuto individuale. Non così di fronte alla sopraggiunta società dei sistemi. Nelle citate Conversazioni egli dice all’intrervistatore (1992):

<<…negli ultimi vent’anni le cose sono profondamente cambiate. Non si può parlare dei sistemi come di strumenti perché l’operatore è sempre parte del sistema.>>

Nell’ epoca dei sistemi <<invece la situazione è ben diversa: l'uomo perde la sua capacità di autodeter­minazione e diviene un consumatore passivo, con­dizionato nei suoi giudizi e valori da organizzazioni manipolatrici; resta così vittima sia dell'eccedere dei bisogni, a causa di un sistema industriale che cerca la crescita indiscri­minata dei suoi prodotti, sia della complessità delle istituzioni che si occupano della produzione, ma che finiscono per accentuare la dipendenza dell'uomo ordinario dallo specialista.>>

 

[29] In La società conviviale Illich aveva scritto: “Impegnarsi ad accelerare il ribaltamento del sistema di produzione attuale è impossibile per chi non riconosca che questa inversione è il prezzo minore, l’unico modo per sopravvivere

[30] <<Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà.[30] Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte….(completare)

[31] Da Conversazioni: “Il mondo si trova in uno stato di . A questa parola, così usata e abusata, si possono dare vari significati. Crisi,secondo Uve Pörksen, citato da Illich, è una “parola ameba”, cioè senza significato proprio definito, che viene “riciclata” in contesti e significati diversi. Per lo più si intende una fase di squilibrio di un sistema e spesso si associa a questa parola l’idea di “imprevedibilità” di questo squilibrio. Illich si sofferma a parlare di crisi in due momenti diversi dei suoi scritti dando alla parola un significato preciso, in situazione.”

[32] I.Wallerstein, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, Trieste 2006

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