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PROCESSO DI PACE IN COLOMBIA

SERVIZIO DI VALENTINA VALLE BAROZ DALLA COLOMBIA - 17 giugno 2017

Resguardo indigeno di Tóez, Nord del Cauca, 17 giugno 2017. Secondo giorno dl Congresso dell’Associazione di Cabildos Indigeni del Nord del Cauca (ACIN), uno scenario centrale gigante e gremito di gente, un via vai costante, le cucine delle comunità che sembrano formicai, artigianato locale, collane, borse, rosari, orecchini, mochilas tessute a mano. E poi caffè, prodotti a base di coca, buñuelos, arepas, persino uno stand che vende birra. Don Mario e don Alvaro sono due signori sulla cinquantina, stanno seduti sotto al gazebo di una cooperativa di succhi di frutta, a bere aguardiente da una fiaschetta fatta con una zucca secca. M’invitano a condividere quella letale grappa all’anice e iniziano a raccontare le storie del terrore che si portano appresso, come campesinos mestizos base delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) quali sono. Più tardi un’amica mi chiede ‘cosa mi raccontavano di bello i miliziani’. Niente, le dico, di bello proprio niente.

Politici e stampa ufficiale parlano degli Accordi firmati tra governo e FARC nel novembre dell’anno passato come di un incredibile un successo, il frutto di una di quelle strategie win-win che tanto piacciono alle Nazioni Unite e alle sue agenzie finanziatrici. Nella realtà della Colombia rurale, però, risulta che con questi accordi non tutti hanno vinto, e che tra i militanti di quella che è stata la guerriglia più longeva del Sudamerica non tutti approvano la decisione di abbandonare le armi, e che il ritiro ufficiale della guerriglia apre adesso uno scenario totalmente incerto, dove l’unica sicurezza è che la guerra per il territorio non è per nulla finita.

Nelle comunità si dice che i combattenti che si sono consegnati erano di per sé nomi già noti. Il 13 di giugno, in uno speciale televisivo dedicato al secondo incontro tra FARC e ONU per la consegna delle armi, la giornalista colombiana Marisol Gómez l’ha confermato, spiegando che il “processo di pace” è iniziato con la redazione da parte dell’ONU di un registro dei “guerriglieri pentiti” che il governo ha poi avallato in quanto corrispondente a quello già redatto dall’intelligence.

Nelle comunità però, si dice anche che molti miliziani sono rimasti nel territorio, alcuni ideologicamente delusi dalla firma, altri molto meno ideologicamente determinati a non perdere il potere ottenuto in questi ultimi anni. Pare che molti abbiano “cambiato fascia”, aderendo all’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), e che altri siano rimasti sparpagliati sulle montagne e organizzati in gruppi tuttora armati ma privi di una struttura che possa dar coesione al movimento. Questi ultimi sarebbero quelli che a volte si confrontano e a volte si accordano con narcotrafficanti e paramilitari, con l’obiettivo di spartirsi le zone d’influenza, soprattutto per la coltivazione di marihuana e coca.

Don Pedro e don Alvaro, che non erano combattenti delle FARC ma loro base di appoggio, raccontano di dedicarsi già da anni alla semina degli illeciti ma di continuare a sognare di aprire, un giorno, una struttura eco turistica. Adesso sono preoccupati perché con l’arrivo dei nuovi attori post-conflitto vedono quel giorno ancora più lontano. Si riferiscono tanto alle multinazionali dell’agribusiness, come alle imprese minerarie, nonchè alle varie associazioni di difesa dei diritti umani e ricostruzione e mantenimento della pace che, avendo ora libero accesso al territorio, cercheranno di disporre a loro convenienza delle risorse naturali e umane. Perché i popoli indigeni, tanto nasa quanto di altre latitudini, sono un affare di per sé, con tutta la “macchina dello sviluppo” che le loro infinite esigenze sono in grado di mettere in moto. Infinite esigenze generate da un altrettanto infinito saccheggio.

Progetti, accompagnamenti, aiuti, investimenti “umanitari” finalizzati a mantenere la dipendenza delle comunità invece che stimolarne la reale autonomia e che, nel frattempo, stipendiano migliaia di “professionisti” il cui reddito supera spesso le entrate dell’intera comunità in cui lavorano. Durante il primo giorno del Congresso dell’ACIN, una giovane italiana integrante della missione ONU per il disarmo in Colombia non ha smesso un minuto di stringere mani, appuntare nomi, prendere accordi. Cosa significa la sua presenza a questo Congresso, dove la dirigenza indigena nasa, ormai cooptata, sta cercando il riconoscimento del suo potere politico? Nessuno risponde a questa domanda, molto meno lei, che gentilmente nega un’intervista e scompare. Il fatto che esista un piano di sfruttamento a grande scala delle zone che finora il conflitto rendeva inaccessibili non è un segreto per nessuno, e tutti gli organi governativi colombiani e internazionali coinvolti nell’ingranaggio di questo disarmo saranno per lo meno complici, quando non direttamente responsabili.

Attivisti come Manuel Rozental e Vilma Almendra lo denunciano da anni, dentro e fuori il paese, come denunciano la cooptazione della dirigenza indigena da parte della burocrazia dirittoumanista, oenegera e governativa. E il fatto che loro lo dicano a voce alta, non significa che non esistano molte altre voci che magari lo sussurrano appena, ma non per questo sono meno consapevoli. I contadini del Nord del Cauca, indigeni e non, sono perfettamente consci del valore della loro terra e della cupidigia di chi pretende usurparla. Oro, argento, ferro, ettari su ettari di legname da vendere e pascoli da brucare, più una considerevole quantità d’acqua, il bottino del Cauca è di un valore inestimabile.

“Proiettili per voti”, titola la rivista colombiana Semana nell’uscita del 18-25 giugno. In uno speciale di dieci pagine, in cui si specula sul progetto politico delle FARC e sulle loro scelte in materia di comunicazione e orientamento ideologico, si trova quel che resta di una resistenza di cinquantatré anni, ridotta a una battaglia per dieci sedili al congresso. E mentre questo accade, nelle comunità di base di quello che era un Esercito del Popolo, polizia e paramilitari uccidono non solo leader sociali e difensori dei diritti umani ma anche ex miliziani e loro familiari. Secondo il rapporto dell’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace, INDEPAZ per la sua sigla in spagnolo, solo dal gennaio al 18 maggio del 2017 si contano 51 leader e/o difensori dei diritti umani assassinati e 9 persone vincolate alle FARC, 2 militanti e 7 familiari.

Un articolo di Telesur, denuncia che dal 1 di gennaio del 2016 all’1 di marzo del 2017 sono stati 156 i leader sociali assassinati nei dipartimenti di Antioquia, Arauca, Atlántico, Bolívar, Caldas, Caquetá, Casanare, Cauca, Cesar, Córdoba, Cundinamarca, Chocó, Huila, La Guajira, Magdalena, Meta, Nariño, Norte de Santander, Putumayo, Risaralda, Santander, Tolima y Valle del Cauca. I dati sono della Defensoría del Pueblo, l’organo governativo creato con la Costituzione colombiana del 1991 e incaricato di vigilare sulla promozione, esercizio e divulgazione dei diritti umani nel paese. Il difensore, Carlos Alfonso Negret Mosquera, sostiene che una delle principali cause del fenomeno è la volontà di gruppi armati illegali di impossessarsi del territorio da cui si sono ritirate le FARC dopo la firma degli accordi. E quelli legali invece?

Che i paramilitari siano tornati –se si può dire che se ne fossero mai andati- più agguerriti di prima, è assolutamente vero, più interviste lo confermano. La repressione governativa è però ugualmente responsabile di una violenza di Stato diretta, la cui ultima vittima in territorio nasa è stato Daniel Felipe Castro, comunero di sedici anni, ucciso il 9 maggio a Corinto dalla polizia nazionale, mentre stava letteralmente liberando la Madre Terra.

Il caso del giovane Daniel è l’estrema conseguenza di una repressione statale finalizzata a proteggere gli interessi degli impresari agricoli legati alle piantagioni di monocolture, come quelle di canna da zucchero di Corinto e della finca La Emperatriz, attualmente in processo di liberazione.

Don Sebastián, indigeno del resguardo di Huellas, municipio di Caloto, racconta di quest’esperienza di occupazione diretta della terra, interrotta il 16 dicembre del 1991 con il massacro dell’hacienda del Nilo, e ripresa il 5 di settembre del 2005. Da allora il processo ha subito variazioni d’intensità ma non si è mai più fermato, rafforzandosi ulteriormente a partire dal 2014. I suoi esecutori si presentano ora al Congresso dell’ACIN per rivendicarne la legittimità e opporsi alla possibilità che la Liberazione divenga solo un altro progetto ufficiale, sommandosi alla già lunga lista di promesse incompiute.

[Dopo il massacro del Nilo] si firmò un accordo con il governo per la consegna di 15 mila 663 ettari nel Nord del Cauca, come riparazione integrale per il popolo nasa. Sono passati quattordici anni e il governo non ha mantenuto la parola. (…) Il governo, le istituzioni, hanno sempre mentito alle comunità mentre il movimento indigena si è caratterizzato per reclamare i suoi diritti sempre per la via di fatto, sulla panamericana, nelle mobilitazioni, nell’occupazione di fincas… Per questo le comunità hanno deciso di entrare nuovamente nella finca La Emperatriz, perché questa pratica, che si è implementata al tempo di Uribe, è una di quelle che colpisce di più gli impresari, e dritto dove più gli duole.

La determinazione e lucidità dei liberatori e le liberatrici sono la risposta al perché disturba tanto questo processo, considerando anche il valore storico di questa finca che “è bagnata del sangue dei venti fratelli che morirono nell’hacienda del Nilo nel 1991, quando La Emperatriz apparteneva a narcotrafficanti che, in coordinazione con paramilitari e polizia di Santander, pianificarono proprio qui il massacro”.

Rivendicazione territoriale e pretesa di giustizia fanno del processo di Liberazione della Madre Terra en La Emperatriz un obiettivo tanto per la repressione militare come per il processo di disattivazione civile della lotta, basato sullo svuotamento ideologico e il finanziamento politico. Secondo don Sebastián, il movimento indigeno deve sì vincolarsi con altri settori in resistenza, i maestri, i sindacati, gli afro, i piccoli agricoltori meticci, ma deve anche mantenere la sua identità originaria e “tornare alla piattaforma di lotta del CRIC (Consiglio Regionale dle Nord del Cauca), quando l’azione diretta era il primo e il meno negoziabile dei punti in agenda”.

La presunta pace che sarebbe stata firmata tra le FARC e il governo colombiano è l’ennesima manifestazione di uno slittamento ideologico dal piano della lotta, in questo caso armata ma in molti altri casi pacifica, a un piano politico ed economico, sempre corrompibile e quasi sempre corrotto. Diritti umani, cooperazione allo sviluppo, campagne governative in difesa della madre terra sono i nuovi volti di una “rivoluzione passiva” che non ha smesso di prosperare dai tempi di Gramsci, mentre le proposte di riorganizzazione concreta continuano a essere ostacolate, represse e tacciate d’illegalità, tanto a destra come a sinistra. In un paradigma di lotta che è ancora occidentale, patriarcale e paternalista, ossessionato dalla ricerca oenegera di “politiche alternative”, esperienze come la Jineolojî proposta dal popolo curdo, il Consiglio Indigeno di Governo messicano e la Liberazione della Madre Terra del Nord del Cauca sono invece esempi di “alternative politiche”, che non svuotano ma riempiono di contenuto i progetti sociali.

A lato del recupero delle terre pianeggianti per le coltivazioni produttive, i nasa propongono infatti la conservazione delle terre alte, del patrimonio biogenetico della montagna e delle riserve d’acqua. Recuperare La Emperatriz e altre fincas significa salvaguardare i boschi e produrre al tempo stesso alimenti genuini non solo per il consumo nelle comunità ma anche per città più grandi, come Santander de Quilichao o Cali.

Come la proposta che il Congresso Nazionale Indigeno rivolge a tutti i messicani, o la “terza via” che i curdi presentano al Medio Oriente, anche la Liberazione nasa in Colombia non è un processo esclusivo ma inclusivo, un’offerta proveniente da chi ancora possiede immaginazione politica, che da un lato implica la decostruzione di un paradigma coloniale per molti ancora comodo e dall’altro, presenta infinite possibilità di ricostruzione. Basta avere la sensibilità per riconoscerle e volontà di viverle.

I liberatori e liberatrici della Madre Terra stanno organizzando un incontro internazionale nel municipio di Corinto, Colombia, dal 3 al 6 del prossimo agosto. “L’incontro parte dalla convinzione che quello che sta succedendo qui sta succedendo in ogni angolo di mondo e che ci siano persone che come noi stanno combattendo la stessa lotta”, affermano e invitano chi voglia e possa viaggiare fino al Nord del Cauca a prendere parte a quest’evento collettivo di riflessione-azione.

Nella pagina web della Liberazione si trova la descrizione completa dell’iniziativa  e altre notizie relative al processo, mentre per appoggiare economicamente l’organizzazione dell’evento è stata aperta una piattaforma di raccolta fondi sul sito Le Pot Commun.

 

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