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RIFLETTENDO SUL VENEZUELA - A.Z.

RIFLETTENDO SUL VENEZUELA

 

di Aldo Zanchetta

<<In Venezuela si sono prodotti cambiamenti molto importanti in questi ultimi anni. In mezzo alla marea neoliberista che sconvolge il mondo, quando la parola “socialismo” era uscita di circolazione, il processo politico che il paese caraibico iniziò a vivere fu una fonte di speranza. Buona parte, per non dire la totalità della sinistra mondiale guardò al Venezuela come una luce nella tenebra, una porta che si apriva. Il preconizzato “Socialismo del XXI° secolo” lasciava intravedere che la storia non era conclusa. Oggi, morto ormai il principale artefice di questo processo, Hugo Chávez, il processo bolivariano si trova di fronte ad un crocevia. Non è retrocesso fino al suo rovesciamento, ma neppure è avanzato come processo rivoluzionario trasformatore. Analizzarlo può essere estremamente importante per coloro che continuano a credere che “un altro mondo è possibile”, un altro mondo non retto dalla logica del capitale, del mercato, della guerra…>>[1]

Non sono un esperto di Venezuela né un analista politico ma solo una persona che da più di 30 anni guarda all’America Latina come luogo di interessanti sperimentazioni politiche volte a costruire alternative al sistema capitalista. Lo sguardo nel tempo si è affinato, liberandosi da vecchi paradigmi, pericolose illusioni e luoghi comuni. L’ascesa al governo di Chávez in Venezuela mi aveva suscitato speranze. Sono stato fra i primissimi in Italia a scrivere in suo favore mentre nell’arco della sinistra sia partitica che movimentista si arricciava il naso di fronte a questo ennesimo militare sceso in politica, e con in più con precedenti golpisti. Me lo avevano suggerito alcuni pochi scritti su di lui provenienti dal movimento dei Sem Terra, che seguivo con attenzione. Ero stato in Venezuela un paio di volte  precedentemente per ragioni di lavoro ed ero rimasto impressionato, anche per esperienza diretta, della corruzione nelle strutture pubbliche e della  violenza nelle strade, e mi sembrava impossibile che una luce importante venisse da questo paese. Ma i fatti sembravano smentirmi. Due viaggi, questi non più di lavoro ma mirati a una verifica personale, mi riempirono di speranza. Ho avuto (ed ho) una ammirazione e anche affetto per quest’uomo, Chávez, che a mio giudizio ha tentato uno degli esperimenti più seri in America Latina per costruire un paese diverso e più giusto. Questo non mi ha impedito di interrogarmi sull’accentramento del potere nelle mani di una sola persona e ciò grazie al carisma, certo straordinario, che possedeva. Il tempo mi doveva far ricredere sulla giustezza di percorso del suo “progetto bolivariano”. I cambiamenti veri implicano quanto meno, o forse principalmente, un parallelo percorso dal basso verso l’alto e non viceversa, come è accaduto in Venezuela, e anche negli altri paesi “progressisti” di inizio secolo: Brasile, Bolivia, Ecuador …  Ma molte cose dello “chavismo”, soprattutto nei primi anni, sono state pregevoli e hanno mobilitato milioni di persone che nei programmi di Chávez avevano creduto e in molti continuano a credere. Oggi i suoi avversari interni e esterni vogliono vanificarle, come già tentarono al suo decollo come Presidente. Non sarà facile che le dimentichino e qualcosa rinascerà.

Dov’è che Chávez ha sbagliato? E’ importante capirlo, come ci ricorda Colussi, per non ripetere gli errori. Anch’io mi interrogo e provo a dare le mie risposte, senza pretendere di avere capito tutto. Ma mi è difficile scriverne tanto da avere iniziato a farlo almeno una decina di volte finendo poi col cestinare quanto scritto ritenendolo inadeguato a esprimere correttamente la complessità della situazione. E nelle note infine scritte, non c’è il dono della brevità.

Aldo Zanchetta

AVVERTENZA

Quanto segue è un mio documento di lavoro per trovare la “mia” verità. Dovendo sospendere per una quindicina di giorni e non volendo rimandare ulteriormente il numero del Mininotiziario America Latina dal basso, comunque sia lo “licenzio” in giornata, anche se limitato al periodo fino al 2013, ripromettendomi di riprenderlo, correggerlo e completarlo per quanto riguarda il periodo post-Chávez, forse il più difficile da decifrare perché in corso. Ieri ho visto sul blog di Antonio Moscato un’interessante analisi di due studiosi cileni, Giorgio Boccardo e Sebastián Caviedes dal titolo Ascesa e declino del chavismo che ho potuto per ora solo leggere velocemente ma che nelle sue linee principali mi sembra concordare col mio, che però ha una struttura diversa, per certi versi frammentata e con più insistenza su fatti specifici, nell’intento di coinvolgere lettori meno al corrente dei fatti. Anch’essi cominciano scrivendo: <<Fa male scrivere sul Venezuela. In parte significa, infatti, dar conto del dramma di un popolo che cominciava per la prima volta a partecipare alla redistribuzione delle proprie risorse. Ma vuole anche dire affrontare il declino di un processo politico che ha costituito un punto di riferimento per la sinistra latinoamericana negli ultimi decenni.>> “Fa involgere lettori meno al corrente dei fatti. Un “fa male” che condivido.

PREMESSA

Un’osservazione preliminare sull’informazione che circola sul Venezuela, dai grandi media al web. I primi sono schierati su posizioni anti-chaviste “a prescindere”, e questo fin dalla prima vittoria elettorale di Chávez nel 1999, e questo con un’uniformità acritica da far dubitare che rispondano ad una centrale di informazione gestita in funzione di precisi interessi[2]. Il web da parte sua è pieno di articoli di “esperti” sul Venezuela fra i quali è difficile distinguere quelli seri da quelli improvvisati e/o di parte[3]. Ed anche chi scrive oggi in favore del governo Maduro, con ovviamente molto meno “potenza di fuoco” dei media padronali, lo fa troppo spesso con un filtro ideologico  sviante. Poche, per quanto a mia conoscenza, le analisi sufficientemente attendibili.

Un dato  certo, al di là di quanto scriverò dopo sul “processo bolivariano”: i suoi avversari interni di oggi sono in parte gli stessi che organizzarono il colpo di Stato all’inizio della presidenza legittima di Chávez. Essi reclamano democrazia ma non ne hanno i titoli. Dietro di loro c’è oggi come ieri il grande paese con la bandiera a stelle strisce e 50 stelle, che ha nel suo “medagliere” storico centinaia di aggressioni a paesi stranieri ed oggi (dati del 2015) conta la presenza  di “missioni” militari (leggasi Forze di Operazioni  Speciali) in 147 delle 195 nazioni esistenti nel mondo[4]. E al di là di quella che è l’analisi critica di ciò che avviene internamente al paese esposta nelle pagine che seguono, la bellicosa ingerenza statunitense nei fatti venezuelani è da condannare, come si usa dire, “senza se e senza ma” da parte di un qualunque serio democratico.

A MO’ DI PRO-MEMORIA UNO SGUARDO AL RETROVISORE

Credo che non sia possibile parlare del Venezuela di oggi senza ricordare qualcosa di quello di ieri per cui ricorderò sinteticamente alcuni fatti significativi. Alcune persone che mai si sono occupate di questo paese oggi si interrogano sollecitati dalla martellante campagna dei media.

Poco oltre mezzo secolo fa (1958) ebbe fine la dura dittatura di M. Pérez Jiménez, costretto all’esilio esilio da grandi manifestazioni popolari di protesta. Dopo i primi mesi convulsi i rappresentanti dei principali partiti politici dell’epoca[5], riuniti nel dicembre dello stesso anno nella villa Punto Fijo di uno di loro, Rafael Caldera, per timore di un nuovo golpe militare e per creare una accettabile stabilità democratica firmarono un patto, ratificato anche dalla Chiesa e dai magnati dell’industria, che prese nome appunto di Patto del Punto Fijo. In esso si stabilivano alcuni accordi: il rispetto dei risultati elettorali, un programma di governo minimo concordato, la rappresentanza nel governo dei partiti firmatari del patto proporzionata ai rispettivi risultati elettorali, nonché di alcuni membri della società civile.

Il Patto funzionò durante la prima presidenza di Romolo Betancourt[6] (1959-1964) per poi deteriorarsi lentamente fino alla sua rottura di fatto, mentre clientelismo e corruzione ricreavano una situazione sociale di forte tensione -anche per le dure politiche imposte al paese dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale[7]- che nel febbraio 1989 culminò nel cosiddetto caracazo allorché il presidente Carlos Andrés Pérez, su “suggerimento” del FMI, decretò l’aumento del 50% del prezzo dei trasporti pubblici: fu la scintilla che diede fuoco alle polveri. La reazione popolare non organizzata fu immediata e violentissima: per due giorni e una notte migliaia di dimostranti, discesi dai cerros (le colline che circondano Caracas, ricoperte di baraccopoli) saccheggiarono i supermercati della capitale distruggendo e incendiando, finché il governo, il secondo giorno, non ricorse all’esercito che, assieme alla Guardia Nazionale, compì una strage la cui reale entità non è mai stata accertata: 300 morti secondo le fonti ufficiali ma altre attendibili parlarono di non meno di 7.000. Una repressione di questa entità (vedi foto) aprì una ferita che è ancora aperta oggi nella memoria della popolazione dei cerros dove, come vedremo, i suoi effetti sono presenti ancora oggi. La notizia non ebbe grande risonanza a livello internazionale in un momento in cui si voleva incrementare l’investimento estero nel paese come in tutta l’America latina “pacificata” dopo il periodo delle dittature militari[8]. Del fatto si è tornati a parlare anni dopo, con l’ascesa di Chávez alla presidenza, che da questo evento era stato fortemente segnato.[9]

HUGO CHÁVEZ FRIAS. QUALCHE CENNO BIOGRAFICO

In realtà citerò solo alcuni fatti salienti della biografia di Chávez precedenti alla sua ascesa alla presidenza del Paese, invitando a leggere, fra le varie biografie, quella breve e a mio giudizio ben fatta, di Roberto Massari, Hugo Chávez da Bolivar a Porto Alegre[10] al quale in seguito farò altri riferimenti. Essa riguarda gli anni della sua giovinezza, della sua formazione militare, del suo fallito colpo di stato e i primi anni della presidenza, fino al 2005.

Nei giorni del caracazo il tenente-colonnello Chávez avrebbe dovuto prestare servizio al palazzo presidenziale di Miraflores ma una rosolia, che egli più tardi definirà provvidenziale, lo tenne lontano dal servizio attivo in quei due giorni terribili. In realtà a quell’epoca egli già fortemente convinto della necessità di un deciso mutamento della realtà sociale del paese grazie anche a una ascendenza familiare “progressista”. L’immagine che si cerca oggi di accreditarne, quella di convenzionale militare golpista o di un generoso ma sprovveduto utopista, è ben lungi da quella reale che gli va invece riconosciuta. Del resto accanto a feroci dittatori quali i generali brasiliani o argentini delle rispettive dittature degli anni 60/80 o il cileno Pinochet, si sono avuti alcuni casi di natura contraria quali Velasco Alvarado in Perù, J. José Torres in Bolivia, Omar Torrijos a Panama.

 

Immagini del caracazo

Il piano per un colpo di stato maturava già nella mente di Chávez e di altri quadri intermedi dell’esercito che avevano in lui il loro riferimento e che si erano ampliati numericamente per il malessere causato dal ruolo fatto giocare ai militari nel caracazo. Così, dopo meticolosa preparazione, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1992 Chávez partì col suo battaglione dalla base di Maracay verso Caracas mentre altri reparti dell’esercito si sollevavano in altre parti del paese.[11] Obiettivo centrale del piano era la cattura del presidente Pérez che in quelle ore rientrava all’aeroporto di Maquetia da un viaggio all’estero. Qualcosa però era filtrato ai servizi di sicurezza e l’aeroporto era stato blindato. Gli insorti riuscirono a occupare alcuni degli obiettivi nella capitale ma la mancata cattura del Presidente e la sua pronta denuncia in televisione del golpe in corso rendeva questo ormai irrealizzabile. Così Chávez, per evitare un ulteriore spargimento di sangue[12], chiese ed ottenne di parlare in televisione per invitare le altre forze insorte di arrendersi. Così il paese poté conoscere per televisione il “golpista” Chávez, che abilmente disse, rivolto agli altri golpisti: “Compagni: purtroppo per il momento, gli obiettivi che ci eravamo prefissi non sono stati raggiunti nella capitale. Ciò significa che quelli di noi che stanno qui a Caracas non sono riusciti a prendere il potere. Dove vi trovate, avete agito bene, ma ora è il momento di ripensare: nuove possibilità sorgeranno ancora e il paese sarà in grado di muoversi definitivamente verso un futuro migliore>>.[13]

Il comunicato fu breve ma abile e restò impresso nella mente di quella parte povera di popolazione che più soffriva la situazione.[14] Durante i 24 mesi di blanda prigionia terminata con l’amnistia al migliaio di militari arrestati, Chávez poté intrattenere intensi contatti con l’esterno e approfondire i propri progetti allacciando relazione anche con ambienti civili dissidenti.

Mi sono intrattenuto un po’ a lungo su questo episodio del golpe perché da qui inizia l’ascesa della stella politica di Chávez che, presentatosi alle elezioni presidenziali del dicembre 1998 come candidato di una coalizione composita di movimenti politici (fra i quali il MVR, Movimento V Repubblica da lui creato), ottenne un sorprendente 56,20% di suffragi.[15] Non entro nell’esame di questi anni fra il golpe e la vittoria elettorale perché inessenziale allo scopo di queste note anche se prezioso per conoscere l’iter intellettuale di Chávez e per il quale rinviamo gli eventuali interessati al testo di Massari che significativamente intitola il capitolo 4 “La prigione feconda” e il cap.5 “Al potere per via elettorale” dove illustra l’intensa attività politica del futuro presidente nel frastagliato campo dei movimenti politici e sociali della sinistra.

MR. PETROLIO, PERSONAGGIO DALLA DOPPIA FACCIA

Parlare di Venezuela implica parlare di un altro personaggio, ancor più importante e radicato da tempo nel paese: Mr. Petrolio. Lo facciamo appropriandoci di un brano del giornalista e ricercatore sociale uruguaiano Raúl Zibechi:

<<Arturo Uslar Pietri, uno dei più prestigiosi intellettuali latinoamericani, pubblicò nel lontano 1936 un articolo giornalistico che ha fatto storia, era intitolato “Seminare il petrolio”. Segnalava due fatti: che l’industria petrolifera avrebbe un carattere effimero e perfino distruttivo. Sul primo aspetto pare che abbia sbagliato, sul secondo ha indovinato come pochi. Certamente, lo sfruttamento del petrolio si estende per oltre un secolo e il Venezuela ha superato l’Arabia Saudita in quanto maggior riserva di idrocarburi del mondo. C’è petrolio per ancora molto tempo. Uslar pensava però che l’economia estrattiva distruggesse un paese. “L’economia distruttiva è quella che sacrifica il futuro per il presente”, perché la sua produttività “dipende completamente da fattori e volontà estranei all’economia nazionale”. Uslar Pietri sostenne che lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo avrebbe potuto “arrivare a fare del Venezuela un paese improduttivo e inoperoso, un immenso parassita del petrolio, che nuota in una abbondanza temporanea e corruttrice destinata a sfociare in un’imminente e inevitabile catastrofe”. Il solo modo di evitare questa deriva catastrofica sarebbe stato promuovere l’agricoltura e l’industria, vale a dire il lavoro produttivo. Il petrolio è una miniera, e le miniere non producono, si sfruttano; sono ricchezza, non economia. Un’affermazione sulla stessa lunghezza d’onda di quella di Juan Pablo Pérez Alfonzo, ministro di Rómulo Bentancourt, che definì il petrolio come un “escremento del diavolo”.

Uslar Pietri scrisse che “l’unica politica economica saggia e salvatrice che dobbiamo realizzare, è quella di trasformare la rendita mineraria in credito agricolo, promuovere l’agricoltura scientifica e moderna, importare animali da monta e da pascolo, ripopolare i boschi, costruire tutte le dighe e i canali necessari per regolare l’irrigazione e il difettoso regime delle acque, meccanizzare e industrializzare la campagna, creare cooperative per certe coltivazioni e piccoli proprietari per altre”. Stupefacente perché anticipò di settanta anni la proposta di Chávez, con il quale poi simpatizzò nei primi anni. Non aveva fiducia, tuttavia, nella nuova borghesia nata dal cuore del processo bolivariano, la cosiddetta boliborghesia.[16]>>

In queste 22 righe sono condensate le chiavi per comprendere la situazione odierna del paese. Le abbiamo evidenziate mettendole in corsivo. La rendita del petrolio è da un secolo il polo delle lotte interne e degli appetiti esterni: le lotte interne volte ad appropriarsi di tutta o parte di questa rendita, a danno delle capacità produttive del paese; gli appetiti esterni volti a assoggettare il paese. Su questa rendita, forte ma precaria, Chávez basò la sua ambiziosa politica, ma attorno a lui nacque e poco a poco si radicò una “boliborghesia” di Stato rapace e corrotta che aveva visto nel processo bolivariano l’occasione per spodestare del tutto o in parte consistente quella esistente e la cui esistenza il Presidente non vide o non volle vedere. Certamente era cosciente del problema di dover strutturare diversamente l’economia del paese, ma la riforma agraria che pure tentò dette scarsi risultati. Difficile ritrasformare i beneficiati dal petrolio in contadini (circa il 90% della popolazione del paese, che è di circa 25 milioni di abitanti, vive nelle città). E anche la politica di industrializzazione riservò alcune amare sorprese.

Ancora Zibechi:<<Le cose in realtà si sono aggravate. Nel 2013 il petrolio ha rappresentato il 96 per cento del valore delle esportazioni. Un membro del gabinetto confessa, in una cena privata, che i tentativi di creare un’industria tessile bolivariana mediante la donazione di migliaia di telai e macchine a famiglie che si erano impegnate nella produzione, ha avuto un effetto tanto contrario quanto inaspettato: oggi lavorano come maquilas[17] per le multinazionali. Milioni di bolivar (la moneta venezuelana, nds) buttati nella spazzatura. O peggio, consegnati involontariamente al “nemico”.>>[18]

UNA SINTESI SOMMARIA DEL PROGETTO BOLIVARIANO

Le ansie sociali e politiche di Chávez vennero tradotte in un progetto di grande respiro che egli definì “bolivariano”, con riferimento a Simon Bolivar, il grande leader ”libertador” dell’America ispanica dall’impero spagnolo, il quale aveva sognato un’America latina[19] unita e libera dal dominio straniero e più giusta al suo interno. Con riferimento a questo ideale Chávez impostò una politica estera caratterizzata da progetti impegnativi e ampi, con orizzonti anche oltre la stessa America latina: la promozione assieme a Cuba dell’ALBA[20], del Petrocaribe[21], l’adesione al Mercosur[22] (con qualche forzatura geografica e ostacolo politico), i prestiti finanziari a paesi latinoamericani in difficoltà col pagamento del debito (Argentina, Bolivia[23]), la promozione di un sistema informativo regionale (Telesur)[24] da contrapporre al monopolio informativo interno e esterno in mano a veri imperi privati, il forte sostegno per la creazione di Bancosur[25], una banca di sviluppo a capitale latinoamericano per rompere il monopolio delle istituzioni finanziarie controllate esternamente alla regione. Ruppe l’isolamento cui gli Stati Uniti avevano condannato Cuba, paese con cui stabilì un asse politico che spiacque a molti e col quale impostò un nuovo sistema di relazioni economiche fornendo petrolio in cambio di personale e assistenza medico per strutturare un capillare sistema sanitario nazionale (progetto Barrio Adentro[26]). Sul piano geopolitico dette nuovo slancio al club dei paesi petroliferi riuniti nell’OPEC; rafforzò i legami con la Russia -a cui affidò importanti commesse militari per sfuggire alla dipendenza dagli Stati Uniti- e con la Cina, che divenne importante cliente del petrolio venezuelano; allacciò buoni rapporti con paesi messi al bando dall’Occidente (Irak, Libia, Iran). E’ ovvio che quadro nel marzo 2015 Obama dichiarò che il Venezuela costituiva una minaccia “straordinaria e inusuale” per la sicurezza degli Stati Uniti si riferiva alla sicurezza degli interessi statunitensi secondo una estensione del significato del termine da tempo consolidata, riferendosi ovviamente anche a queste relazioni pericolose.

Il primo obiettivo dopo l’elezione fu mantenere la promessa di una nuova Costituzione. Dopo aver ottenuto per referendum la maggioranza del consensi per una nuova Costituzione, indisse le elezioni per la nomina dei componenti dell’Assemblea Costituente, dove ottenne 119 seggi su 131. La nuova Costituzione da questa elaborata -ritenuta da molti “la più avanzata del mondo”- fu sottoposta al voto popolare e approvata col 71% di si.[27] Seguirono le vittorie nei due successivi processi elettorali per eleggere il nuovo parlamento e per scegliere il Presidente (59,76% di voti).

La nuova Costituzione, tuttora in vigore, contiene importanti innovazione: il Potere Pubblico Nazionale fu ridistribuito in cinque Poteri distinti: Legislativo, Esecutivo, Giudiziario, Cittadino e Elettorale. Conteneva inoltre una importante innovazione: la possibilità di revoca a metà mandato da parte degli elettori di ogni incarico elettivo, secondo precise modalità democratiche. Sul piano economico la Costituzione configura un’economia mista dove si riconosce il diritto alla libera iniziativa ma si riservano al settore pubblico le attività individuate come strategiche. L’articolo 299 enumera i principi su cui la legislazione economica è fondata:”giustizia sociale, produttività, efficienza, solidarietà, libera concorrenza e rispetto della natura”. Non proprio chiara nell’applicazione … Infine la nuova Costituzione regola l’integrazione dei militari nella struttura socioeconomica del paese, punto delicato nella storia del paese e di nuovo nell’attuale congiuntura, come vedremo.

Mi piace sottolineare un aspetto particolare. La nuova Costituzione, contenente ben 345  articoli, venne stampata e diffusa fra la popolazione in un libretto ultratascabile di 5 per 8,5 cm, alto 2 cm, in 422 pagine leggere ben leggibili![28]. E molti cittadini la portavano in tasca!

I pregiudizi contro un Presidente ex militare golpista tuttavia permasero, ma come scrive Massari (pag.59) <> Giova notare che tutte le elezioni furono convalidate da osservatori internazionali e fra questi dal Centro di Jimmi Carter che ne certificò la regolarità.

L’attività del governo nei primi anni fu intensa e creativa. Fra i provvedimenti più significativi il lancio nel 2003 di numerose misiones per rinnovare profondamente le strutture del paese e colmare le lacune più gravi[29]. Ricordiamo anche la istituzione delle Comunas, una struttura nata per valorizzare le iniziative dal basso. Una specie di consigli comunali autogestiti per individuare e risolvere dal basso, grazie a finanziamenti dello Stato, problemi concreti del quartiere o di vicinato. Il Presidente mostrò complessivamente un forte dinamismo e anche capacità organizzativa, come nel caso della tragica alluvione che si verificò nei giorni subito successivi al varo della Costituzione. Piogge torrenziali produssero enormi smottamenti nei cerros che circondano la capitale trascinando a mare interi barrios ivi esistenti e sviluppatisi in modo caotico. Il bilancio fu tragico: oltre 20mila morti. Il Presidente reagì prontamente assumendo personalmente la direzione dei soccorsi, coinvolgendo l’esercito di cui assunse temporaneamente il comando, e successivamente quella della ricostruzione. In questa circostanza dette dimostrazione di doti organizzative non comuni che gli vennero riconosciuta pubblicamente. Il suo carisma in quegli anni fu grande come dimostrava la sua trasmissione domenicale, Hola Presidente!, che riuniva attorno ai televisori durante molte ore milioni di telespettatori.

MA L’OLIGARCHIA NAZIONALE E LO “ZIO SAM” NON CI STANNO

Il progetto bolivariano fin dall’inizio fu entusiasmante per i suoi sostenitori ma ovviamente non piaceva affatto ai tradizionali controllori politici del patio trasero, il “cortile di casa” di “zio Sam”, di cui il Venezuela era un mattone importante, intoccabile da quando fu vigente la dottrina Monroe (1783), dal nome del presidente che la formulò, sintetizzata nell’equivoca formula “L’America agli Americani”. E gli statunitensi erano di fatto gli “Americani”, cosa che si è radicata anche nel nostro linguaggio corrente per cui, quando parliamo degli Stati Uniti diciamo “l’America”, cosa assai irritante per il resto degli americani non statunitensi. Ma non poteva piacere neppure all’oligarchia locale, ai due partiti che ormai si dividevano il potere in barba al ”Punto Fijo” e neppure alle grandi centrali sindacali, cooptate nel sistema di potere.

Forte della maggioranza  parlamentare necessaria, il presidente fece approvare nel 2001 il Decreto Habilitante che lo autorizzava a emanare leggi di riforma in vari campi. Nel novembre di quell’anno, previa approvazione del Congresso, la Gazzetta Ufficiale ne pubblicò ben 49, in campi fra loro diversi. Fra queste, di particolare importanza, la Ley de Tierra, base della riforma agraria, e la Ley de Hidrocarburos, per riportare le attività petrolifere della PDVSA, già nazionalizzata nel 1997, sotto l’effettivo controllo dello Stato. Nello stesso anno erano stati lanciati i “circoli bolivariani”, organizzazioni di base create per dare consolidare alla base il movimento chavista e coinvolgere la popolazione nelle idee e nella realizzazione del progetto bolivariano. Per costituire un circolo bolivariano bastava l’incontro di 10 persone, ad esempio un gruppo di vicini di casa riuniti presso uno di loro per parlare dei problemi quotidiani dell’ambito di residenza. Nel Dicembre Chávez giurò fedeltà al progetto di fronte a una folla di questi circoli. Per le oligarchie locali ce n’era a sufficienza per decidere di sbarazzarsi di questo Presidente con l’aiuto indispensabile di “Zio Sam”.

Il golpe, liderato da Fedecámaras, l’associazione degli industriali, dalla Ctv (Confederación de trabajadores de Venezuela), da un gruppo di militari golpisti, dall’alta gerarchia della Chiesa cattolica e propiziato da tutte le principali TV private del paese (il governo all’epoca non possedeva una TV propria), ha luogo all’alba dell’11 aprile quando Chávez viene prelevato a Palazzo Miraflores dai militari golpisti e incarcerato nel Fuerte Tiuana. Per le strade inizia la caccia ai chavisti, l’ambasciata cubana viene assediata, i media comunicano che il Presidente ha firmato le dimissioni. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco e in poche ore una massa di manifestanti fedeli al Presidente riempie le strade e circonda il palazzo presidenziale dove sono riuniti i golpisti che restano così isolati mentre “il settore dell’Esercito rimasto fedele a Chávez impedisce l’impiego della violenza da parte delle Forze armate contro questa mass di popolo che continua a crescere via via che passano le ore”.[30]

In quelle ore confuse il Presidente, cui è stata concessa la visita di una infermiera, scrive sul retro della ricetta che questa prescrive: “Al pueblo Venezolano … (y a quien pueda interesar). Yo, Hugo Chávez Frias, venezolano, Presidente della Republica  Bolívariana de Venezuela, declaro: no è renunciado al poder legitimo que el pueblo me diò. ¡¡ Para siempre ¡! Hugo Chávez Frias.[31]. A quanto sembra fu la stessa infermiera che riuscì a portare all’esterno il biglietto e a farlo arrivare ai manifestanti che incoraggiati intensificarono la loro azione. Nel giro di 48 ore militari lealisti riportarono il Presidente al palazzo Miraflores: il golpe della reazione era incredibilmente fallito[32].

Ma la posta in gioco era alta per cui i giochi non erano terminati e poco dopo iniziò una lunga tornata di scioperi patrocinati da Fedecámeras e Ctv per mettere in ginocchio l’economia del paese. Il punto culminante fu il paro petrolero, lo sciopero dei dipendenti della PDVSA, attuato soprattutto dalle alte sfere burocratiche e tecniche, con episodi anche di vero e proprio sabotaggio agli impianti, che in molti casi furono difesi dagli operai. Il governo rispose con la militarizzazione degli impianti ma le conseguenze economiche furono gravissime. Il paro ebbe termine anche grazie alla mediazione di Jimmy Carter e l’opposizione ottenne in cambio la promessa del referendum revocatorio del Presidente, una delle significative innovazioni della nuova Costituzione del 1999 ricordate sopra. Questo referendum ebbe luogo con ritardo, nel 2004, con la presenza di osservatori internazionali. ma l’impegno a svolgerlo fu rispettato. I voti a favore della conferma del Presidente superarono di circa 2 milioni i voti favorevoli alla revoca. Nonostante questi gravi episodi (golpe, paro) il chavismo uscì rafforzato e la politica del governo si radicalizzò, specie dopo l’esito negativo per l’opposizione del referendum revocatorio che ebbe luogo nel 2004. Tenendo conto anche del disastro naturale prima ricordato, che aveva fra l’altro distrutto il porto della capitale e molte importanti strutture, gli indici di povertà del paese furono assai positivi, segno di una reattività del governo e dei cittadini nel fare fronte agli eventi. Le elezioni presidenziali del 2006 dettero il miglior risultato di sempre a Chávez che fu rieletto col 62,84%  dei voti distanziando il candidato dell’opposizione Rosales di oltre 3 milioni di voti.

Il Presidente si sentì abbastanza forte per proporre modifiche alla Costituzione del 1999 includendo, con un grosso errore di calcolo psicologico, la rielezione del presidente oltre i due mandati consecutivi. Le altre modifiche (una trentina) furono ritenute necessarie per procedere più speditamente verso uno stato “più socialista” quale si veniva delineando col discorso vago e in verità inconsistente, del “socialisno del XXI secolo”. Dopo una serie ininterrotta di risultati elettorali positivi, l’esito questa volta fu sfavorevole al Presidente, che vide bocciato il progetto di modifica (ben 30 articoli). L’astensione fu alta (circa il 40%) e rispetto alle elezioni presidenziali dell’anno precedente vennero a mancare circa 3 milioni di voti. Un segnale di allarme su cui tornerò dopo.

PRO E CONTRO SECONDO ALCUNI ANALISTI

Un articolo dell’economista marxista inglese Michael Roberts[33], forse un pò sbrigativo in alcune osservazioni, mette in evidenza i successi e gli errori dell’esperienza chavista,:

< 1995[34] ed il 2005, per lo più grazie ad un incremento del reddito reale pro capite. La povertà estrema passò dal 32 al 19% della popolazione. Un recente rapporto del FMI mostra come, in un mondo di crescente disuguaglianza per quel che riguarda reddito e ricchezza, ci fosse un paese che negli ultimi vent'anni era diventato più uguale - il Venezuela. E tutti quei miglioramenti erano avvenuti sotto la presidenza di Chavez, con il coefficiente di Gini sulla disuguaglianza che era caduto dal 45,4% del 2005 all'attuale 36,3%.

Ma Chavez era fortunato. Aveva preso il potere proprio durante il boom dei prezzi delle materie prime, quando il prezzo del petrolio aveva raggiunto il culmine. [ … ] Il petrolio rappresenta più del 30% del PIL del Venezuela, e circa il 90% dell'esportazione ed il 50% delle entrate fiscali. Con i prezzi del petrolio alle stelle, Chavez era stato in grado di pompare soldi nei programmi sociali e di impegnarsi in un esplosione di petrol-diplomazia - sovvenzionando governi dalla mentalità simile alla sua, non solo a Cuba ma anche in Bolivia ed in Nicaragua.

Ma negli ultimi anni, il prezzo del petrolio è precipitato, insieme ai prezzi di altre materie prime. L'economia mondiale ha rallentato fino ad una stagnazione a bassa crescita, nel mentre che la Cina, il maggior consumatore di energia e di altre materie prime d'importazione, ha ridotto drammaticamente gli acquisti. Brasile, Argentina e Venezuela sono stati i più colpiti, e perciò i loro governi "di sinistra" non riescono più a tenere.>> (L’articolo è del 2016, prima dei cambi di governo nei due paesi, nds)

E Roberts annota quello che a suo parere il governo chavista avrebbe dovuto fare e non volle o non riuscì a fare:

<> fonte: Michael Roberts Blog

Da economista marxista Roberts pone l’accento sull’aspetto economico e sulla struttura proprietaria dell’economia in settori chiave, ma altri sono i limiti del progetto bolivariano, che emergevano col procedere degli anni. Uno degli analisti migliori del processo bolivariano, simpatizzante critico, Edgar Lander[35], che invece essendo sociologo, senza dimenticare l’economia, enfatizza altri aspetti. A metà del 2007, e cioè prima del referendum costituzionale, scriveva:

<>[36]

Ritengo comprensibile questo andar per tentativi alla ricerca di un modello nuovo che non esisteva e che andava trovato senza troppi ritardi, ma certo una carenza politica. Molto meno comprensibile il fatto che questo sia stato fatto con un processo dall’alto a scapito del dialogo con le forze popolari su cui il governo era poggiato. Il risultato del referendum sulla nuova Costituzione interrompeva il ciclo magico di successi elettorali (quasi 20, se ben ricordo), segno che qualcosa si era rotto nella relazione con gli elettori. A differenza del processo di costruzione della Costituzione del 1999, dove la popolazione era stata chiamata a decidere se essa era o no necessaria e dove essa venne elaborata da un’Assemblea Costituente eletta all’uopo, questa volta fu il Congresso a disegnare le variazioni, con un dialogo in sostanza interno all’elite chavista escludendo un dialogo col popolo. Sempre Lander, a referendum appena concluso, scriveva in un nuovo ponderoso articolo/saggio del dicembre:

< in una nuova direzione meno verticale, meno statalista, di una gestione pubblica più trasparente, politicamente più pluralista, più aperta al dibattito e ai disaccordi, più partecipativa, in poche parole, più democratica. Le condizioni per questo orientamento stanno essendo favorite dal dibattito straordinariamente vigoroso che ha avuto inizio dopo il referendum, dibattito che non ruota solo intorno al referendum ma che, prendendo spunto da questo, affronta polemicamente i principali temi politici che sono in gioco nell’attuale politica venezuelana.>>[37]

Ma così non fù e nove anni dopo, nell’intervista sopra citata del marzo ‘17, Lander dirà:

UN TENTATIVO DI ANALISI DELL’ATTUALE SITUAZIONE

Il 2013 è stato un anno critico per la salute del processo bolivariano. Il prezzo del petrolio precipita in pochi mesi dai circa 100 fino ai circa 40 $ al barile. Il 5 marzo muore il Presidente. Crollano le due colonne del chavismo. Ma su un punto gli analisti più accreditati concordano: i nodi critici del processo bolivariano non nascono ora ma erano già emersi progressivamente negli anni. Ne ricordo fra gli altri uno: la contraddizione fra la creazione (dall’alto) del PSUV (2006) e la creazione (sempre dall’alto) delle Comunas (2010), un organismo pensato per decentrare il potere verso il basso. Il PSUV diventò il partito di sostegno del governo ma la sua costruzione e il suo modo di operare furono e sono molto opachi e autoritari, in contraddizione con gli obiettivi assegnati alle comunas. Ma non è la sola contraddizione. Ad esempio il rapporto fra le varie Misiones che operavano in campi di competenza di vari ministeri ma senza dipenderne: una situazione mai regolamentata.

Ma sulle contraddizioni del processo torneremo nella seconda parte di queste note. Una cosa sembra trovare concordi molti analisti: vari nodi del processo erano venuti al pettine già negli ultimi anni del governo Chávez e la soluzione potè essere procrastinata grazie al forte carisma del Presidente e al buon andamento del prezzo del petrolio. Ma la stella cominciava a risplendere meno, come aveva dimostrato il referendum del 2007.

(continua)

 



[1] https://www.aporrea.org/ideologia/a214219.html

[2] Non è forse molto lontano dalla verità il giornalista Marcelo Colussi quando afferma “Venezuela: no creer nì el 1% de lo que se dice!” http://www.alainet.org/es/articulo/186232

[3] Vedi : Los expertos en Venezuela di A. Serrano Mancilla. - http://blogs.publico.es/otrasmiradas/8875/los-expertos-en-venezuela/

[4] Las noticias más censuradas 2015-2016 (01) EEUU despliega tropas en el 70% de las naciones del mundo. http://www.alainet.org/es/articulo/181525

[5] COPEI (Comité de Organización Política Electoral Independiente, di ispirazione socialcristiana), AD (Acción Dèmocratica, di ispirazione socialdemocratica ), URD (Unión Republicana Democrática), Venne escluso il partito comunista.

[6] Rómulo Ernesto Betancourt Bello (1908 – 1981) fu noto come il “Padre della democrazia venezuelana” era stato presidente dal 1945 al 1948 e di nuovo in questa circostanza come leader di Acción Democrática,

[7] Per una precisa descrizione e analisi delle politiche del FMI e del BM in America Latina e delle reazioni che provocarono, vedi il documentato libro di Pablo Davalos Democrazia Disciplinare. L’altra faccia del progetto neoliberista, Mutus Liber, Riola (BO), 2016.

[9] Fra i molti documenti oggi disponibili sul web citiamo El Caracazo | En Profundidad | teleSUR

http://www.telesurtv.net/telesuragenda/La-masacre-de-El-Caracazo-20150224-0032.html

[10] Hugo Chávez tra Bolivar e Porto Alegre, Massari editore, Bolsena  (VT), 2005.

[11] Nel libro citato Massari le elenca dettagliatamente, marcando l’estensione del malessere esistente nelle forze armate e l’ampiezza dell’adesione al progetto di Chávez.

[12] Nel golpe morirono una trentina di militari.

[13] Massari, libro citato, pag.38.

[14] A conferma del malessere esistente nelle forze armate, nel novembre dello stesso anno la Marina, che non era stata coinvolta in questo tentativo, tentò un nuovo colpo di stato, anche questo fallito.

[15] Chávez nel 1995 aveva reso noto il suo programma per il paese pubblicando la Agenda alternativa bolivariana.

[16] Vedi su comune-info, il testo Il socialismo del petrolio, del 15 aprile 2014.

[17] Maquilas o maquiladoras: << Le maquiladoras sono stabilimenti industriali posseduti o controllati da soggetti stranieri, in cui avvengono trasformazioni o assemblaggi di componenti temporaneamente esportati da paesi maggiormente industrializzati in un regime di duty free ed esenzione fiscale. I prodotti assemblati o trasformati dovranno successivamente essere esportati all'estero.>> (da Wikipedia)

[18] <<Purtroppo, i problemi che possono essere associati all’esaurimento del modello basato sulla rendita petroliera si sono accentuati. Il fatto che, durante un centinaio d’anni, il Venezuela abbia vissuto della rendita petroliera e di una forma di centralismo statale ruotante attorno alla maniera di ripartire la rendita, ha modellato non solo il modello di Stato e di partito ma ha pure influenzato una cultura politica. Così, nell’immaginario collettivo, il Venezuela viene considerato come un paese ricco dove l’abbondanza regna e nel quale l’azione politica consisterebbe semplicemente nell’organizzarsi per esigere dallo Stato una parte della rendita. Questa è la logica. E’ una logica che è stata quanto mai accentuata, malgrado le dichiarazioni d’intenzioni sulla necessità di perseguire altre strade, dal processo bolivariano. Da un punto di vista economico, è chiaro: è questa modalità coloniale di inserimento nella divisione internazionale del lavoro che si è approfondita. Il collasso dei prezzi del petrolio non ha fatto che mettere a nudo quanto già era evidente per chi è dipendente da prodotti i cui prezzi necessariamente fluttuano.>> Intervista di Natalia Uval  a Edgar Lander del marzo 2017, http://rproject.it

[19] Il nome America latina è posteriore, per la precisione, a Bolivar e risale alle ambizioni di conquista di Napoleone III in concorrenza con gli Stati Uniti per il dominio della regione.

[20] ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe): progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell'America Latina e i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba basato su una integrazione cooperativa anziché competitiva fra i paesi aderenti e mirata a ridurre le asimmetrie fra essi esistenti. All’ALBA, tuttora esistente, oltre ai due paesi fondatori aderiscono Ecuador, Bolivia, Nicaragua e alcuni paesi caraibici.

[21] Petrocaribe: Accordo di cooperazione firmato nel 2005 fra Venezuela e 15 paesi del Caribe col quale, fra l’altro, il Venezuela si impegnava a fornire a questi paesi prodotti petroliferi a condizioni di favore.

[22] Mercosur: mercato comune fra i 4 paesi dell’America Meridionale (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) creato nel  1991 e al quale dal 2012 partecipa anche il Venezuela.

[23] La Bolivia oggi gode di una situazione finanziaria piuttosto buona grazie ad alcune misure del governo Morales.

[24] Telesur: catena televisiva latinoamericana a capitale pubblico, con sede a Caracas, prioomossa dal Venezuela e fondata nel 2005 con capitale pubblico del Venezuela, Brasile, Cuba, Uruguay a cui in seguito si unirono Ecuador, Bolivia e Nicaragua, al fine di contrastare il monopolio informativo della statunitense CNN.

[25] Bancosur: Banca per lo sviluppo fondata nel 2009 (ma la cui prima riunione è del 2013) con capitali pubblici di Argentina, Brasil, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Uruguay e Venezuela.  Per varie ragioni, nato per creare una propria Banca per lo sviluppo e liberarsi dall’egemonia straniera, il Bancosur non è mai definitivamente decollato.

[26] Potei vedere dal di dentro questa esperienza in un barrio povero di Caracas. Circa 10mila medici cubani si impegnarono per 2 o 3 anni a creare dei presidi sanitari nei luoghi dove i medici venezuelani rifiutavano di andare. E questo in cambio di petrolio al loro paese. La Missione Robinson, come certificò l’UNESCO, liberò il paese, primo in America Latina dall’analfabetismo.

[27] Per chi volesse approfondire il processo di elaborazione e il contenuto della nuova Costituzione la lettura del capitolo 6 del libro di Massari è senz’altro raccomandabile. Fra l’altro Massari, il cui spirito critico è noto a chi lo conosce, afferma, con riferimento ai lavori dell’Assemblea costituente: “tenuto conto della storia precedente, questo organismo può dire di avere lavorato in modo sufficientemente autonomo e sovrano.”

[28] Analogamente fu fatto per le varie Leyes habilitantes!

[29] Il  Sistema Nacional de Misiones sono una serie de programmi sociali sviluppati a partire dal 2003 destinate a concretizzare obiettivi specifici di avanzamento sociale. La prima e più importante la Mision Barrio Adentro per strutturare un sistema di assistenza medica capillare, la Mision Robinson per l’alfabetizzazione totale del paese e così via. Le Misiones coprirono una serie di obbiettivi sociali, economici, politici, scientifici. Per superare le inerzie di una burocrazia inefficiente e corrotta la loro realizzazione non fu affidata ai ministeri competenti ma all’esercito, con il coinvolgimento dei cittadini stessi.

 

[30] Massari, op. cit., pag 78.

[31] Sul libro di Massari è riprodotta la foto dello storico  biglietto.

[32] Incredibilmente il Tribunale Supremo mandò assolti i generali e le alte personalità più in vista nell’esecuzione del golpe. Queste ultime certamente oggi sono in prima linea ad invocare il “ritorno alla democrazia”!

 

[33] Venezuela, la fine è vicina?

[34] Chávez per la precisione assunse il potere l’1 gennaio 1999. Da tenere presente le difficoltà intervenute a seguito del colpo di Stato del 2002 e del grande sciopero indetto dai sindacati legati ai vecchi partiti che paralizzò il paese, nonché il disastro ambientale prima ricordato.

[35] Lander non è solo un accademico prestigioso: da moltissimi anni è un punto di riferimento per una parte della sinistra e di movimenti sociali nel suo paese. In quest’intervista, pubblicata il 23 marzo scorso dal quotidiano “La Diaria”, in Uruguay, spiega che, su un piano globale, le sinistre non hanno “imparato ad imparare” dalle esperienze in corso. Ad esempio hanno così finito per appoggiare un “governo di mafie” come quello del Nicaragua e non è da escludere che girino la faccia dall’altra parte quando ci sarà il collasso del modello venezuelano…

[36] E. Lander, El Estado y las tensiones de la partecipación popular en Venezuela

[37] Ibidem (traduzioni mie)

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PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA Parte II

 

PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA

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