Privacy Policy

PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA Parte II

 

PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA

“La decisione personale in un mondo dominato dalla comunicazione” fu il tema che Ivan Illich scelse per inaugurare, il 4 ottobre 2002, l’anno della Scuola per la Pace della Provincia di Lucca. Un tema, come annunciò, sul quale avrebbe lavorato nei seguenti tre anni. Il suo sguardo lungo vedeva con preoccupazione la crescente invasione della comunicazione a scapito dell’informazione e la conseguente paralisi della capacità delle persone di decidere e quindi di fare scelte di campo in un mondo globalizzato soggetto al potere di una elite ristretta, padrona del “latifondo comunicativo globale”. La comunicazione è oggi una delle armi della “dominazione a spettro globale” che ha nel “caso” Venezuela l’esempio più significativo[1].

La ‘comunicazione’ sul Venezuela oggi è ad un livello di disinformazione intollerabile, pari solo a quella relativa al Medio Oriente. Per questo un valente giornalista latinoamericano ha recentemente titolato così un suo servizio: Venezuela: !No creer ni el 1% de lo que se dice!.[2] Il cittadino non completamente rimbambito da questo frastuono mediatico si dovrebbe chiedere: perché sul Venezuela tanto baccano mediatico per i “diritti umani violati”, mentre si tace sulle più gravi notizie che (non) giungono ad es. dal Messico e dalla Colombia?

Messico : <<… il documento statistico del 30 di aprile del Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica  del Ministero degli Interni […] contiene i dati ufficiali più recenti disponibili, trentaduemiladuecentodiciotto persone risultano desaparecidos (scomparse); vale a dire 2301 di più di quelle che si trovavano in questa condizione alla stessa data dello scorso anno, allorché si registrarono più di 10 vittime al giorno per questo delitto>> (La Jornada del 30 agosto 2017). Questo numero non include gli emigranti illegali che attraversano il paese per tentare di entrare negli Stati Uniti e le vittime di un eccidio continuato delle quali è noto il nome e quindi sono solo morte, non desaperecidas.

Colombia: << … paese dove sono stati assassinati tremila dirigenti sindacali negli ultimi 30 anni (una media di 100 all’anno […] In questo paese sono stati assassinati circa 200 dirigenti sociali e popolari negli ultimi due anni. […] In questo paese è in atto un femminicidio aperto contro le donne povere e lavoratrici, 400 delle quali sono state assassinate nel corso del primo semestre del 2017 […] In questo paese, secondo le denunce di Amnesty Internacional di fine aprile 2017, è in corso una “ondata di omicidi di indigeni” […] In questo paese sono stati assassinati più di 500 difensori dei diritti Umani negli ultimi 10 anni, 80 dei quali nel 2016. In media uno ogni quattro giorni. In questo paese sono stati assassinati 107 ambientalisti nel 2016 […] In questo paese è presente il maggior numero di rifugiati (“desplazados”) interni di tutto il mondo, dato che secondo informazioni del Consiglio Mondiale per i Rifugiati, fino al dicembre del 2016 si erano espulse dai loro territori e luoghi di residenza 7,2 milioni di persone, superando paesi come Irak, Siria, Sudan o Libia>>. Renan Vega Cantor El pais que es punta de lanza de la agresion contra Venezuela, www.rebelion.org/noticia.php?id=228727

Cosa succede in Venezuela?

E’ una domanda che oggi mi fanno persone che mai si sono occupate di questo paese ma che oggi sono bombardati di preudo-informazioni su questo “paese canaglia” dal sistema mediatico.

Non è mia intenzione raccontare “la verità sul Venezuela”, come su un blog frettolosamente è stato etichettato un mio recente intervento sull’America latina, dove del Venezuela parlavo solo di sfuggita. Ovviamente, per capire oggi da lontano le vicende latinoamericane, ho i miei referenti selezionati nel tempo. Ma, ahi me, questa volta essi sono schierati su posizionidiversificate, a seconda della priorità che danno all’uno o all’altro aspetto della questione. Così, chi ha creduto e sperato nel successo del progetto bolivariano e ne vede le derive, stigmatizza duramente l’operato del governo Maduro. Chi vi ha creduto e invece non le vede, vede in Maduro il nobile continuatore del progetto. In particolare chi conosce la tribolata storia dell’America latina ed ha coltivato un giustificato rancore verso il paese che vede nella regione il proprio “cortile di casa”, individua nella sua nuova intrusione la causa di tutto, mettendo fra parentesi quadra il resto. Per cui, in questo bailamme di voci, per arrivare alle mie conclusioni, che non sono ovviamente infallibili, ho dovuto leggere decine di articoli, incrociarne il contenuto e vagliarli.

E’ con questa consapevolezza della complessità di ciò che sta accadendo nel paese che scrivo queste note per il Mininotiziario dal basso sull’America Latina. Sono di nuovo lungo e sovrabbondante di note e riquadri integrativi, come nella precedente prima parte (www.kanankil.it), e questo ne scoraggerà la lettura. Ma, mi chiedo, come può un lettore comune che voglia capire e che non sia già un ‘esperto’ di Venezuela, farsi una propria idea leggendo articoli dove si parla di MUD o di comunas, di ‘referendum revocatorio’ oppure di poveri che non scendono (o scendono) dai cerros, di coletivos o di motorizados, senza chiarire di che in realtà si sta parlando?

Ma il gioco (questo lungo documentarsi che prosegue quotidianamente) vale la candela? Penso di si, perché il caso venezuelano è esemplare per due aspetti:

- Uno: è l’occasione per approfondire una volta di più le tecniche con cui il sistema che ci domina e ci controlla imbriglia costantemente le nostre menti grazie al suo “latifondo mediatico globale” (Uharte) e quindi per tenere sveglie le nostre difese.

- Due: non è solo il capitalismo che imbriglia le menti ma anche la retorica di una ‘sinistra’ che spiega tutto con paradigmi ingessati (le colpe degli Stati Uniti, ad es., che certo sono tante, tantissime) evitando un’autocritica salutare degli errori commessi. E poiché in qualche modo alla sinistra ritengo di fare riferimento, non mi è indifferente come essa si muove.

Cercare di analizzare correttamente le cose serve a posizionarci il più correttamente possibile nel fluire delle vicende politiche globali che ci coinvolgono tutti, volenti o nolenti. E’ una questione di dignità personale.

Riprendo dunque con notevole ritardo la riflessione iniziata a luglio partendo dal punto dove la avevo lasciata.

2013: l’’annus horribilis del Venezuela

Il 2013 è stato per il Venezuela l’annus horribilis segnato dalla morte di Chávez e dal crollo del prezzo del petrolio (da oltre 100$ al barile a circa 40), quindi da una grave perdita polita seguita da una grave crisi economica. Nella prima parte di questi appunti era stato ricordato il ruolo centrale che il petrolio -la cui esportazione procura circa il 93% delle entrate di valuta estera del paese e circa il 55% delle entrate fiscali totali- gioca nelle vicende di un paese viziato da questa ‘rendita’ facile e la cui ripartizione è stata ed è al centro delle lotte politiche interne. Ma il petrolio venezuelano è anche un boccone appetitoso per il caimano a stelle e strisce che vive al Nord e che considera l’area centroamericana e caraibico il proprio “cortile di casa” nel quale non si muove foglia che esso non voglia. Esaminando la cartografia delle basi militari statunitensi nella regione, il Venezuela, come pure Cuba, è completamente circondato da basi militari statunitensi[3]. Venezuela e Colombia sono i paesi cerniera fra il Centro America e il Sudamerica. La confinante Colombia è stata teatro di una guerra interna cinquantennale fra Governo e FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), da poco conclusa con un problematico accordo di pace, ma ospita da tempo ben 7 basi militari statunitensi … .[4]

Se all’inizio del XXI secolo la pressione statunitense nella regione si era alleggerita, oggi, nella mutata situazione geopolitica che registra l’incipiente nascita di un mondo multipolare e la conseguente lotta per la riconfigurazione delle zone di influenza dei grandi attori mondiali, appare chiaramente come gli Stati Uniti vogliano “rimettere ordine” in questa dependance dove in particolare li infastidisce la sempre più ingombrante presenza della Cina (e un po’ anche della Russia) che è diventata la principale partner commerciale di molti paesi della regione.[5] È all’interno di questo grande gioco che vanno letti i mutamenti in atto in America latina, dal Brasile all’Argentina più a sud fino al Messico più a Nord. Gli Stati Uniti non hanno mai accettato che il Venezuela, grande riserva petrolifera mondiale[6], potesse ricostruire un’effettiva sovranità nazionale, come dimostrano il (fallito) colpo di Stato contro Chávez da loro patrocinato nel 2002 e il successivo grande paro (sciopero) petrolifero nazionale che rischiò di mettere in ginocchio l’economia venezuelana[7]. Cose di cui abbiamo parlato nella prima parte.

Una successione difficile

Prima di morire, Chávez aveva indicato come candidato alla successione Nicolás Maduro, un ex-sindacalista suo stretto collaboratore (Ministro degli esteri dal 2006 al gennaio 2013 e Vicepresidente dall’ottobre 2012 al 5 marzo 2013, giorno in cui aveva assunto la presidenza ad interim del paese per la morte del Presidente). Le elezioni presidenziali, tenutesi poco più di un mese dopo in un clima di forte emotività, videro Maduro vincitore per soli 200mila voti di scarto (7.587.579 contro 7.363.980) sul suo rivale, Henrique Capriles Radonski candidato dell’opposizione di destra riunita sotto le insegne del MUD (Mesa de la Unidad Democratica). Nel corso dell’anno il paese dovette affrontare le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio, che molti considerano essere la causa sostanziale della crisi economica del paese. In realtà questa crisi era già iniziata nel 2012, con Chávez vivo e con il prezzo del petrolio ancora superiore ai 100 $ al barile, ma evidentemente la caduta del prezzo del petrolio la aggravò fortemente. L’economista statunitense Mark Weisbrot[8], che da tempo segue le vicende economiche venezuelane in modo che ritengo attendibile, scrive:

Con riferimento alla spirale della caduta economica degli ultimi tre anni, essa era inevitabile? Ed è reversibile fino a quando il PSUV[9] non perda il potere? Per dare una risposta a questi interrogativi dobbiamo valutare come il Venezuela è giunto a questa situazione e come potrebbe uscirne. Nel corso dell’autunno del 2012 e di nuovo nel febbraio del 2013 il governo ridusse bruscamente la disponibilità di valuta estera. Fu in queste circostanze che iniziò la scarsità di prodotti basici, contemporaneamente all’aumento dell’inflazione e del prezzo del dollaro sul mercato nero parallelo. Il tasso ufficiale di cambio, al quale il Governo vendeva gran parte dei dollari derivanti dalla vendita del petrolio, era di 6,3 bolivares forti (Bs) per dollaro, ma il mercato parallelo esisteva già e la scarsità di dollari a tasso ufficiale ne spinse il rialzo. Il prezzo più elevato del dollaro su questo mercato fece salire l’inflazione dato che faceva crescere il prezzo dei beni importati[10].

Addossare quindi tutte le responsabilità della presente situazione al governo Maduro, individuando la causa della crisi nel solo basso prezzo del petrolio, non è perciò corretto. Egli ha ereditato una situazione già pesante, cui contribuisce certamente anche il suo minor carisma rispetto a quello sicuramente straordinario del suo predecessore.

L’opposizione contro Maduro

Nonostante la correttezza del processo elettorale con cui Maduro era stato eletto, l’opposizione da subito dichiarò di volerne la salida (uscita di scena). Nel febbraio del 2014 essa intensificò le manifestazioni contro il governo, iniziate già a fine 2013 nella città di Merida ed estesesi poi ad altre città fino a giungere nel febbraio 2014 nella stessa capitale. Dal febbraio al giugno il paese visse la stagione violenta delle guarimbas (chiusura di strade cittadine seguite da azioni violente sulle persone al loro interno nonché da distruzione di edifici pubblici, con danni valutati a 10 miliardi di $)[11]. Il saldo in vite umane fu pesante: 43 morti (fra essi oppositori, sostenitori del governo e componenti della Guardia Nazionale), centinaia di feriti e migliaia di arrestati.  Nel corso di dette guarimbas i sostenitori del governo, con l’aiuto di questo, avevano organizzato a loro volta contro-manifestazioni che in alcuni casi avevano portato a gravi scontri fra le due opposte fazioni.[12]

L’opposizione aveva motivato queste manifestazioni di protesta con la crescente scarsità di generi alimentari e di medicamenti, la vicinanza politica con Cuba di cui si contestava l’influenza sul governo, l’estesa corruzione e l’insicurezza nelle strade. In realtà queste due ultime erano endemiche nel paese, fin dai tempi che la parte più benestante dell’opposizione rievoca oggimitizzandoli. In questo clima si arrivò alle elezioni per il rinnovo del Congresso, svoltesi nel dicembre 2015, quando l’opposizione trionfò con  7.707.422 voti contro i 5.599.025 del Polo Patriotico, la coalizione dei partiti governativi. Il MUD conquistò così 112 congressisti, grazie al complesso meccanismo di conversione dei voti in seggi parlamentari, lasciandone solo 55 alla coalizione di governo.  112 congressisti corrispondono esattamente alla maggioranza qualificata dei 2/3 e includono anche quella dei 3/5, proporzioni che entrambe, secondo la Costituzione, consentono all’opposizione di limitare sensibilmente il potere del Presidente (vedi riquadro). La lotta si trasferì allora dalle strade al piano istituzionale, con il proposito di destituire Maduro a mezzo del referendum revocatorio (vedi riquadro) o della riduzione della durata del suo incarico presidenziale tramite la riforma della Costituzione. Il referendum revocatorio, le cui procedure ebbero inizio col consenso del CNE (Consejo Nacional Electoral), alla fine non ebbe luogo per le dilazioni e infine la sospensione decise dallo stesso CNE aventi come motivazione la denuncia di frodi nella raccolta delle firme necessarie fatta da tribunali di cinque stati.[13]

La maggioranza qualificata dei 2/3 consente all’Assemblea Nazionale di modificare le cosiddette “leggi organiche” (ad es sul controllo dei prezzi e dei cambi), promuovere una riforma costituzionale o una Assemblea Costituente, rimuovere il vertice del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) e altri poteri pubblici). Già con la maggioranza dei 3/5 può bocciare le cosiddette “leggi abilitanti” di emanazione presidenziale, destituire membri del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), previo pronunciamento del TSJ,  approvare mozioni di censura a ministri e al vicepresidente. Considerando che 112 parlamentari coincidono esattamente coi 2/3, si può dedurre la criticità della decisione del TSJ di annullare l’elezione di tre congressisti indigeni nello Stato di Amazonas per presunte (ma con prove consistenti) frodi elettorali e dove dei tre eletti due appartengono al MUD. La ripetizione delle elezioni in questo Stato, se vedesse i parlamentari del MUD calare da 2 a 1, non darebbe più al MUD la maggioranza dei due terzi. Si capisce quindi l’importanza della disputa.  Contravvenendo alla decisione del TSJ, che aveva invalidato le elezioni in detto Stato, il Congresso convalidò l’elezione dei tre deputati in questione, aprendo un grave scontro fra realtà istituzionali regolarmente elette (Presidente e Congresso). Il TSJ reagì dichiarando illegittimo il parlamento e dichiarando una sua Sala Costituzionale come facente funzione dell’Assemblea legislativa fino a che durasse questa situazione.

In realtà la crescita del MUD rispetto alle precedenti presidenziali fu di soli 350mila voti, tenuto anche presente che nel frattempo il corpo elettorale era aumentato di circa 500mila unità. Ma il fronte governativo perse circa 2 milioni di voti, rifluiti nell’accresciuto assenteismo a conferma di un malessere già apparso nelle precedenti ultime votazioni. In questo numero sono probabilmente compresi molti dei potenziali voti dello “chavismo di sinistra”, la cui esistenza è ignorata dai grandi media e di cui parleremo meglio dopo, ovvero di una corrente del PSUV. Tale corrente, costituitasi col nome Marea Socialista, venne espulsa dal partito a fine 2014. Successivamente essa si vide rifiutare dal CNE (Consejo Nacional Electoral) l’autorizzazione a costituirsi in partito registrato e quindi non poté  presentarsi a queste elezioni. In effetti il governo aveva emanato una nuova legge molto più restrittiva per poter essere iscritti nel registro dei partiti politici abilitati, cosa che aveva messo fuori gioco anche altri partiti minori già esistenti. Una considerazione mi pare inevitabile: cosa direbbero i sostenitori nostrani ‘senza sé e senza ma’ di Maduro se in Italia venisse adottato un simile provvedimento?

Il referendum revocatorio è stata una delle innovazioni democraticamente più rilevanti introdotte dalla Costituzione del 1999  il cui Articolo 72 recita così: “Tutti gli incarichi e magistrature di elezione popolare sono revocabili. Trascorsa la metà del periodo per il quale fu eletto il funzionario o la funzionaria, un numero non inferiore al 20% degli elettori o elettrici iscritte nella circoscrizione corrispondente potrà richiedere la convocazione di un referendum per revocare il suo mandato. Quando un numero uguale o maggiore di elettori o elettrici che elessero il funzionario o funzionaria avessero votato a favore della revoca, purché al referendum abbia partecipato un numero di elettori o elettrici uguale o superiore al 25% degli elettori o elettrici iscritti o iscritte, il suo mandato verrà considerato revocato e si procedere all’immediata sostituzione in conformità a quanto disposto da questa Costituzione e dalla legge. La revoca del mandato relativo ai corpi collegiali verrà realizzata in accordo con quanto stabilito dalla legge. Durante il periodo per il quale fu eletto il funzionario o la funzionaria non potrà essere presentata più di una richiesta di revoca del suo mandato”.  Il referendum revocatorio, che comprende la stessa carica di Presidente della Repubblica, fu esercitato contro Chávez ma fu perso. Il referendum revocatorio, innovazione costituzionale democraticamente interessante, è stato inserito successivamente anche nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia.

Conflitto fra Istituzioni dello Stato

Con la sconfitta nelle elezioni per il rinnovo del Congresso si aprì una fase di forte conflittualità fra le Istituzioni dello Stato. La mancata esecuzione del referendum revocatorio contro Maduro,  l’opposizione del governo alle modifiche della Costituzione, il rinvio delle elezioni regionali previste costituzionalmente a fine 2016 e infine la “disabilitazione” dalle sue funzioni dell’Assemblea legislativa giustificarono l’accusa al Governo di violare la Costituzione. Scrive Edgardo Lander[14], professore emerito di scienze sociali all’Universidad Central de Venezuela, chavista critico oggi schierato contro il governo Maduro:

Si comincia allora a prendere una serie di misure che vanno sostanzialmente allontanando il governo dalla Costituzione bolivariana: viene cancellato il referendum di revoca che si era celebrato come una delle principali conquiste della democrazia partecipativa; si rinviano le elezioni dei governatori, che si sarebbero dovute obbligatoriamente tenere nel dicembre del 2016; si nominano, in modo incostituzionale, i membri del TSJ e del CNE; infine, misconoscendo per la prima volta i risultati di un’elezione popolare, tramite il TSJ il governo dichiara in stato di rivolta [quindi sciolta di fatto] l’Assemblea Nazionale e ne distribuisce le competenze costituzionali tra l’Esecutivo e lo stesso TSJ (Tribunal Supremo de Justicia). Dal febbraio 2016 il presidente Maduro ha governato basandosi su poteri auto-attribuitisi di stato d’emergenza, senza tener conto per questo dell’avallo costituzionale richiesto dell’Assemblea Nazionale[15], e per un periodo molto superiore a quello massimo consentito dalla Costituzione.[16]

Interventi per il superamento di questa paralisi istituzionale avevano già visto negli anni precedenti tentativi di mediazione sia da parte del’Unasur (Unione dei paesi sudamericani), di papa Francesco e dell’ex-capo del governo spagnolo Rodríguez Zapatero, quest’ultimo non certo simpatizzante del governo venezuelano, ma essi non avevano avuto successo data la rigidità dell’opposizione che pensava allora di giungere alla salida di Maduro grazie all’aggravarsi della scarsità di generi alimentari e il conseguente sperato acuirsi delle proteste popolari che avrebbero potuto portare alla caduta del Governo, anche grazie al possibile venir meno ad esso dell’appoggio dei militari. L’appello di papa Francesco e l’intervento di Zapatero si sono riproposti in questi giorni, visto il recente mutato atteggiamento dell’opposizione, di cui diremo dopo.[17]

La Salida II

È in questo quadro di alta conflittualità fra realtà istituzionali che, nelle manifestazioni di protesta svoltesi nelle principali città del paese fra aprile e luglio scorsi, si sono verificati nuovamente gravi episodi di violenza verso persone e cose, con un saldo di ben centoventi morti[18]. Violenze delle quali ciascuna delle due parti ovviamente addebita all’altra le responsabilità. Da mesi i media internazionali stanno trasmettendo della situazione un resoconto sorprendentemente uniforme e scandalosamente unilaterale, demonizzando il governo e i suoi sostenitori e fra questi in particolare i coletivos o motorizados (vedi riquadro).

Circa la vera natura di queste manifestazioni violente Luismi Uharte[19] scrive:

Alla spiegazione più strettamente economica (della crisi, nda) si devono aggiungere una serie di chiavi tanto dell’ambito politico che di quello militare, per comprendere in tutta la sua complessità la disputa fra i diversi gruppi di potere. L’opposizione di destra raccolta intorno alla MUD opera in chiave politico-militare, malgrado che la sua facciata pubblica sia quella di una coalizione tradizionale di partiti. Sebbene vi siano settori, minoritari, che non condividono gli orientamenti più estremisti, attualmente la linea dominante è imposta dai gruppi più estremisti e violenti, una realtà sistematicamente tenuta nascosta dal latifondo mediatico globale. L’attuale scommessa per ripetere La Salida è l’evidenza più chiara, Saremmo di fronte a una salida reloaded’ (potenziata, nda) (Wollenweider) o Salida II, però più sofisticata. L’obiettivo evidente è provocare il maggior numero di morti e cercare, grazie alla grossolana manipolazione dei mass media internazionali, di incolpare il governo e giustificare una sollevazione dell’esercito o un intervento esterno. [20] La Salida II in prima istanza combina un volto pacifico di giorno, con manifestazioni convenzionali, e una violenza estrema di notte provocate da bande criminali assoldate. La violenza alterna la distruzione di istituzioni pubbliche a assassinii selettivi […] A questo si aggiunge il sabotaggio del servizio elettrico. In sintesi pratiche tipiche di una guerra asimmetrica. [21]

Su chi sono e da che parte stanno i coletivos, sintetizziamo una descrizione che ne fa Alejandro Velasco in un articolo complessivamente interessante.[22] In genere per i grandi media essi sono una realtà uniforme, filogovernativa e violenta. Velasco ne individua invece tre tipologie

Una prima è composta da gruppi discendenti dalle guerriglie antigovernative degli anni 60-80. Essi sono ben organizzati, disciplinati, motivati ideologicamente ed operano contro gruppi delinquenziali, numerosi  nel paese. Secondo Velasco sono <>

Una seconda comprende gruppi nati fra il 2007 e il 2012, in piena auge chavista, prendendo come modello la precedente, sviluppando funzioni analoghe di difesa in spazi molto ridotti unitamente a un lavoro sociale, ma la loro posizione ideologica è molto più legata al “socialismo del secolo XXI”, al chavismo dal quale essi sono meno autonomi. Con le crescenti difficoltà economiche e la minore motivazione ideologica dei precedenti alcuni di essi sono sconfinati in attività delinquenziali.

Una terza tipologia infine riguarda gruppi definiti da Velasco ‘coletivos mascherati’, nati nell’ambito della cosiddetta Operazione per la Liberazione del Popolo (OLP), in base alla quale forze speciali di polizia entrano nei barrios per disarticolare supposte bande criminali, azioni che spesso  terminano con uccisioni e  che utilizzando la collaborazione di questi coletivos.  Questi sono quelli che Velasco indica come gli autori di violenze che i media attribuiscono a tutti i coletivos indistintamente. Essi vengono anche chiamati  motorizados perché spesso si muovono in motocicletta. Contro di essi, in occasioni di scontri con i gruppi violenti di opposizione, questi usano stendere fra i due lati delle strade fili di acciaio poco visibili ad altezza delle gole dei motorizados, con conseguenze facili da immaginare. Possiamo aggiungere che l’esercito da parte sua non vede di buon occhio i coletivos in generale perché in essi sono numerosi i portatori di armi non denunciate.

[Velasco è docente di storia alla New York University e autore del libro “Barrio Rising. Urban Popular Politics and the Making of Modern Venezuela”, Brano tratto dall’intervista reperibile su nuso.org/articulo/venezuela-por-que-no-bajan-de-los-cerros. ]

Maduro, un “feroce dittatore”?

Un’osservazione mi pare opportuna: il conflitto fra Istituzioni[23] legato alle violazioni della Costituzione prima ricordate sono in alcuni casi forse discutibili, come il potere del Presidente di indire tout court elezioni per una nuova assemblea Costituente,[24] ma in altri evidenti, Mi pare ragionevole l’osservazione che, finché esiste conflitto aperto fra Istituzioni, non si può parlare di dittatura, come invece molti tentano di accreditare, come del resto attestano sia la tuttora intatta libertà dei media (giornali, TV) posseduti in gran parte dall’opposizione, sia la possibilità questa di manifestare per le strade e le piazze con continuità.

Così Lander, nel testo già citato, parla di “allontanamento” dalla Costituzione, non di “dittatura”. E anche Antonio Moscato, certo non tenero con Maduro, riconosce che la sua <>.[25] Il giornalista  Pablo Stefanoni, altra voce critica del Governo Maduro, dal canto suo scrive: <”.>>[26]

Sul fronte opposto naturalmente si dà una versione opposta del personaggio, forse con qualche sopravalutazione: “Maduro, un fuera de serie” (Angel Guerra Cabrera, @aguerraguerra https://www.alainet.org/es/articulo/187603)

Avete visto La rivoluzione non verrà teletrasmessa?

Nel 2002 la britannica BBC aveva inviato due suoi operatori irlandesi in Venezuela per girare un documentario sulla situazione esistente  nel paese. Il caso volle che essi fossero all’opera il giorno in cui avvenne il colpo di stato e mentre uno si trovava all’interno del palazzo presidenziale di Miraflores, l’altro fosse invece all’esterno. Il primo si trovò quindi nel bel mezzo degli attori del golpe e il secondo nel mezzo delle terribili violenze della repressione dei primi tentativi di protesta popolare nonché  della caccia a personaggi della nomenclatura chavista. Ma dopo le prime ore di sconcerto, nella notte la ribellione della gente prese corpo e alle prime ore dell’alba un vero fiume umano scese dai cerros, le colline che circondano Caracas dove sono concentrati i barrios più poveri, e circondò il palazzo presidenziale. Nel frattempo reparti fedeli a Chávez iniziarono a sollevarsi. Il Presidente fu prelevato nel forte militare dove era stato imprigionata e riportato in elicottero a Caracas, appena 36 ore dopo il golpe. Trovo la visione di questo documentario, reperibile sul web anche con traduzione italiana, imprescindibile per capire meglio ciò che accade nel paese[27]:

- La tracotanza e direi anche ferocia dei golpisti di allora, la classe “bene”, che cappeggiano anche le violenze di oggi. Fra i più violenti di allora si ricorda la presenza di Capriles, il candidato dell’opposizione nell’ultima elezione di Chávez e in quella di Maduro

- La profonda frattura di classe che esiste in Venezuela e quindi della violenza dello scontro in atto fra i due antagonisti, la classe ‘alta’ e quella ‘bassa’. Con parte della classe media che, sotto la spinta della crisi, si orienta verso la prima.

- Il completo travisamento dei fatti da parte dei media internazionali è dimostrato palpabilmente dalle visioni in diretta degli avvenimenti riprese dai due cineasti e le descrizioni, da loro pure riprese e inserite, fatte dalle “voci dei padroni”, per cui ciò che dice Colussi, no creer ni el 1%, è tragicamente vero.

Da qui il titolo dell’articolo di Velasco citato nella nota 21: Venezuela: ¿por qué no «bajan» de los cerros?”. Certo, nei cerros si protesta con il governo per la scarsità degli alimenti, ma non si protesta contro di esso e non si scende per unirsi alle manifestazioni che partono dai quartieri benestanti. Forse i ricordi del Venezuela pre-Chávez  in particolare del caracazo ricordato nella prima parte, sono troppo vivi, e ancor più quelli dei giorni del golpe. A Velasco fa eco Luis Hernandez Navarro su La Jornada di Città del Messico, che in occasione delle elezioni per l’Assemblea Costituente ha titolato il suo editoriale En Venezuela, los cerros bajaron. Come si vede nel paese c’è una frattura di classe che è anche territoriale: le manifestazioni dell’opposizione ad oggi non sono riuscite a sfondare nei barrios popolari salvo, per ora, in pochissimi casi. La grande domanda è: le masse scenderanno nuovamente in massa dai cerros, e se si, contro o per chi scenderanno? Non è una domanda oziosa e la risposta può essere determinante per l’esito finale  del conflitto, che a quel punto potrebbe avere effetti drammatici.

L’intervento dell’OEA

Fra i tentativi esterni di delegittimare il governo Maduro, uno dei più insidiosi è stato nei mesi scorsi l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA o OSA), invocato dagli stessi oppositori definiti nell’occasione da Maduro “traditori della Patria”. Convocata dal suo presidente di turno, l’uruguayano Almagro, schierato senza troppi veli sulle posizioni statunitensi, e nonostante l’adesione di Brasile e Argentina, ormai rientrati nell’orbita di potere statunitense, alla mozione di censura dell’operato del governo Maduro, questa, nonostante ripetuti tentativi, non ha raccolto il numero di adesioni necessarie per essere approvata e per poter passare quindi a interventi atti a ‘ristabilire la legalità’ nel paese. In risposta alla politica dell’OEA il Venezuela, con un atto di dignità politica, ha deciso di ritirarsi dall’organizzazione la quale quindi non avrebbe più ragioni legali di intervento su un paese ormai esterno ad essa. Il capitolo sembrava così almeno momentaneamente chiuso ma secondo notizie degli ultimissimi giorni l’OEA sembra ora voler riprendere l’iniziativa, con ragioni e obiettivi non ancora noti.

Gli attori in campo

La grande manifestazione promossa dal Governo il 19 aprile scorso ha mostrato, con sorpresa di molti, la rinnovata capacità di questo di mobilitare larghi strati di cittadini a proprio sostegno. Uno dei risultati tossici dell’ informazione drogata infatti è far credere che la situazione in Venezuela sia quella di un intero paese in rivolta contro una feroce dittatura isolata e i media internazionali descrivono la situazione come uno scontro fra un’opposizione compatta, ampia e pacifica, riunita nel MUD, e un governo repressore sostenuto da una minoranza, indicata nel 20% della popolazione. Questa descrizione predispone psicologicamente l’opinione pubblica internazionale ad accettare un intervento esterno giustificato dal fatto che nel paese esisterebbe una patente violazione dei Diritti umani, quali lo stato di denutrizione di larga parte della popolazione.[28] E anche a far credere che un golpe in questa situazione contro il governo riporterebbe pace e democrazia nel paese. In realtà questo con tutta probabilità porterebbe invece ad una situazione di guerra civile sanguinosa e imprevedibile[29] che il giornalista Zibechi assimila a una possibile situazione di tipo siriano.[30]

Anche qui, mi sembra che quanto riportato da Weisbrot sia ragionevolmente credibile:

… il grado di approvazione di Maduro è del 20,8% (media dell’anno 2016, nda). Sembrerebbe bassa se misurata con gli standard statunitensi, ma data la profondità della crisi e la depressione economica, in realtà rivela che esiste un buon numero di sostenitori accaniti. […] Come altri hanno segnalato, l’indice di approvazione di Maduro era del 21,1% appena due mesi prima che il suo partito ottenesse il 41% dei voti nelle elezioni legislative del 2015. Detto in altri termini, esiste un gran numero di persone che continuano ad essere scettiche circa quello che farebbe l’opposizione, anche considerando che il Governo è il principale responsabile di un terribile disastro economico[31].

Uscendo da una valutazione quantitativa, Weisbrot fa una importante riflessione sociologica:

Può anche darsi che provino paura. Se hanno qualche legame con il Governo non sanno che tipo di repressione potrebbero dover affrontare con un governo di opposizione, soprattutto se questo arrivasse al potere attraverso un golpe. L’opposizione venezuelana non ha una tradizione democratica e pacifica. Ad esempio, nelle 36 ore che seguirono il golpe appoggiato dagli Stati Uniti nel 2002, morirono decine di persone ed era iniziata una retata contro i funzionari del governo eletto. I leader dell’opposizione, malgrado le loro molte divisioni, si sono mantenuti assai silenziosi circa la violenza dell’opposizione nel corso delle proteste attuali nelle città venezuelane, inclusi vari assassinii.

Anche Uharte è di questo avviso: per brutto che posa apparire il governo Maduro, un ‘andata al governo dell’opposizione sarebbe di gran lunga peggiore dal punto di vista dei diritti umani:

… il chavismo di base, quello dei militanti anonimi, con atteggiamenti più o meno filogovernativi o più critici, sanno di essere condannati a dover appoggiare un governo in crisi con profonde contraddizioni. Lo sanno perché hanno più chiaro di altri che se il MUD e i suoi adepti riconquistano lo Stato, la fattura che faranno pagare al movimento popolare sarà enorme. Lo sanno perché sono più coscienti di chiunque altro che il conflitto storico fra progetti e classi antagoniste sono vigenti come sempre.[32]

Tornando ai dati del sondaggio, Weisbrot ricorda che il 51% dei venezuelani approvava ancora l’operato di Hugo Chávez e che, per quanto riguarda le manifestazioni, il 51,3% era favorevole contro il 44,2% contrario. Naturalmente stiamo assistendo alla danza delle inchieste e Weisbrot perciò precisa di riferirsi ai dati forniti da Datanálisis, <>. Non fa una grinza.

Di nuovo, di fronte al rigido dualismo delle forze in campo presentato dai media, conviene esaminare più da vicino le cose. Nel campo chavista si devono distinguere almeno tre componenti:

- Il chavismo legato al governo e che tuttavia al suo interno presenta molteplici posizioni.

- Il chavismo critico non oppositore, con le migliaia d militanti di organizzazioni popolari critici con la dirigenza ma ancora nei ranghi dei sostenitori del governo.

- Il chavismo critico oppositore.

Di quest’ultimo gruppo, minoritario, ma stimato in crescita, fanno parte Marea Socialista e più recentemente la Plataforma Ciudadana de Defensa de la Constitucion della quale fanno parte intellettuali e personalità politiche come Lander e alcuni ex-ministri di Chávez.[33]

Le richieste principali dello chavismo critico vertono su una ripresa del percorso iniziale intrapreso da Chávez. < sulla crescita preoccupante del debito esterno e chiedono  la sospensione del pagamento e una sua rinegoziazione. Gli interessi che la mafia bancaria internazionale sta obbligano il Venezuela a pagare sono assolutamente sproporzionati e hanno messo sul tavolo l’urgenza di una uditoria del debito. Dall’altro lato, la sparizione progressiva del controllo dei prezzi di molti prodotti basici, come conseguenza delle pressioni di settori imprenditoriali, non è servito a stabilizzare i prezzi, per cui la difficoltà di accesso agli alimenti e ai medicinali  è aumentato. I denominati CLAP (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione) hanno consentito ai settori popolari un approvvigionamento diretto ma non sembrano in assoluto sufficienti per garantire un accesso minimo. Di conseguenza il non pagamento del debito e il ristabilimento del controllo dei prezzi sono alcune delle richieste più urgenti fatte dal movimento popolare>>.  (Luismi Uharte, vedi nota 14).

<<In realtà la MUD contiene di tutto: i residui dei vecchi partiti borghesi socialdemocratico (AD) e cristiano sociale (COPEI), almeno tre gruppi di ex-guerriglieri castristi, e svariati gruppi politici nazionali e locali, tra entrate e uscite dovrebbero essere 28, di cui nessuno fa riferimento al fascismo>>[34]. Come vedremo dopo, al suo interno certe crepe stanno diventando più visibili. Una cosa è certa, e lo stesso Lander lo dice nel suo scritto riconoscendo nelle manifestazioni . L’espressione “da fuori” risulta però un po’ troppo vaga dato che (i riscontri sono ormai molti) si tratta principalmente di paramilitari colombiani che fin dal tempo di Chávez si erano infiltrati nel paese, soprattutto negli stati di frontiera con la Colombia e con propaggini nella stessa Caracas, dove avevano perfino ucciso un alta carica istituzionale. E Lander prosegue, ora viceversa in modo forse troppo categorico: <<Il governo risponde con una repressione indiscriminata, a sua volta rafforzata da collettivi civili armati, che attaccano violentemente le mobilitazioni di oppositori. Ne risulta una escalation di violenza che ha prodotto 120 morti, centinaia di feriti e arrestati, molti dei quali direttamente deferiti a tribunali militari.>> Se sulle responsabilità delle violenze si gioca al rimpallo, purtroppo sul numero dei morti il dato citato da Lander è ufficiale.

Concludendo questo paragrafo, gli attori in campo quindi sono ben più numerosi dei due accreditati dai grandi media con proporzioni falsificate (80% contro 20%) e questo offre una panoramica ben più complessa di quella che divide i tanti buoni da una parte contro i pochi cattivi dall’altra … E complica la comprensione ma anche la previsione dei possibili sviluppi.

L’unità civico-militare

Chávez era stato il riferimento di un gruppo di militari democratici desiderosi di cambiare il corso del paese, cosa di cui abbiamo parlato nella prima parte di questi appunti.[35] Senza la presenza di un certo numero di alti ufficiali democratici nelle Forze Armate venezuelane non si spiegherebbe il contro-golpe che riportò Chavez al potere nel 2002 nel giro di 36 ore. Coinvolgendo i militari in operazioni di grande valore sociale –le famose misiones[36]- egli aveva creato un nuovo rapporto fra militari e società civile, la cosiddetta Unidad civico-militar, garanzia di indipendenza e stabilità contro ingerenze straniere e una tradizione golpista.

È un dato di fatto che i militari ad oggi sono schierati a fianco del governo, ed è grazie a questa fedeltà che questo sta resistendo alle pressioni violente dell’opposizione ed alle forti ingerenze statunitensi. Essi sono ben inseriti (probabilmente troppo) nello stesso governo e nelle istituzioni statali: 11 ministri su 37 sono militari, alcuni ancora in servizio effettivo e uno di essi, Padrino López, già capo di stato maggiore dell’Esercito con Chávez, è oggi ministro della difesa.  Inoltre ben 11 governatori su 23 provengono dalle forze armate (in genere militari in pensione, la cui scelta come candidati fra l’altro, non sempre è piaciuta allo chavismo civile).[37]

Una presenza forte e a doppia faccia. I militari godono in realtà di molti privilegi: hanno una propria banca, un canale TV, facilitazioni per l’acquisto di automobili, alimenti e casa. Fra loro alcuni sono vecchi colleghi di Chávez con cui avevano rapporti di vicinanza ideologica (il reparto di Padrino López fu uno dei primi a sollevarsi contro i golpisti del 2002 per ristabilire la costituzionalità violata), altri invece sono “chiacchierati” per arricchimenti non chiari. Traffico di valuta grazie al triplice sistema di cambio bolivar/dollaro, commercio illecito con i beni primari di consumo assegnati a prezzi calmierati e rivenduti a prezzi 10 volte superiori nella vicina Colombia (il cosiddetto bachaqueo) e infine relazioni col mondo dei trafficanti di droga non sono sconosciuti alla cosiddetta borghesia bolivariana (la “boliborghesia” cresciuta già ai tempi di Chávez, suo malgrado). Degli alti gradi militari, alcuni dei più anziani frequentarono a suo tempo la famosa Escuela de las Americas (SOA - School of the Americas)[38]. Il deputato di sinistra spagnolo  Monedero in un suo articolo per certi versi interessante, scrive: E’ l’esistenza degli USA come impero che ha costruito l’esercito venezuelano. I nuovi ufficiali invece si sono formati nel discorso democratico sovrano e antimperialista e sono la maggioranza. C’è altresì un corpo di ufficiali, in gran parte sul punto di andare in pensione, che si è formata alla vecchia scuola e le sue ragioni per difendere la Costituzione venezuelana sarebbero più che altro personali.[39] L’espressione “ragioni personali” è ambigua e vaga e forse fa riferimento ai casi chiacchierati. Per alcuni di loro un cambio di governo potrebbe essere fonte di guai giudiziari. Ma sicuramente metterebbe nei guai anche i militari che furono fedeli a Chávez ed ora a Maduro. Se il ricambio generazionale ipotizzato da Monedero è realista nelle conseguenze che ne deriveranno, la cosa non sarebbe di poco conto dal punto di vista di un’evoluzione democratica delle forze armate nel loro complesso e quindi del paese. Del resto il coinvolgimento dei militari nelle varie misiones[40] sociali può avere influito sulla loro coscientizzazione democratica. Ma quali che siano le motivazioni “personali” dei capi militari cui accenna Monedero, ad oggi le forze armate sono rimaste fedeli al governo e ne hanno garantito per ora la stabilità.

Estrattivismo, e ancora estrattivismo

E’ urgente per il paese ritrovare la stabilità economica e uscire dalla spirale perversa inflazione/svalutazione della moneta nazionale rispetto al dollaro. La logica perversa dei tre diversi regimi di cambio bolivar/dollaro esistenti deve essere cancellata perché è parte essenziale della spirale.[41] Su questo tema torneremo come detto nella terza parte.

L’estrattivismo esasperato sta affossando l’esperienza dei governi di sinistra e centrosinistra emersi nella prima decade del secolo presente in vari paesi latinoamericani. Abbiamo già scritto molto in proposito su numeri precedenti del Mininotiziario e non ci torniamo sopra. Il Venezuela in particolare impernia la sua politica economica sull’estrazione del petrolio che da circa un secolo la condiziona in tutti i campi (economico, politico, sociale).[42]

Il problema di modificare la struttura economica del paese, soprattutto quello di liberarlo dal vincolo dell’ingente importazione di alimenti, non era stata ignorata da Chávez ma non si era riusciti a porvi rimedio. L’imponente progetto di riforma agraria era fallito, in un paese che si era cullato per troppo tempo sulla facile rendita petrolifera.

Negli ultimi anni di Chávez il paese aveva scoperto di possedere la più grande riserva petrolifera mondiale, superiore a quella  dell’Arabia Saudita[43]. Un petrolio però meno pregiato, denso e viscoso (il cosiddetto crudo pesado), più difficile e costoso da essere estratto, trasportato e raffinato. Ma sempre petrolio è, e in quantità enormi. Esso si trova concentrato nella “faglia” amazzonica dell’Orinoco, oggi denominata Arco Minero dell’Orinoco (e più recentemente ribattezzata col nome di Hugo Chávez), che occupa una superficie di 120mila kmq, corrispondenti a circa un terzo dell’Italia.  Arco Minero perché in tale zona, ricchissima di biodiversità e acqua oltre petrolio sono stati trovati ingenti quantitativi di minerali vari, oro e coltan in primis., ma anche ferro e nichel etc.[44]

Qui si apre una delle pagine oscure del governo Maduro, stretto fra impellenti necessità di valuta pregiata e un apparato burocratico da sempre corrotto ed al quale la crisi di questi anni ha offerto possibilità nuove di arricchimento[45]. Per superare la crisi finanziaria il governo Maduro ha messo a punto un vasto programma di facilitazioni per gli investitori esteri tramite contratti flessibili e anche creando delle “Zone Economiche Speciali” dove la legislazione nazionale per l’ambiente e quella del lavoro non sono vigenti. Il peggio del peggio delle politiche economiche neoliberiste, quindi.

I relativi contratti ad oggi stipulati con corporation estere, le cosiddette “imprese miste”, incluse fra esse corporation petrolifere statunitensi o minerarie canadesi già godenti di pessima fama come la Barrick Gold, essi sono stati decisi dallo stesso Maduro, avvalendosi dei poteri attribuitigli dal Decreto della Stato di Eccezione e Emergenza Economica cui accennava sopra Lander. Per di più si è cercato a lungo di tenere nascosti questi contratti allo stesso Congresso e alla popolazione. Una volta cominciati a trapelare essi sono stati ampiamente criticati dall’opposizione, come naturale, ma anche dal mondo ecologista, perché la devastazione ambientale sarà enorme, nonché dallo chavismo critico.

A Maduro si contesta anche <bond scontatissimi alla Goldman Sachs>>, la banca del neocapitalismo per eccellenza e in queste “svendite” dei beni di stato ha avuto la sua particella anche la nostra ENI.[46] Il 70% dei bond venezuelani a quanto mi risulta è in mano a investitori statunitensi.

Nella situazione caotica del conflitto costituzionale di cui abbiamo parlato e che ha visto la responsabile del TSJ Luisa Ortega, già fidatissima del governo Chávez e poi di quello Maduro, entrare in conflitto con quest’ultimo a causa delle ultime decisioni non conformi alla Costituzione, venire poi destituita come primo atto dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), di cui diremo fra poco, e infine fuggire all’estero col marito, deputato chavista. Al suo posto ha cominciato ad operare Tarek William Saab[47], che in uno dei suoi primi atti ha fatto arrestare 8 alti funzionari della PVDSA per una appropriazione indebita del valore di 200 milioni di dollari dell’azienda.[48] Indirettamente in questa vicenda  è stata chiamata in causa Luisa Ortega che avrebbe ritardato le indagini sugli otto funzionari richieste dallo stesso Maduro oltre un anno fa. Se si collega questo alla dichiarazione del TSJ in esilio[49] di avere compilato una prima lista di cento eminenti personaggi del regime corrotti, nonché alla ventilata minaccia del governo di sottoporre l’Ortega a perizia psichiatrica, temo si assisterà ad un volar di stracci fra le parti.

La nuova Costituzione

Nel clima di manifestazioni violente descritte sopra, durante il tradizionale comizio del Primo maggio scorso Maduro ha calato un tre di briscola: l’annuncio delle elezioni di una nuova Assemblea Nazionale Costituente onde modificare (“perfezionare”, ovviamente …) la Costituzione del 1999 approvata sotto Chávez. È stato come gettare altra benzina sul fuoco innescando la polemica sul potere o meno di Maduro di indire le elezioni per una Assemblea Costituente. Così secondo Monedero <<una parte delle critiche a Maduro sono ingannevoli perché dimenticano che il Venezuela è un sistema presidenzialista. E’ per questo che la Costituzione permette al presidente di convocare un’Assemblea Costituente. Piaccia o no, l’articolo 348 della Costituzione vigente del Venezuela dà la facoltà al Presidente di farlo>>. Lander, che è stato fra i più autorevoli oppositori all’iniziativa, nel testo già citato però obietta: <<Sebbene la Costituzione non sia del tutto esplicita al riguardo, essa fissa tuttavia una differenza chiara tra “prendere l’iniziativa” di una convocazione (cosa che può fare un Presidente) e “convocare”, che è attribuzione esclusiva del popolo sovrano (art. 347). Questo implica che si dovrebbe passare attraverso un referendum consultivo sul fatto se si dovesse cambiare o meno “convocare” o meno, come accadde nel 1999>>.[50]

In realtà, anche supponendo che Maduro non abbia violato la Costituzione vigente nel convocare direttamente le elezioni per l’Assemblea senza passare prima per un referendum popolare, vi erano molte perplessità sull’opportunità politica della mossa. In un paese spaccato a metà e in preda a forti sussulti, aprire un processo costituzionale contro il parere di una metà dei cittadini non sembrava essere una grande mossa per superare la frattura in atto. Da parte sua l’opposizione per reazione ha prontamente preso l’iniziativa per una consultazione popolare informale e auto-organizzata, per dimostrare la contrarietà di una fetta consistente di cittadini al progetto. Tenutasi nel luglio, essa avrebbe visto, secondo gli organizzatori, circa 7,5 milioni di persone votare contro il progetto. Pochi giorni dopo però un po’ di più di 8 milioni di cittadini hanno a loro volta votato per eleggere l’Assemblea Costituente.

Sulla attendibilità di questo numero naturalmente l’opposizione e i media internazionali hanno sollevato forti dubbi, confortati anche dalla dichiarazione del presidente della  società inglese Smartmatic che da tempo gestisce tecnicamente gli apparati elettronici delle elezioni venezuelane. Altri hanno fatto cifre di votanti oscillanti fra 2 e 5 milioni di persone, numeri che appaiono immaginifici. Certamente le elezioni non si sono svolte in quel clima di trasparenza che aveva caratterizzato tutte le precedenti elezioni, dall’andata di Chávez al potere in poi: eliminato l’intingimento del dito nell’inchiostro indelebile, proibizione dei giornalisti di avvicinarsi ai seggi meno di 500 mt, possibilità anche di non votare nel proprio seggio con rischio di doppio voto in vari seggi… In compenso però esistono testimonianze di cittadini che sono stati intimoriti o impediti fisicamente di votare con minacce o blocchi stradali. Certamente ben poche garanzie si hanno anche sulla cifra dei 7,5 milioni di voti vantati dal referendum della MUD, controllati solo dai suoi organizzatori.

Un altro fronte di polemiche è stato aperto dall’ipotesi circolata che l’ANC possa anche fungere da sostituta dell’attuale Assemblea Legislativa. In realtà uno dei suoi primi atti è stato appunto quello di destituire la titolare del TSJ Ortega Dìaz, cosa che in effetti sarebbe di competenza dell’Assemblea Legislativa esistente e non di quella Costituente. Una prima significativa invasione di campo quindi.

Venendo ai contenuti preannunziati di questa nuova Costituzione (in realtà questi dovrebbero e dovranno essere stabiliti dall’ANC), sarà bene seguire on attenzione gli sviluppi dei suoi lavori.

La nuova Costituzione è <misiones sociali, porre le basi giuridiche del nuovo modello post-petrolifero e dare ruolo istituzionale al Potere Comunale. Obiettivi, senza dubbio, condivisi da una gran parte dello  chavismo e della popolazione>>. (Uharte, nota 16): Obiettivi che personalmente trovo interessanti ma in contraddizione, almeno il secondo, con quanto hanno fatto e stanno facendo a proposito dell’Arco Minero dell’Orinoco. E circa le comunas, difficile conciliare l’innovazione della loro costituzione decisamente democratica dal basso con le pratiche verticaliste e autoritarie del PSUV. Ma lo stesso Uharte rileva che < degli e delle assembleisti e assembleiste saranno scelti fra una serie di “settori” (movimento operaio, imprenditori, indigeni, comunas …), invece di eleggere candidati di partiti, cosa che viene interpretata  come una via per corporativizzare il voto e assicurarsi una maggioranza. Sebbene non sia ancora deciso come si concretizzerà definitivamente il processo elettorale, il modello proposto è difficilmente difendibile e pregiudica l’immagine di un governo anche fra i settori di appoggio all’esterno del paese>>. (Uharte, ibidem). Inoltre si deve notare come una parte di cittadini avrà diritto al doppio voto, uno territoriale e uno settoriale, discriminandoli.

Una situazione nuova e inaspettata

Il 4 agosto la ANC è stata insediata e del suo primo atto abbiamo detto. All’insediamento sarebbe stata da aspettarsi una reazione violenta dell’opposizione con la ripresa delle manifestazioni, ma sorprendentemente non è stato così. Mentre il governo sembra avere ripreso vigore nella sua azione politica, l’opposizione sembra allo sbando. La nuova situazione viene così descritta in un articolo di Tomas Straka pubblicato sul sito di Antonio Moscato[51]:

A un mese dall’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), due situazioni risaltano nella presente congiuntura critica in Venezuela: praticamente, la scomparsa dalla scena politica del Tavolo di Unità Democratica (MUD) e il carattere sempre più internazionale della crisi. Benché il primo elemento non significa che l’alleanza dei partiti di opposizione abbia smesso di agire su altri terreni, o che il suo rientro in gioco o gli scontri di piazza siano impossibili, il modo in cui i giudici del Tribunale Supremo nominati dal parlamento dell’opposizione hanno dovuto andarsene in esilio – come hanno fatto la Procuratrice Luisa Ortega Díaz e alcuni dei principali sindaci dell’opposizione[52] - sembrano avere spostato l’ago della bilancia verso il governo. Per il momento, Nicolás Maduro è riuscito a controllare la situazione politica e può registrare un punto a proprio favore nell’ultimo round.[53]

In realtà nella MUD si vanno riscontrando crepe vistose. Dopo l’annuncio del governo che entro la fine dell’anno saranno convocate le elezioni (comunali e regionali, queste ultime per il rinnovo dei governatori[54]) già rinviate dal 2016 in deroga ai dettami costituzionali, alcuni governatori dell’opposizione e il segretario di AC hanno dichiarato che vi prenderanno parte.[55] Il governo quindi, che sembra sentirsi più forte, affronterà senza sotterfugi le ormai prossime elezioni regionali? E pensa di aver risalito la corrente e di poter affrontare chiaramente le elezioni presidenziali del 2018? E come si comporterà nella iniziata riapresa del dialogo con l’opposizione col patrocinio dei mediatori internazionali?

Nel momento in cui scriviamo infatti il dialogo fra governo e opposizione è ripreso nella capitale della Repubblica Dominicana con la mediazione del suo governo e dell’ex presidente del consiglio spagnolo Zapatero e sembra che altri governi saranno inseriti nella mediazione. Un primo incontro di tre ore delle due delegazioni si è tenuto a Santo Domingo a metà settembre. Esso è stato definito promettente dal presidente di questo paese Danilo Medina. In esso è stata abbozzata un’agenda del dialogo che è ripreso proprio in questi giorni.

Stati Uniti: dalle minacce di invasione alle sanzioni economiche

Se la situazione interna sembra più favorevole per il Governo, non si può dire lo stesso per la pressione internazionale. L’inizio dei lavori dell’ANC ha infatti provocato un minaccioso discorso di Trump che ha parlato addirittura di intervento armato, immediatamente sconfessato però dal suo entourage. Dichiarazione incauta perché ha ferito lo spirito patriottico dei venezuelani ed è stata criticata anche da governi latinoamericani neo-amici degli Stati Uniti. Quello che invece si è concretizzato alcuni giorni dopo è il Decreto con cui si stabiliscono severissime sanzioni economiche contro il Venezuela. Su queste torniamo a dar la parola a Weisbrot, il quale in un suo articolo fa una valutazione interessante da leggere per intero ma che per brevità riassumiamo nei punti essenziali:

- Dette sanzioni sono illegali sia per quanto riguarda la legislazione internazionale che quella statunitense[56]

- Esse impediscono che qualsiasi entità statunitense possa partecipare a finanziamenti per la ristrutturazione del debito del Venezuela (lo scorso anno si era quasi giunti ad un accordo in questo senso fra il Governo venezuelano, la Bank of America e la banca Morgan Stanley).

- Esse congelano i beni venezuelani negli Stati Uniti e impediscono alle raffinerie di proprietà statale del Venezuela ivi operanti, in particolare la CITGO -che è la più importante e che compra e raffina gran parte del grezzo venezuelano esportato negli States- di rimpatriare dividendi e utili, aggravando la penuria di valuta pregiata del paese proprietario.

- Come è noto le sanzioni economiche hanno conseguenze anche sulla vita delle persone. In questo caso, gravando su una popolazione già carente di alimenti di base e di medicinali essenziali, questa sanzione viola proprio il godimento di quei diritti in nome dei quali si minaccia di intervenire militarmente nel paese.[57]

Sull’applicazione di queste sanzioni gli altri paesi, compresa l’Europa, sembrano titubanti. Ma per quanto riguarda l’atteggiamento dell’Europa, un episodio accaduto il 4 settembre e che si situa fra l’irresponsabilità e la farsa, è significativo. Gli ambasciatori di Germania, Spagna e Italia quel giorno hanno accompagnato all’aereoporto di Caracas Lilian Tintori, moglie di Leopoldo López, uno degli istigatori delle manifestazioni violente, ora in carcere, che cercava di imbarcarsi per espatriare. La Tintori era stata fermata giorni prima dalla gendarmeria che aveva trovato sulla sua auto ben impacchettati 200 milioni di bolivares del cui possesso aveva dato una versione balorda (aiuti per la nonna malata) successivamente cambiata dai suoi avvocati (beneficienza per bambini bisognosi). Il giorno successivo al tentato espatrio la Tintori doveva comparire in tribunale per spiegare la provenienza di quel denaro. La Tintori è da tempo protagonista di frenetici viaggi all’estero nel corso dei quali ha perfino avuto un incontro col presidente Trump e alcuni suoi collaboratori. [58]

Con la situazione economica e finanziaria del paese già gravissime (un’inflazione attualmente superiore al 600% annuo e il potere di acquisto dei salari ridotto di un terzo), le sanzioni di Trump rischiano di dare il colpo di grazia alle finanze venezuelane oppure di sospingere definitivamente il paese nelle braccia di Russia e Cina, uniche possibili fonti di nuovi aiuti tramite nuovi indebitamenti. Ma su questo aspetto, su cui si giocano ormai le sorti del paese e che richiede uno specifico approfondimento, torneremo in un prossimo numero del Mininotiziario, non sovraccaricando ulteriormente né ritardando ulteriormente questo numero. Del resto è una turbolenza in atto su cui è bene vedere le sue prossime evoluzioni. Intanto il New York Times pronostica per ottobre il default della PDVSA, incapace di pagare una consistente rata del proprio debito.

Y ahora que?

“E ora che?” è un’espressione usata spesso in America latina alla fine di una analisi o di una narrazione di fatti. Che ne sarà del progetto bolivariano, in Venezuela e in America Latina?

Fino a qui il sottoscritto ha solo offerto alcuni tasselli del puzzle venezuelano che ciascuno può comporre secondo i propri criteri e le proprie scale di importanza dei valori in gioco.

Che riflessioni ho tratto da questo mio lavoro?

In Venezuela a cavallo del millennio c’è stato come Presidente un grande sognatore che, sulle orme di Simón Bolivar, ha immaginato e tentato di rendere realtà un futuro di unità e dignità per l’America Latina, a cominciare dal proprio paese. Questo sognatore potei ascoltarlo dal vivo due volte raccontare per ore il suo sogno, a Porto Alegre e al teatro Carreño di Caracas, e ne rimasi affascinato. Ma, come dice il proverbio, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E nel caso specifico un mare tempestoso e pieno di pescecani, di cui uno enorme e voracissimo.

Questo non lo scoraggiò e molti suoi atti furono coraggiosi e fortemente innovatori: a livello nazionale il primo atto fu una nuova Costituzione avanzata, cui seguirono le misiones, le comunas, le politiche di ridistribuzione e di forte riduzione della povertà e altro ancora; a livello regionale: l’ALBA[59], l’aver risvegliato nella gente comune l’ideale di Simón Bolivar della Nuestra America, unita e libera da dominazioni esterne, l’aver promosso e sostenuto l’unità dell’America del Sud assieme ai presidenti di Brasile (Lula) e Argentina (Kirchner), con atti concreti.  Rischiò da subito di essere travolto da onde altissime: un colpo di stato, un durissimo sciopero promosso da padronato e vertici sindacali corrotti e collusi con questo, oltre a una enorme catastrofe ambientale di cui abbiamo detto. Vinse cristallinamente una lunga serie di processi elettorali e un referendum revocatorio a lui avverso[60].  Perse solo in un discusso tentativo di modificare la Costituzione (2007).

Un male incurabile lo ha falciato all’età di 59 anni.

Accanto a grandi meriti - che la storia gli riconoscerà e che credo lo renderanno indimenticabile nella memoria dei poveri e degli umili del suo paese e dell’America Latina ma anche di chi nel mondo ha a cuore la giustizia sociale- ha avuto i suoi limiti:

Per scelta o per necessità, ha accentrato su di sé le redini di un processo che era troppo grande per un solo uomo.

Gli piaceva sentirsi vicino alla gente e farsi carico dei suoi problemi tanto che Fidel Castro, con cui aveva stabilito forti contatti personali, lo ammonì ricordandogli di essere il capo di uno Stato  e non il sindaco di un paese.

Ebbe il coraggio di pronunziare di nuovo la parola “socialismo” in un momento storico in cui essa era diventata impronunciabile, soprattutto per un capo di Stato. Parlò di un nuovo socialismo, quello del “XXI secolo”. Ma più che un progetto politico rimase l’enunciazione di nobili aspirazioni.

E’ stato criticato perché la sua ispirazione politica zigzagava cambiando talora percorso.  Ma era un processo in costruzione ed egli cercò di adattarlo alla realtà mano a mano che gli sembrava che questa gli suggerisse o esigesse correzioni.

Nel momento in cui ne avrebbe forse avuto la forza, non seppe o non volle dare la spallata finale alla classe che fino allora aveva dominato il paese, forse pensando di poterla addomesticare. Ma non  era così.

Non riuscì a dominare i due grandi mali endemici del paese: la violenza nelle strade e la corruzione. Nei 14 anni del suo governo furono oltre duecentomila i venezuelani rimasti vittime della prima.

Gli si incrostò attorno la nuova ‘boliborghesia’, burocratica e corrotta, cui lasciò troppo spazio.

Dette vita alle comunas, un progetto ardito per spostare il potere verso il basso, ma contem-   poraneamente dette vita al PSUV, un partito di governo burocratizzato e verticalizzato, e anch’esso corrotto. Due cose contraddittorie.

Infine non riuscì a gettare le basi di un’economia coerente con il progetto. La grande riforma agraria, che avrebbe dovuto liberare il paese dal vincolo della dipendenza del settore alimentare dalle importazioni (il 70%!), non ebbe successo e il paese rimase intrappolato dal petrolio.  La statalizzazione di alcune grandi industrie fu in parte vanificata dalla burocratizzazione e di nuovo dall’onnipresente corruzione.

Ma nel mio ricordo resta tuttavia un grande, per l’arditezza del sogno e il coraggio di tentare di calarlo nella realtà: non dimentichiamo che è stato il primo e il più ardito nello sfidare lo strapotere neoliberista.

Un suo critico, Raúl Zibechi, ha scritto recentemente:

Malgrado queste considerazioni (leggi:”critiche”, nds) mi sembra evidente che in Venezuela vi furono e vi sono processi interessanti. Forse il maggior risultato dello chavismo, è stato quello di aver contribuito a generare una crescita esponenziale dell’autostima dei settori popolari, cosa che non ha avuto confronto in nessun altro paese della regione. Questa enorme autostima ha fatto si che, attraverso molte organizzazioni locali, quelli in basso si siano impadroniti di porzioni significative delle loro vite, anche se non hanno nelle loro mani il potere. Ciò che ha tenuto a freno le ambizioni della destra e dell’impero. [61]

Ditemi se vi sembra poco.

Accetto, con qualche riserva, l’affermazione di Zibechi che oggi in Venezuela il potere è detenuto dagli alti comandi militari e dagli alti burocrati, in competizione con la borghesia tradizionale per la spartizione della rendita petrolifera. E chi sa che questa spartizione alla fine non sia oggetto di un accordo fra i contendenti. Ma il seme gettato da Chávez, e di cui Zibechi riconosce i frutti, fa sì che i giochi a mio parere non si possano considerare chiusi. Con la condanna del Governo Maduro stiamo attenti a non gettare il bambino assieme all’acqua sporca.

E ancora. Zibechi pone un problema fondamentale articolo ora citato:

Fin dal colpo di stato dell’aprile 2002, l’ingerenza degli Stati Uniti in Venezuela dovrebbe essere fuori discussione […]. Da quel momento in poi, la politica della Casa Bianca è stata quella di mettere fine ai governi chavisti, o per la via dei golpes o per via indiretta, ma con il medesimo fine. La difesa della sovranità delle nazioni e dell’autodeterminazione dei popoli, è un principio irrinunciabile dei movimenti antisistemici in tutto il mondo. Di qualunque nazione, indipendentemente del colore dei governi e del tipo di regime che abbiano. Si tratta di un principio di importanza uguale a quello del rispetto dei diritti umani, che deve avere un carattere universale.

La difesa del governo Maduro allora deve essere fatta <> di fronte al pericolo di un decisivo intervento esterno? O chi ha a cuore il progetto bolivariano deve denunciare ciò che non va per appoggiare coloro che in Venezuela cercano di ripristinarlo, magari correggendolo nei suoi limiti?

Il 24 maggio un certo numero di personalità venezuelane –dirigenti politici, accademici, attivisti sociali e rappresentanti di organizzazioni sociali e politiche di rilevanza nazionale, ex ministri di Chávez e ex dirigenti dell’opposizione-  autoconvocate in una conferenza stampa in cui i portavoce furono Oly Millán, ex-ministra di Chávez e membro della Piattaforma Cittadina di Difesa della Costituzione, Edgardo Lander, membro della stessa Piattaforma, Enrique Ochoa Antich, ex-coordinatore MUD/sociale e ex-deputato, lanciarono un appello in cui sottolineavano l’estrema pericolosità della situazione esistente nel paese, chiamando i media a “fare tutto il necessario per frenare la violenza e a difendere la Costituzione”[62] Nei giorni seguenti l’appello è stato seguito da un altro appello sottoscritto da un rilevante numero di note personalità di sinistra latinoamericane[63]. In entrambi gli appelli, oltre a contestare le violenze dell’opposizione e dei gruppi estremisti chavisti, si rilevano le violazioni della Costituzione da parte del governo.

Dal secondo appello si sono però dissociate altre personalità di sinistra. In particolare il filosofo della liberazione argentino Henrique Dussel, con motivazioni che mi paiono meritevoli di riflessione. Nella sua dichiarazione si legge:

Io credo che in questo caso storico si dovrebbe stare molto attenti, perché effettivamente i nostri grandi governi che hanno assunto posizioni popolari possono anche, come tutti i partiti politici e tutte le opzioni, commettere alcuni errori. Ma criticare, in questa congiuntura strategica, il Venezuela e il suo governo suppone inevitabilmente un appoggio ai gruppi oppositori”. […] In ogni paese è normale e si giustifica un’opposizione, ma non quando è orchestrata, come nel caso del Venezuela in questo momento, dall’Impero con una campagna internazionale che occulta i frutti di un processo politico che, ovviamente, con la presenza di Hugo Chávez, sarebbe stato molto più importante perché egli aveva un prestigio molto forte di fronte al suo popolo. La sua assenza causa conseguenze in un governo che deve anche andar imparando […] Infine credo che dovremmo conservare una certa distanza di giudizio. Non chiedo che alcuni appoggino la rivoluzione e diano tutte le ragioni ad essa, come ad es. Atilio Boron. Ma non posso essere d’accordo con alcuni che, da fuori, danno un giudizio negativo a un processo che in questo momento sta venendo completamente strumentalizzato dalla “mediocrazia” diretta dagli Stati Uniti contro un paese che possiede la più grande riserva di petrolio nel mondo nel territorio dell’Orinoco, e pertanto è molto appetita dall’Impero che sta muovendo tutti i fili per fare qualcosa come un ‘golpe pacifico’ di nuovo tipo. […] Voglio chiamare l’attenzione sul mantenere rispetto per il processo venezuelano e consentire che questo governo giovane possa tuttavia crescere e in questo momento è bloccato, come fu bloccata, per oltre 50 anni l’esperienza cubana. La sinistra deve stare molto attenta agli avvenimenti storici e non dividersia artificiosamente per una certa inclinazione a una definizione di ‘democrazia’ che i mezzi di  comunicazione stanno imponendo o proponendo[64]”.

La mia riflessione, per ora, si ferma qui, senza verità da offrire ma con molte cose su cui riflettere e basare le proprie personali posizioni.

Aldo Zanchetta

 



[1] Carlos Fazio, Dominación de espectro completo http://www.jornada.unam.mx/2010/07/12 /opinion /017a1pol

[3] Vedere ad es. Bases militares de EE.UU. en América Latina y el Caribe, https://www.alainet.org/es/active/17658

[4] Leggere il caso Venezuela di oggi astraendolo da una secolare storia di ingerenze (spesso armate[4]) da parte degli Stati Uniti in quello che essi considerano il loro “giardino di casa” sarebbe da sprovveduti. Negli ultimi anni il modo di dominazione sembra essersi ‘suavizado’: interventi militari diretti apparirebbero politicamente scorretti alla comunità internazionale, per cui si è passati dai golpes militari (o anche invasioni dirette) ai golpes suaves, come nel caso del presidente Lugo in Paraguay o della presidente Dilma in Brasile, o ancor prima in Honduras, coprendo con un velo di ipocrita legalità (destituzione pretestuosa da parte del parlamento nei casi citati) atti sostanzialmente illegittimi. Ma nulla garantisce che, se necessario, non si torni alle vecchie pratiche, magari per interposto paese (leggi Colombia).

[5] Vedi di R. Zibechi: La mirada de China sobre Venezuela, www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol e La disputa China-EEUU fractura América Latina, www.jornada.unam.mx/2017/07/21/opinion/017a1pol

[6] Oggi il Venezuela risulta essere il primo paese al mondo per entità di riserve petrolifere,  grazie alla sua ingente scoperta nella cosiddetta “faglia dell’Orinoco”, di cui torneremo a parlare in seguito.

[7] Occorre notare che i vertici sindacali della CTV, la più importante delle organizzazioni sindacali, molto influente nella PDVSA, l’azienda petrolifera che era stata statalizzata nel 1975 dal governo dell’epoca, erano tradizionalmente collusi coi partiti che si alternavano al governo, COPEI e AD. Una nazionalizzazione più formale che reale, senza che lo Stato ne assumesse di fatto il vero controllo, cosa che avvenne con Chávez e che non piacque ai vertici tecnocratici sindacalizzati e corrotti dell’impresa statale.

[8] Mark Weisbrot è condirettore del Center for Economic and Policy Research, CEPR, a Washington, D.C. e presidente dell’organizzazione Just Foreign Policy.

[9] Il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela), ricordiamo, è l’asse portante della coalizione di governo.

[10] Mark Weisbrot : In ¿Tiene arreglo la economía de Venezuela? https://www.alainet.org/es/articulo/180800 del 7.10.2016. Fonte: Le Monde diplomatique, ediz. in spagnolo, 29 settembre 2016. Traduzione del sottoscritto, come pure le altre traduzioni che seguiranno quando estratte direttamente  da testi in lingua spagnola.

[11] Una cronologia dettagliata è riportata in: Anexo:Cronología de las protestas en Venezuela de 2014 - https://es.wikipedia.org/.../Anexo:Cronología_de_las_protestas_en_Venezuela_de_2014

[12] Manifestazioni simili, col nome appunto di guarimbas, erano già state organizzate nel 2004, sotto Chávez, con un bilancio di circa 100 morti.

[14] In questi giorni Lander, intellettuale di prestigio che ha seguito da vicino il processo bolivariano fin dal suo inizio, ha pubblicato un saggio dal titolo Venezuela: la experiencia bolivariana en la lucha por trascender al capitalismo che è di grande interesse per i suoi contenuti.

[15] Che però si era dichiarata in fase di non collaborazione al governo … .

[16] http://brecha.com.uy/, pubblicato in italiano sul sito antoniomoscato.altervista.org col titolo L’assemblea costituente madurista (6.08.17).

[18] Di particolare ferocia nel maggio scorso il linciaggio di Orlando Figuera, pugnalato e bruciato vivo. Egli era un giovane venditore ambulante che alla domanda dei manifestanti se era chavista aveva risposto di si.

[19] Dottore in Studi Latinoamerican alla Universidad Complutense di Madrid (UCM) e professore al Dipartimento di Antropologia Sociale all’Universidad del País Vasco / Euskal Herriko Unibertsitatea (UPV/EHU).

[20] Cosa particolarmente odiosa è la pratica adottata ultimamente dai manifestanti dell’opposizione che gettano contro le forze dell’ordine scatole contenenti escrementi umani, fatto che le demoralizza particolarmente.

[22] Alejandro Velasco “Venezuela: ¿por qué no «bajan» de los cerros?”. Velasco è docente di storia alla New York University e autore del libro “Barrio Rising. Urban Popular Politics and the Making of Modern Venezuela”, nuso.org/articulo/venezuela-por-que-no-bajan-de-los-cerros.

[23] La Costituzione del 1999 aveva esteso a 5 i poteri fondamentali dello Stato, aggiungendo ai Poteri esecutivo, legislativo e giudiziario anche il Potere cittadino e il Potere elettorale dei cittadini.

[24] Gennaro Carotenuto ad es. in aprile ha scritto sul suo blog: <<A me pare che la dubbia, sicuramente controproducente, ma probabilmente inevitabile decisione del Tribunale Supremo di Giustizia (che per l'opposizione sarebbe asservito al governo), chiarisca a chi è onesto e in grado di prendere atto della complessità, che non sia l'esecutivo autore di un colpo di stato, ma il legislativo, controllato dall'opposizione dal dicembre 2015, ad avere, autoparalizzandosi fin dall'inizio, prodotto una situazione insolita e intollerabile in un sistema democratico: quella di un potere avente come unico obiettivo l'abbattimento di un altro, perseguendo il "tanto peggio" per il paese.>> Sul Venezuela, guardando le cose dal basso, gennarocarotenuto.it.

[25] Moscato A., Tecniche sperimentate di disinformazione, www.antoniomoscato.altervista.org., 10.08.2017.

[27] Ricercare: La revolución no será televisada oppure teletransmitida

[28] In realtà un’indagine resa nota da alcune università venezuelane denuncia un calo medio del peso della popolazione adulta di 5/6 kg mentre la mortalità infantile è schizzata dal 10 al 20% e, questa non è stata una bella cosa, che la ministra della salute che aveva comunicato questo dato è stata per ciò esonerata.

[29] L’esercito ha più di 100mila effettivi, a cui si sommano le milizie civili filogovernative che contano alcune centinaia di migliaia di aderenti e ancor più numeroso è il numero di venezuelani che possiedono armi da fuoco.

[31] Sanciones más severas contra Venezuela solo agravarían la crisis, 7 agosto 2017 El pizarrón de Fran.

[32] Vedi nota 21.

[33] Ibidem.

[34] Antonio Moscato, Ma che strano socialismo … , antoniomoscato.altervista.org

[35] Caso non unico in America Latina: Arbenz (Guatemala anni 1951/1955), Alvarado (Perù, anni ’70), Torres (Bolivia, 1970/1971).

[36] Vedi la prima parte di questo testo.

[37] Le opinioni sui militari venezuelani sono disparate. Il sociologo messicano Gilberto López y Rivas, esperto delle relazioni fra militari statunitensi e militari latinoamericani, scrive: , da En defensa de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana, www.jornada.unam.mx/2017/08/25/opinion/024a2pol. La tragica esperienza di Allende in Cile aveva insegnato qualcosa.! Altri parlano invece di vasta corruzione nei vertici della FANB.

[38] Operante per varie decadi a Panama e oggi ribattezzata diplomaticamente “Istituto dell’Emisfero Occidentale di Cooperazione per la Sicurezza”, fu trasferita nel 1984 a Fort Benning in Georgia, da cui sono usciti un gran numero di militari golpisti nei rispettivi paesi latinoamericani.  Nel web sono reperibili i suoi manuali di tortura e di contro-insurrezione.

[39] 11 tesis sobre Venezuela y una conclusión escarmentada ... blogs.publico.es/...monedero/.../11/11-tesis-sobre-venezuela-y-..

[40] Il  Sistema Nacional de Misiones è una serie di programmi sociali sviluppati a partire dal 2003 destinati a concretizzare obiettivi specifici di avanzamento sociale. La prima e più importante fu la Mision Barrio Adentro per strutturare un sistema di assistenza medica capillare. Seguirono la Mision Robinson per l’alfabetizzazione totale del paese e così via. Le Misiones coprirono una serie di obbiettivi sociali, economici, politici, scientifici. Per superare le inerzie di una burocrazia inefficiente e corrotta la loro realizzazione non fu affidata ai ministeri competenti ma all’esercito, con il coinvolgimento dei cittadini stessi.

[41] Il cambio amministrato è  stabilito in 10 bolivar per dollaro per importazioni di alimenti di base (alimenti per i quali il paese dipende per il 70% dalle importazioni!), e in 700 bolivares per dollaro nel cosiddetto sistema marginal de devisas. Infine nel mercato nero (mercado paralelo) oggi il  dollaro vale 5.000 bolivares. Questo incrementa le cosiddette Empresas del maletín (i maletín sono le valigette dei manager), dove si ottengono dollari a 10 bolivares falsificando attestati di importazione di beni primari e rivendendo poi sul mercato parallelo. Vedi Stefanoni, nota 26.

[42] Una documentazione ricca e precisa di queste politiche economiche estrattiviste suicide è disponibile sia nel libro di Pablo Davalos, ‘Democrazia Disciplinare. L’altra faccia del progetto neoliberista’ che quello di Zibechi ‘La nuova corsa all’oro’, entrambi pubblicati da Mutus Liber, Riola (BO), 2016.

[43] Stimate in ottanta miliardi di barili nel  2004, oggi risultano salite a 298.

[44] Proprio nei giorni scorsi è stato inaugurato il primo impianto di estrazione del coltan, minerale raro e indispensabile per l’industria elettronica, per disporre del quale il Congo soffre da anni guerre terribili e occultate.

[45] <> (Luis Britto García, citato da R. Zibechi, http://brecha.com.uy/)

[46] Vedi: Tecniche sperimentate di disinformazione, sul sito di Antonio Moscato.

[47] Saab rivestiva precedentemente la carica di Difensore del Popolo, cioè di investigatore, difensore e supervisore delle denunce su eventuali violazioni dei diritti umani.

[48] Fiscal venezolano denuncia desfalco de 200 millones de dólares en PVDSA.www.eltiempo.com/.../venezuela/ fiscal-venezolano-denuncia-desfalco-de-200-millones.

[49] L’Assemblea Nazionale a maggioranza mudista ha infatti eletto una nuova TSJ, alcuni membri del quale sono fuggiti in Argentina dove, a quanto pare, hanno iniziato a operare in concorrenza con il TSJ chavista, rimasto in carica.

[50] Per un approfondimento vedi sul sito di Antonio Moscato un altro testo di Lander: L'Assemblea costituente madurista, antoniomoscato.altervista.org/index.php?...edgardo-lander-lassemblea-costituente-ma...

[51] Tomás Helmut Straka Medina (25 ottobre 1972), è venezuelano ed è docente di Storia e ricercatore presso la Andrés Bello Catholic University; è autore, tra vari lavori e saggi, di La Voz de los Vencidos (2000), Hechos y gente, Historia contemporánea de Venezuela (2001), Un Reino para este mundo (2006), La épica del desencanto (2009), La república fragmentada. Claves para entender a Venezuela (2015.

[52] In realtà non si tratta, salvo errore, di giudici in carica nel TSJ, salvo il caso della Ortega  (‘esiliata’ o ‘andata in esilio’?) ma di alcuni dei 13 nuovi giudici eletti dall’Assemblea a maggioranza ‘mudurista’, secondo le competenze che le spetterebbero. 8 di questi hanno creato un  TSJ alternativo all’estero che avrebbe già compilato un elenco con un centinaio di nomi legati al Governo accusati di corruzione.

[53] Vedi su antoniomoscato.altervista.org/

[54] Ora sappiamo che le elezioni per i Governatori si terranno il prossimo 15 ottobre ma disgiunte da quelle delle relative assemblee che si terranno probabilmente entro la fine dell’anno.

[55] Ancora Straka: <<Né nella conferenza stampa del 30 luglio, né nell’assemblea in cui si presentarono insieme dirigenti dell’opposizione e dissidenti chavisti il 5 agosto, si erano fatte dichiarazioni che indicassero un indirizzo chiaro da seguire. Al contrario, l’annuncio della partecipazione alle elezioni amministrative di dicembre aveva disorientato i loro seguaci ancora di più: dopo aver dichiarato illegali il governo e la commissione elettorale, e dopo aver proclamato che quanto avvenuto il 30 luglio era stata una frode, partecipare alle elezioni [comunali e regionali] organizzate da quelle stesse autorità governative ed elettorali è stato ritenuto, come minimo, il tacito riconoscimento di entrambe e, di fatto, una capitolazione. Una decisione basata su argomenti così “forti” come quello di non lasciargli liberi tutti gli spazi meriterebbe perlomeno di essere presentata meglio politicamente.>> Da notare come ben diverse fossero le previsioni di questo articolista appena due mesi prima in El chavismo opositor, la protesra social y la crisis venezolana, nuso.org/.../el-chavismo-opositor-la-protesta-social-y-la-crisis-v...

[56]Le sanzioni di Trump inoltre sono illegali secondo la legge statunitense e quella internazionale. Violano la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani (Capitolo 4, Articolo 19) e altri trattati internazionali che gli Stati Uniti hanno firmato”.

[57] Las sanciones causarán más daño, Página12 https://www.pagina12.com.ar/59747-las-sanciones-causaran-mas. Da notare che Weisbrot non esclude che Trump possa aver preso questa decisione per alleggerire le pressioni dei suoi oppositori statunitensi in un periodo non particolarmente felice per il suo governo.

[58] Da L’Antidiplomatico, Fabrizio Verde, 2 settembre 2017. “Lilian Tintori, le indagini e una domanda: chi finanzia i suoi viaggi?” <<Secondo un approfondimento giornalistico del quotidiano venezuelano Últimas Noticias, realizzato nel 2016, Tintori avrebbe realizzato ben 55 viaggi all’estero, percorso 125 mila chilometri, visitato 20 paesi e speso oltre 5 milioni di dollari fino al momento della pubblicazione. Interrogata circa la provenienza dei fondi necessari a realizzare tale frenetica attività in giro per il mondo, la donna risponde in maniera evasiva, parlando di non meglio specificati venezuelani residenti all’estero. Il governo venezuelano, invece, la accusa di essere finanziata da fondazioni private, governo degli Stati Uniti e governi europei.

[59] ALBA,  Alternativa bolivariana per l’America Latina: un accordo di cooperazione politica, sociale ed economica tra alcuni paesi dell'America Latina e caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, alternativo alla competitività e dipendenza dei Trattati di Libero Scambio.

[60] Vedi il dettaglio, comprese le percentuali dei votanti, su Historial del índice de partecipación en votaciones venezolanas in La Jornada, 1 di agosto 2017, p.21

[61] www.jornada.unam.mx/2017/09/15/opinion/021a1po

[64] Filósofo Enrique Dussel responde a intelectuales que firmaron ... http://albaciudad.org/2017/06/filosofo-enrique-dussel-sobre-venezuela/

Newsflash

RIFLETTENDO SUL VENEZUELA - A.Z.

RIFLETTENDO SUL VENEZUELA

 

di Aldo Zanchetta

Read more...