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VENEZUELA : DOPO LE ELEZIONI DI MAGGIO

VENEZUELA : DOPO LE ELEZIONI DI MAGGIO

Mininotiziario America Latina n.3/2018


Commento a caldo i risultati delle elezioni in Venezuela dove Maduro è stato ‘sorprendentemente’ rieletto col 67% dei voti, distanziando il suo principale oppositore Falcon di 46 punti, mentre il terzo, l’evangelico Bertucci, ha ottenuto circa il 10% dei voti. Scrivo ‘sorprendentemente’ non per la vittoria, ma per la sua entità.

Questo commento si limita a una sintetica analisi del risultato elettorale e delle sue possibili conseguenze, senza entrare nelle tematiche già a lungo sviscerate su questo Mininotiziario e che rappresentano il mio giudizio critico sul governo venezuelano, del quale non ho mai disconosciuto la legittimità ma espresso un giudizio talora fortemente critico, ferma restando la condanna di ogni ingerenza esterna e la critica al servilismo dell’Unione europea rispetto alle (im)posizioni degli Stati Uniti.

Vittoria del governo e sconfitta dei suoi oppositori interni ed esterni

Il risultato è un chiaro successo del governo e del bolivarismo ufficiale e una chiara sconfitta delle politiche antivenezuelane sostenute dal governo statunitense e condivise dall’Unione Europea, con Spagna in testa, e dal cosiddetto gruppo di Lima, costituito dai governi dei 12 paesi latinoamericani tornati sotto il controllo di Washington. Questi paesi, coscienti della più che probabile vittoria di Maduro, avevano cercato di far annullare lo svolgimento elezioni e pertanto avevano chiamato l’opposizione a boicottarle, chiamata che se fosse stata accolta in pieno avrebbe di fatto squalificato il loro risultato. Questo è avvenuto solo in parte per cui questo disegno è fallito: ben tre concorrenti si sono presentati come alternativa a Maduro e i loro risultati sono quelli detti sopra.

E’ opportuno ricordare che fin dalla prima elezione di Chávez alla presidenza il chavismo ha avuto la vittoria in ben 22 processi elettorali su 24[1]. Come pure è da sottolineare il fatto che le elezioni si sono svolte in un clima tranquillo e che la presenza di tre candidati oppositori al governo smentisce le accuse di dittatura o di autoritarismo violento ad esso ripetutamente mosse.

Come scrive Aram Aharonian sulla rivista telematica Nodal[2], la lotta politica in Venezuela, malgrado tutto, continua a svolgersi sul piano elettorale e si assiste alla <>[3].

Luci e ombre

Tutto bene per il chavismo di governo, quindi? Certamente la cifra del 67,7%, forse superiore anche all’atteso, dà maggior legittimità e potere al governo e certamente permette di glorificarlo. Ma questo, a detta di molti commentatori ivi compresi alcuni favorevoli al governo, non cambia sostanzialmente la situazione del paese, che resta diviso profondamente e alle prese con le sue difficoltà economico-finanziarie.

Se infatti passiamo dalla percentuale dei voti favorevoli ai loro valori assoluti e all’astensione, il panorama si modifica. Il numero dei voti favorevoli in valore assoluto è stato di 5.823.728 ovvero inferiore di circa 3 milioni a quelli ottenuti nel 2013 quando Maduro ottenne la sua prima elezione nel clima di shock per la recente morte di Chávez e all’incirca uguale a quelli ottenuti nelle elezioni dell’Assemblea Nazionale del 2015, quando l’opposizione conquistò, pur con contestazioni relative all’elezione di tre suoi esponenti nello stato di Amazonas, la maggioranza dei due terzi dell’Assemblea e quindi un potere reale di forte limitazione al potere presidenziale. Si parlò a lungo dei circa tre milioni di voti che erano venuti a mancare al governo fra le due dette elezioni: chavisti, ma con forti dubbi sulle politiche ufficiali, si disse ragionevolmente. Questi voti tornarono al governo in occasione dell’elezione della Assemblea Nazionale Costituente (ANC) del luglio ‘17, l’asso nella manica giocato da Maduro in quella occasione, ma che tornano a mancare in buona parte oggi.

E la significativa percentuale del 67,7 è dovuta in parte alla percentuale non trascurabile di astensioni (circa 54%) che ha limitato il numero di votanti. Tale percentuale di votanti era stata del 79,69 in occasione delle elezioni del 2013, era discesa al 41,53 nelle votazioni per la ANC del luglio ’17 (quando però, grazie l’astensione massiccia dal voto delle opposizioni, il governo si era assicurato di fatto il controllo totale dell’Assemblea), era risalita al 61,14 in occasione delle elezioni dei governatori degli stati nell’ottobre ’17  (nelle quali, ricordiamo, il governo conquistò ben 20 dei 23 governatorati). Non si può non notare che in queste presidenziali rispetto a quelle statali la percentuale dei votanti è risalita di circa il 6%.

Cosa cambia con queste elezioni?

Aram Arahonian, giornalista già direttore di Telesur, nell’articolo citato nella nota 2 scrive: <<Todo cambia, poco cambia. La situazione dal 21 al 22 di maggio è cambiata poco. Continua a essere drammatica: le banche degli Stati Uniti hanno bloccato (per ordine presidenziale) sette milioni di dollari che il Venezuela aveva inviato per medicinali per dialisi necessari a migliaia di malati, mentre nel paese (nei giorni scorsi, ndt) è avvenuta la chiusura della transnazionale Kellog’s i cui proprietari (o funzionari) hanno lasciato il paese, e il governo ha dovuto decretare la gestione della fabbrica da parte dei lavoratori […]. Kidd Tidd, ammiraglio comandante il fronte sud del Pentagono insiste nel dichiarare che “è tempo per gli Stati Uniti di dimostrare, con azioni concrete, che sono impegnati nel processo di abbattere la dittatura venezuelana […]” e ammette che questo processo non sarà realizzato da venezuelani, infatti gli oppositori “non hanno il potere di porre fine al tormento“ e che “le dispute interne, la supremazia dei favoritismi personali, la corruzione analoga a quella dei loro rivali, lo scarso radicamento non garantiscono l’opportunità di approfittare della situazione e compiere i passi necessari”.

Per cui l’articolista conclude che “al di là delle elezioni, senza dialogo non c’è futuro”, con chiaro riferimento ai colloqui tra governo e rappresentanti dell’opposizione tenutisi a cavallo della fine dello scorso anno a Santo Domingo -patrocinati dal governo dominicano e aventi come mediatore ufficiale l’ex presidente del consiglio spagnolo Zapatero- colloqui che si erano conclusi con un accordo firmato fra le parti ma successivamente sconfessati dai leaders del MUD. Ma una loro ripresa sarà possibile, o l’ammiraglio Kidd sarà autorizzato a passare dalle parole ai fatti.

 



[1] Perse le elezioni per la modifica della nuova Costituzione, che era stata ratificata nel 2001, e nell’elezione dell’Assemblea Nazionale del 2015, vincendo con maggioranze più o meno significative in tutte le altre e risicatamente solo nell’elezione di Maduro del 2013.

[3] Il riferimento è al candidato Bertucci, pastore evangelico, a proposito del quale però sembra errato parlare di similitudine con altri paesi latinoamericani, se è vero quanto scrive Ociel Alí López, sociologo, analista politico e professore dell’Universidad Central de Venezuela, che Javier Bertucci <>. Anzi <>.

 

 



 

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